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Gli invisibili killer spietati della democrazia made in Italy

Autore: Benedetto Vecchi
Testata: Il Manifesto
Data: 19 novembre 2008

Le potenzialità del giornalismo d'inchiesta usate per un noir di denuncia e impegno politico. È questa la condivisibile proposta che Massimo Carlotto e Mama Sabot, un gruppo di scrittori, giornalisti e uomini e donne «informati dei fatti», lanciano con questo romanzo sugli effetti collaterali dell'inquinamento delle nanoparticelle sull'organismo umano e gli animali. Le nanoparticelle sono i killer spietati, ancorché invisibili, inodore e impalpabili che le bome e i proiettili all'uranio impoverito rilasciano dopo essere esplosi. In una manciata di secondi raggiungono, attraverso i polmoni, gli organi vitali, diventando una «cellula dormiente», che può entrare in azione da lì a pochi mesi dalla contaminazione, trasformandosi spesso in un tumore devastante. È la cosiddetta «sindrome da affaticamento cronico» che ha colpito soldati impegnati in teatri di guerra dove sono state usate bombe o proiettili all'uranio impoverito. Ne sanno qualcosa i marines e le truppe d'assalto inglesi impegnati in Iraq, i militari italiani mandati a «bonificare» il Kosovo. Ma ciò che alcune inchieste indipendenti hanno accertato è che le nanoparticelle possono essere trasferite anche attraverso lo sperma: da qui la denuncia di bambini di soldati nati con deformazioni o di cuccioli di animali nati altrettanto mostruosi. Sono proprio le nanoparticelle le protagoniste indiscusse di Perdas de Fogu (edizioni e/o, pp.163, euro 15), un noir sviluppato attorno ai tentativi di nascondere i loro effetti e di come il poligono militare sardo è usato per sperimentare sistemi d'arma di ogni tipo, eccetto quelle batteriologiche, al riparo da ogni controllo pubblico.

Perdas de Fogu è quella parte di Italia dove è sospeso lo stato di diritto, perché ogni tentativo di vederci chiaro è impedito da esponenti politici e manager dell'industria bellica attraverso la corruzione dei ricercatori che indagano sulle ricadute ambientali dell'uso delle armi o, talvolta, facendo ricorso ai servizi segreti per prevenire che ogni inchiesta possa proseguire; o la malavita per minacciare scienziati e giornalisti «ficcanaso» che vogliono andare avanti con le loro ricerche. È da questa tesi che prende l'avvio il romanzo, dove il ritmo serrato del plot narrativo è intervallato da spiegazioni al limite del didascalico su come avviene la contaminazione di nanoparticelle o quando viene descritto l'intreccio che si viene a costruire tra politica, economia e attività criminali di fronte a un business che promette sicuri e alti profitti, come testimoniano le molte verità emerse, ad esempio, dalle inchieste della magistratura sullo smaltimento dei rifiuti tossici. Sono pagine nelle quali l'aderenza a un principio di realtà è perseguito con puntiglio e rigore.

Dunque, un noir che si propone di gettare luce sulle molte ombre della società italiana. Attorno alle nanoparticelle ruotano così disertori dell'esercito italiano, piccoli malavitosi sardi, politici locali con ambizioni nazionali, ufficiali dei servizi segreti lacerati da lotte intestine per il potere, investigatori privati disposti a fare i lavori sporchi per chiunque paghi laute parcelle. C'è anche una ricercatrice, lontana mille miglia dalla figura romantica dello scienziato che lotta per far emergere la verità. Vuol fare bene il suo lavoro per avanzare nella carriera. Sa che le nanoparticelle sono killer letali, ma il suo obiettivo è scoprire un qualche antidoto per poi passarlo alla sua università, che a sua volta lo cederà a qualche impresa farmaceutica. Denunciare le stragi silenziose che provocano non le passa proprio nella testa. Ma basta solo il fatto che si aggiri tra gli allevatori di bestiame nelle campagne vicine al poligono per entrare nel mirino di chi vorrebbe che Pedras de Fogu diventasse il luogo prescelto dagli eserciti e industrie belliche come unico territorio europeo per le esercitazioni militari. A fare il lavoro sporco, a spiarla, viene costretto un disertore dell'esercito italiano, che in Afghanistan spacciava alla grande, assieme a un commilitone, dell'ottimo «king afghan». In una lite sulla conduzione degli «affari» i due entrano in rotta di collisione con uno dei due ferito e l'altro che sceglie la fuga. Il disertore viene così ricattato dai servizi segreti italiani. È l'inizio di un girone infernale con ricatti, aggressioni, stupri, trame oscure, spaccio di cocaina. E il conseguente corollario di morti più o meno truculente.

Nessuno è innocente in Perdas de Fogu. Sono uomini e donne che hanno deciso di aderire al loro (nostro) spirito dominante del tempo, che è tossico come le nanoparticelle. Non è, l'Italia che descrivono gli autori, un paese che ha bisogno di eroi, ma di opportunisti che vivono alla giornata e che per sopravvivere sono disposti a tutto. Un noir che vuole presentarsi come prosecuzione potente del giornalismo d'inchiesta non può tuttavia abbellire la realtà.

Con questo romanzo, Massimo Carlotto e il collettivo Mama Sabot vogliono prendere congedo dal noir così come storicamente si è strutturato nel vecchio continente per farlo diventare un strumento di indagine critica della realtà. Nessuna invenzione di una tradizione di rivolta, come suggerisce invece la sperimentazione in atto della firma collettiva Wu Ming, ma un obiettivo al tempo stesso più modesto e tuttavia molto più ambizioso. Vogliono infatti usare il noir per far cadere il muro di gomma che il potere costituito ha attivamente costruito nel tempo affinché alcune informazioni siano diluite nel rumore di fondo del gossip e della fuffa, termine pietosamente generoso per indicare la complicità di molti media mainstream al potere costituito. In altri termini, il noir come scorrevole e godibile giornalismo d'inchiesta che rompe questo circolo vizioso. Perdas de Fogu è il primo tassello del puzzle che Carlotto e Mama Sabot vogliono comporre sulla realtà italiana. Che ne aggiungano altri, con la speranza che riescano a modificare il modo di produzione dell'informazione. E se così non sarà, vale sempre il vecchio adagio dei movimenti radicali di questi anni: «Non odiare i media, diventa un media».