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Libri/ Massimo Carlotto: “La terra della mia anima”

Autore: Giorgio Maimone
Testata: Il Sole 24 Ore
Data: 13 ottobre 2006

“Beniamino arrivò, come sempre, senza avvertire. Stavo lavorando sotto il loggiato quando lo vidi scendere dal taxi. Dalla grandezza della valigia capii che si sarebbe fermato abbastanza a lungo. Si tolse la giacca e andò subito nel capanno degli attrezzi. Tornò con una cesoia e un segaccio”. Inizia così, entrando subito in tema. Entro la decima riga Beniamino Rossini ha già detto di avere il cancro e di essere destinato a morire. Quando si entra subito dentro il cuore delle cose, con sguardo diretto e impietoso non si può che essere dentro un romanzo di Massimo Carlotto. E questo infatti è “La terra della mia anima”, ultimo lavoro, per ora, del prolifico scrittore padovano, che, sia detto en passant, quest’anno ha compiuto 50 anni. Beniamino Rossini è il “malavitoso buono”, la spalla e il sostegno dell’Alligatore, l’eccentrica figura di investigatore creata da Carlotto. Ma Rossini non è un eroe di carta. E’ un personaggio reale. E come tutti i personaggi reali, vive, mangia, invecchia, si ammala, si innamora, muore. “La terra della mia anima” è la storia della morte di una persona reale. Raccontata in presa diretta, senza stacchi, senza trucchi. Così come è stata raccontata da Rossini a Carlotto. «Voglio raccontarti un po’ di storie. Magari ci scrivi un libro». E libro fu. Ma, magia della scrittura, la storia della vita reale di Beniamino non diventa diario, diventa romanzo, diventa saggio, diventa studio sul costume, diventa avventura vera. Capita spesso di dimenticarsi lo spunto di partenza e il vero motivo del libro per seguire la trama come se fosse l’ennesimo romanzo della saga dell’Alligatore. Non lo è. E’ la vita di un personaggio romanzesco, che ha passato 15 anni in prigione, che è nato al contrabbando tra le montagne al confine tra la provincia di Varese e la Svizzera, per poi passare in giri più grandi, al contrabbando via mare, ma sempre restando fedele al cliché di una malavita cavalleresca, che non sparava, che non uccideva, che non usava la violenza invano. “La violenza era praticata quando tornava utile”. “Nel corso degli anni ho conosciuto tanti malavitosi che sono morti per non aver imparato a usare la violenza in modo saggio” dice Rossini, arrivando alla conclusione che “l’universo criminale è composto per la stragrande maggioranza di persone poco intelligenti, ignoranti e con una certa propensione alla violenza indiscriminata”. Una delinquenza romantica e che non esiste più, di cui il compagno di indagini dell’Alligatore ha sempre rappresentato l’essenza. Un mondo di contrabbandieri con la tessera del Partito Comunista, scosso dalle stesse vicende che agitavano la politica italiana negli anni tra i ’60 e i ’70. Una appartenenza tanto sentita da far dire a Rossini, in uno dei suoi ultimi interventi: “In questo preciso istante sono pervaso da una stanchezza indicibile, pessimo e chiaro segno del progredire della malattia, e avverto la necessità di riconciliarmi. Non con la religione, ma con la politica, voglio morire comunista. E ribelle. Voglio tentare di andarmene pervaso da un senso di appartenenza”.

Ultime consolazioni: essere rimasto comunque un “diverso”, un “mutante” lo definisce lo stesso Carlotto, quando compare come personaggio all’interno del romanzo (meta-romanzo: l’autore come personaggio del romanzo stesso), perché non sono gli anni di galera la vera pena, ma “la gente di merda con cui sei costretto a trascorrerli” e la squadra di hockey di Feltre, per la quale ritrova affetti e orgoglio, quasi come un padre: “Per una volta sono stato solo me stesso. Ed è stato bello, maledettamente bello”.

Sono 153 pagine che volano leggere e che non ti fanno sentire il tormento di un uomo che muore, per quanto la morte sia sempre presente, soprattutto negli incisi in corsivo, scritti al presente e che riassumono il pensiero di Beniamino. Tutto il libro è scritto in prima persona, tranne la prima pagina e l’ultima:

“Sono sempre più debole” disse Beniamino al telefono con un filo di voce. “Dovresti sforzarti di mangiare di più” ribattei poco convinto. “Smettila anche tu con le cazzate” sbottò “Sto morendo”. Rimasi in silenzio. Beniamino è morto il 7 maggio 2006. Le sue ceneri sono state disperse su una cima delle montagne del feltrino e sullo scoglio di Mangiabarche in Sardegna, secondo i suoi desideri.

Il 19 settembre, quattro mesi dopo, il libro era già stampato, ma Rossini non ha fatto a tempo leggerlo. Le storie però sono state selezionate insieme, da lui e da Carlotto, per dare una trama congruente e continuata al romanzo. Altre avventure, assicura Carlotto, entreranno a fare parte delle storie dell’Alligatore, dove il personaggio Rossini continuerà a vivere.