Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Intervista a Massimo Carlotto

Autore: Fabio Napoli
Testata: Mangialibri.com
Data: 17 settembre 2009

Massimo Carlotto è uno dei più importanti - e prolifici (l'elenco dei suoi titoli ha superato da tempo la decina) scrittori italiani, noir e non solo: il suo nome è legato soprattutto alle avventure del detective Marco Buratti, più noto come l'Alligatore. Ama mixare lavoro d'inchiesta e fiction, e la sua formula narrativa ha ricevuto non pochi riconoscimenti (Premio Letterario Noir Ecologista Jean-Claude Izzo 2009, Premio Grinzane Noir 2007, Premio Selezione Bancarella 2006, solo per citarne alcuni). Durante il nostro incontro abbiamo parlato naturalmente di noir, e Massimo ci ha anticipato qualcosa sulla prossima avventura dell'Alligatore. Scoop? Come è cresciuto in questi anni l'aspetto del lavoro di inchiesta e in che modo ha contribuito la tua apertura a collaborazioni?

Il discorso dell'inchiesta è cresciuto al punto da arrivare ad un nuovo genere, che è il noir d'inchiesta. Un modo di far letteratura che è nato e cresciuto sopratutto in Italia, anche a causa del giornalismo italiano che si basa sempre meno sul lavoro investigativo. Un genere che si sta alimentando soprattutto grazie ai lettori, che consigliano agli autori quale caso approfondire. Si instaura un rapporto di fiducia tra l'autore e il lettore. In questo modo si fa quasi un uso sociale dell'autore. Personalmente ricevo ogni giorno articoli di giornale, suggerimenti, interi fascicoli giudiziari. Inizio ad essere chiamato da comitati cittadini locali che portano avanti battaglie su questioni che vengono toccate nei miei libri. In questo modo inoltre ho l'opportunità di venire a contatto con molte storie. Nei miei noir d'inchiesta tutto quello che scrivo è provato e provabile, e tutto può essere verificato e approfondito. Per quanto riguarda l'apertura alle collaborazioni è anche una questione di tempi editoriali. Mentre scrivo lavoro già ad un'altra inchiesta per il prossimo libro, perciò ho bisogno di collaboratori.

Si parla molto dell'esistenza di una sorta di comunità di scrittori noir. Tu che cosa ne pensi?
Quando ho esordito nel '95 una comunità di questo genere in effetti esisteva. Poi, con il tempo, si è disgregata su che cosa raccontare: una parte ha preferito raccontare la realtà che ci circonda, un'altra ha preferito dedicarsi a una letteratura di puro intrattenimento. Perciò, a mio avviso, non esiste più una comunità del genere, anche se non credo sia una cosa grave.

Come è cambiato il rapporto tra il noir e la geografia, tra il genere e la realtà che ci circonda?
Il rapporto tra noir e territorio è cresciuto soprattutto in Europa, e in Italia prima che in ogni altro paese europeo. Mentre questo rapporto nei romanzi europei è sempre più presente stiamo assistendo nella patria del noir, l'America, a un processo inverso e quindi a una disaffezione dei lettori ai noir provenienti da oltreoceano. Ho scoperto che in Germania le agenzie di viaggio organizzano addirittura dei tour nei luoghi che hanno fatto da sfondo a romanzi noir. Il luogo è diventato la caratteristica del romanzo europeo poliziesco.

Come la spieghi una certa tendenza a ingentilireil romanzo noir?
La funzione principale del romanzo poliziesco è quella di reificare le ansie del lettore rispetto alla morte, e questo non cambierà mai. D'altra parte è vero che il mercato si sta differenziando e che esistono romanzi polizieschi, basati su una struttura crimine-indagine-soluzione, che offrono una soluzione consolatoria che riafferma la legalità dello stato. Una tendenza che non penso durerà a lungo perché parlare oggi in Italia di legalità dello stato mi sembra difficile, e poi perché credo che a lungo andare i lettori si stufino di soluzioni consolatorie.

E' vero che per scrivere un noir occorre una mentalità matematica? Tu come fai quando devi scrivere un nuovo libro?
Io non ho una mentalità matematica. Una volta ce l'avevano gli scrittori di gialli, che disseminavano nei loro romanzi una serie di indizi per permettere al lettore di arrivare alla soluzione prima della fine del libro. Se oggi si scrivesse ancora in questo modo credo che il lettore si annoierebbe molto. Personalmente prima di iniziare a scrivere ho bisogno di un mese di tempo in cui penso dall'inizio alla fine la storia. Quella dell'ispirazione è una balla ottocentesca, parte tutto da un'idea ben definita alla quale aggrapparsi. E poi mi serve il titolo, senza di quello non riesco a buttare giù nemmeno una riga.

Che cosa ne pensi dei film tratti dai tuoi libri e che rapporto hai con il cinema e la TV? Quali sono i tuoi progetti in questo campo per il futuro?
Sono contento dei risultati cinematografi dei lavori che hanno preso spunto dai miei libri ?Il fuggiasco?

A settembre 2009, dopo sette anni di latitanza, una nuova storia del detective Marco Buratti, altrimenti detto Alligatore. Perché, e in che modo, hai deciso di ritornare a questo personaggio?
Sono tornato all'Alligatore in primo luogo perché sono stato più volte minacciato dai lettori E poi perché avevo bisogno di una storia che fosse adatta per far tornare l'Alligatore, e credo di averla trovata in un grande mistero di Padova, e cioè l'improvvisa scomparsa di 50 chili di coca. Si tratta di una storia che mi permette di raccontare come è cambiato il nord-est. Anche i personaggi, dopo sette anni, non saranno più gli stessi. Non sono un fan della serialità all'americana, perciò anche i miei personaggi saranno invecchiati.