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Recensione

Autore: Stefania Freddi
Testata: Sabato sera
Data: 16 ottobre 1999

"...ho imparato che quando hai a che fare con la giustizia o la mala tutto è possibile, e che non c'è nulla di cui stupirsi". E' l'Alligatore che parla, al secolo Marco Buratti, un investigatore che opera sulla linea che divide la legalità dall'illegalità, un uomo alla ricerca della verità e della giustizia, sempre e comunque, contro tutti e contro quel passato che l'ha visto condannato a sette anni di carcere, seppur innocente.

L'Alligatore è il protagonista di tre romanzi di Massimo Carlotto, La verità dell'Alligatore, Il mistero di Mangiabarche e Nessuna cortesia all'uscita. Dopo giudici e avvocati corrotti, trafficanti di droga e servizi segreti, nell'ultimo romanzo l'Alligatore si trova ad avere a che fare nientemeno che con la mafia del Brenta, in un crescendo di inseguimenti, sparatorie e colpi di scena, fra informatori, pentiti e presunti tali.

Marco Buratti è un investigatore che non usa armi, non abbandona chi è nei guai ed ha una visione del mondo fuori dagli schemi delle apparenze, che lo porta a rigettare pregiudizi e stereotipi, per ricercare quello che è più nascosto, nelle storie intricate che vive e nelle persone che le animano. E come tutti gli eroi solitari ha delle caratteristiche che lo rendono un po' maledetto, un po' disperato: beve solo Calvados, ricordo di una storia d'amore finita, e ascolta soltanto musica Blues, in memoria dei tempi in cui era un cantante nel gruppo degli Old Red Alligators. Ad accompagnarlo nelle indagini, il suo amico Baniamino Rossini, malavitoso milanese, contrabbandiere dal codice morale inflessibile. Odia gli spacciatori, colpevoli di aver rovinato l'ambiente della mala, e adora i vestiti firmati ed eleganti. Attorno a loro si muove una teoria di personaggi: surreali, disperati, crudeli, indifesi. Usciti dalle pagine di cronaca dei giornali, si infiltrano tra le righe del romanzo e assumono colori reali, talvolta inquietante talvolta amichevoli.

Carlotto costruisce noir dalla trama avvincente, storie tese che davvero invitano il lettore a consumare il libro dalla prima all'ultima pagina. Il ritmo è mozzafiato, con qualche pausa-effetto sorpresa, modellata sul sound blues che l'Alligatore ama.

Ma oltre alla storia, e al di là della domanda "come finirà?", eterna questione del genere giallo-poliziesco-thriller-noir , colpisce la denuncia sociale presente in modo chiaro. Fra i misteri e gli inganni, c'è sempre un innocente perseguitato, la cosiddetta giustizia lascia molti dubbi, e interrogativi, i cattivi assumono varie sfaccettature, il bianco è sempre molto grigio o, meglio, molto sporco.

In Nessuna cortesia all'uscita, l'autore si spinge fino a delineare la realtà, quelle della mafia del Brenta e della criminalità albanese, che sono avvolte da ombre. La ricostruzione esatta del modus operandi e l'uso di nomi veri o modificati in modo da renderli riconoscibili - valga per tutte Felice Maniero che diventa Tristano Castelli- inducono chi legge a soffermarsi con mente attenta sulle vicende di Marco Buratti. La storia romanzata diventa cronaca di tutti i giorni. E non solo l'Alligatore ricerca la giustizia.