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intervista

Autore: Andrea Melis
Testata: La Nuova Sardegna
Data: 29 settembre 2006

Lunedì 2 Ottobre arriva nelle librerie il nuovo romanzo di Massimo Carlotto, La Terra della mia anima. Un libro che ci porta alla scoperta di Beniamino Rossini, malavitoso d’altri tempi ma anche amico fraterno di Massimo Carlotto, ucciso da un cancro pochi mesi fa dopo una vita da romanzo sviscerata per intero in questo libro. Protagonista della serie dell’Alligatore e personaggio molto amato dai lettori, in pochi sapevano che è esistito davvero. Chi scrive lo conosceva e prova a raccontarvi l’uomo attraverso una chiacchierata con l’autore.

- Una vita avventurosa tra terra, aria e acqua, dalla Sicilia alla Grecia, dalla Spagna al Libano. Quante storie di Beniamino non conosceva nemmeno Carlotto?

Alcune erano inedite perfino per me e comunque prima di decidere di raccontare tutta la sua vita aveva preferito svelare gli aneddoti e le avventure meno impegnative dal punto di vista personale. È stata una scelta molto coraggiosa scavare così a fondo nella sua vita ma Beniamino è sempre stato un uomo franco e convinto della necessità di condividere la memoria.

- Un contrabbandiere che gioca a guardie ladri con i finanzieri ma dove tutti rispettavano certe regole. Poi anche questo mondo cambia. E’ anche una storia del crimine questo libro?

Senz’altro, ed è stato uno dei motivi che mi hanno convinto a scriverlo. La criminalità si trasforma a seconda dei cambiamenti della società in cui si è sviluppata. In questo senso attraverso la storia del contrabbando e dei rapinatori mi è stato possibile offrire un affresco di questo paese da un punto di vista insolito ma per certi versi acuto.

- Contrabbando di sigarette, diamanti, liquori ma mai droga o donne. Né tollerava stupratori, mafiosi, spacciatori. Sembra quasi rassicurante quel vecchio modo di delinquere…

Premesso che di quella criminalità nessuno sente la mancanza va sottolineata la differenza in termini di pericolosità con quella attuale. Oggi è impossibile affiancare il termine romantico a una malavita sempre più organizzata e nemica del vivere civile. Ho usato il personaggio di Rossini nei romanzi dell’Alligatore proprio per evidenziare questo aspetto. Mentre Beniamino si può tranquillamente definire l’ultimo romantico di una illegalità che non esiste più.

- Nel romanzo affiorano riflessioni profonde che si intrecciano alla storia. Lei ha intervallato le avventure con dei corsivi che portano dritto nei pensieri di Beniamino. Come è nata questa scelta narrativa?

Sono riflessioni frutto di discorsi che abbiamo fatto prima e dopo la raccolta del materiale per il romanzo. Mi sono sembrati importanti per completare la sua figura e soprattutto per permettere al lettore di farsi un’idea precisa di un uomo che sceglie il crimine come modello di vita con tutte le conseguenze e le contraddizioni che comporta. Ho voluto scrivere rispettando fino in fondo il suo punto di vista e le parti in corsivo offrono spunti per riflessioni che vanno oltre il suo racconto.

- Come ha selezionato i racconti?

Ne ho parlato a lungo con Beniamino e li abbiamo scelti insieme. Non tutti gli episodi raccontati erano adatti a essere sviluppati nella forma del romanzo. La scelta è ricaduta su quelli che più utili a dare senso alla narrazione e a raccontare quegli anni. Non è stato facile ma certamente utilizzerò un futuro altri spezzoni di racconto nella serie dell’Alligatore.

- Un tema ben presente è la politica fatta di sezioni di partito e lacrime per la morte di Togliatti, roba lontana anni luce…

Beniamino Rossini ha fatto parte di quel mondo che oggi non esiste più ma che ha formato e ancora oggi rappresenta le radici di una grande massa di persone. Colpisce il fatto che contrabbandieri avessero la tessera del partito e che un malavitoso abbia conservato questo retroterra culturale che, a mio avviso, gli ha permesso di saper distinguere le varie facce dell’universo criminale. Questo aspetto politico del personaggio permette anche di recuperare memoria rispetto ad avvenimenti che hanno segnato la vita italiana e che sono conosciuti solo da chi li ha vissuti.

- Beniamino colpisce per la dignità davanti alla morte. Più volte sente di dover chiudere dei conti col passato ma non lo fa. Sarebbe troppo comodo. Cosa muoveva un uomo così?

Un’etica scaturita da un retroterra culturale ben preciso. L’aver fatto parte di mondi in cui amicizia e solidarietà e la netta consapevolezza del concetto di ingiustizia sociale erano i presupposti fondanti gli hanno fornito gli strumenti per affrontare la morte con una lucidità fuori dal comune.

- E poi gli amori di Beniamino. Un figlio mai conosciuto, una moglie da fotoromanzo poi abbandonata e alla fine il vero amore trovato in un night. Sembra incredibile.

Un’esistenza così avventurosa in cui il viaggio e la continua conoscenza di persone diverse rappresentano la quotidianità porta a sviluppare una sorta di eccezionalità nei rapporti personali. Ben lontana dal senso comune che conosciamo. Anche su questo aspetto Beniamino ha dimostrato coraggio nel voler raccontare aspetti tanto intimi ma fondamentali per riuscire a capire la varia umanità di quegli ambienti.

- Carlotto il carcere è un tema molto presente nelle sue opere ma stavolta lo affronta di petto. Mafie, soprusi, aids, violenze. Racconti agghiaccianti.

E’ stato un desiderio di Beniamino voler affrontare il tema della detenzione. D’altronde aveva scontato oltre 15 anni di carcere e quell’esperienza non poteva essere esclusa e l’intento del suo racconto era quello di evidenziare alcuni momenti fondamentali della storia carceraria italiana.

- Questo romanzo entra intimamente nella vita di Massimo Carlotto Fuggiasco. E’ stato duro scriverlo?

Sì. Certamente è stato il mio romanzo più difficile perché da un lato dovevo fare attenzione a rispettare il pensiero di Rossini in ogni suo singolo aspetto e dall’altro dovevo fare i conti con la consapevolezza della malattia e la morte di un carissimo amico.

- A un certo punto nel libro salta fuori proprio lei visto però dagli occhi di Beniamino. Com’è stato raccontarsi così?

Mi sono distaccato da me stesso e sono diventato un personaggio raccontato da Beniamino. Mi era già capitato quando avevo scritto la sceneggiatura del Fuggiasco. A volte il mestiere aiuta.

- Beniamino dice che alcuni libri gli hanno cambiato la vita. Questo per lui sarebbe stato il più importante. Ha fatto in tempo a leggerlo?

Purtroppo no. La malattia è stata più veloce dei tempi di scrittura e quelli editoriali. Però sono convinto che lo avrebbe apprezzato. L’ho scritto con grande affetto anche se, per correttezza, ho mantenuto lo stile scarno del suo racconto.

- Con Beniamino lei ha perso un caro amico. Cosa significa l’amicizia quando si hanno vissuto vite come le vostre?

Si tratta di un’amicizia nata in una situazione complessa e difficile ma per molti versi non è differente da altre. Però con Beniamino ho perso l’unica persona con cui potevo condividere alcuni territori della memoria. Anche per questo sentirò la sua mancanza.