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Una storia così nel mio libro: c'è chi è finito dentro per aver detto macelleria

Autore: Cecilia Zecchinelli
Testata: Corriere della Sera
Data: 8 dicembre 2010

MILANO — Trova «inaccettabile e vergognoso » l'arresto del marocchino Mohammad Fikri come presunto omicida solo per un errore di traduzione. Ma non è sorpreso. Amara Lakhous, algerino e da due anni cittadino italiano, giornalista e scrittore di fortunati romanzi in italiano — l'ultimo, appena uscito per Edizioni e/o, è Divorzio all'islamica a viale Marconi— proprio in questo libro racconta un episodio simile. Un marocchino arrestato in Nord Italia per aver detto al telefono che voleva aprire una «macelleria islamica». La polizia aveva tradotto «strage all'islamica». Un caso vero? «È vero, non ho incontrato lo sfortunato protagonista ma nel 2005 nella comunità araba a Roma ne parlavano tutti, un mio amico lo conosceva. Dopo gli attentati di Madrid e Londra c'era un'allerta massima: stavamo tutti attentissimi parlando al telefono. Eravamo intercettati e bastava pronunciare parole come Osama, anche denigrandolo, per diventare "terroristi". È successo a tre pescatori egiziani ad Anzio, a lungo in cella perché un anziano sosteneva di averli sentiti parlare di Bin Laden. E pure nominare Allah è sospetto. Eppure chiunque conosca un po' l'arabo sa che anche i più laici come me usano sempre frasi come inchallah, se Dio vuole, o alhamdullilah, grazie a Dio. Un'ignoranza imperdonabile». Anche sui nomi ci sono spesso confusioni, sa di qualche caso? «Ce ne sono molti. Un bengalese di nome Iqbal Amirallah ha vissuto l'inferno: aveva il permesso di soggiorno ma con nome e cognome invertiti, non risultava. Succede spesso, i nostri cognomi magari sono i nomi propri del padre, o la trascrizione è sbagliata. E siamo percepiti come un'unica entità. Tunisia e Iran, che non è nemmeno arabo, è tutto lo stesso». Si dice che l'arabo è difficile, di qui l'equivoco con Fikri. «Scusa inaccettabile: l'arabo è una lingua come altre. Anzi, per oltre un secolo era dominante in Sicilia dove ha lasciato tracce ovunque. Sciascia, il mio maestro, lo diceva sempre: il suo stesso nome è arabo, vuol dire cappello. Il suo paese natale, Racalmuto, in arabo significa villaggio vuoto perché così lo trovarono gli arabi. Ma in Italia c'è molta ignoranza sulla nostra cultura. E dopo l'11 settembre è pieno di esperti fai da te che non conoscono la lingua, la nostra società e la religione. Come la Santanchè. Ha perfino dato del pedofilo aMaometto. Forse non sa che Maria Antonietta, secoli dopo, andò sposa a 14 anni?». Pensa ci sia islamofobia in Italia? «Certo, basta ricordare le dichiarazioni del sindaco di Treviso Gentilini: "che gli islamici tornino nei loro Paesi, vadano a pisciare nelle loro moschee". E i cartelli anti-arabi in questi giorni a Bergamo. Colpire l'intera comunità attraverso una persona, per lo più innocente, è inciviltà. Per fortuna in Italia la magistratura è ottima. E nonostante tutto c'è democrazia e vero pluralismo religioso». Anche lei si sente discriminato? «Per 13 anni sono stato un extracomunitario, all'aeroporto mi davano del tu, stavo attento al telefono, mi sentivo a rischio. Mi ha salvato la lingua: la passione per il cinema italiano mi ha portato a Roma, dove ho studiato all'università, imparato bene l'italiano. E ora sono conosciuto, i miei libri sono tradotti nel mondo, ne hanno ricavato un film. Ho la cittadinanza, riesco a trovare casa. Ma sono un'eccezione, purtroppo».