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L'amore del bandito

Autore: Piergiorgio Pulisci
Testata: Thrillermagazine.it
Data: 28 settembre 2009

2004. Dall’Istituto di medicina legale di Padova spariscono 44 chili di sostanze stupefacenti. Criminalità organizzata da un lato e forze dell’ordine dall’altro si scatenano. L’Alligatore riceve pressioni per indagare e scoprire l’identità dei responsabili del furto. L’investigatore senza licenza non ci sta ma a certa gente non basta dire di no… 2006. Due anni più tardi scompare Sylvie, la donna di Beniamino Rossini, la ballerina di danza del ventre franco-algerina conosciuta anni prima in un night del Nordest. Il vecchio gangster non si dà pace e la cerca ovunque. Ben presto l’Alligatore, Beniamino Rossini e Max la Memoria si ritrovano braccati da un nemico misterioso che li ricatta e li costringe a entrare in un gioco mortale… 2009. La storia non è ancora finita. L’Alligatore e i suoi amici sono ancora in pericolo e attendono la prossima mossa del loro temibile avversario. Una storia di malavita, un noir dove si intrecciano i destini di vecchi e nuovi gangster in un mondo dove le regole di un tempo non esistono più. Solo il passato torna sempre a chiedere il conto.

Buoni o cattivi, mafiosi o onesti lavoratori, fedeli madri di famiglia o puttane, poliziotti o terroristi, tutti amano. Tutti. L’amore non si può rinnegare. Quando lo si sente dentro non lo si può ignorare. E l’amore può portare a fare cose incredibili. Anche uccidere. Trasformare l’uomo in una bestia. Portarlo sull’orlo della pazzia per il dolore e la rabbia. Ed è questo il rischio che corre Beniamino Rossini, bandito gentiluomo compagno di avventure dell’Alligatore che torna dopo otto anni in questo romanzo. Rossini, a cui hanno rapito la donna della sua vita, la conturbante ballerina Sylvie, non si dà pace. Lui, criminale d’altri tempi che con i suoi comportamenti e la sua personalissima etica delinquenziale ha sempre espresso una ribellione, una rottura con la nuova criminalità globalizzata senza regole né codici comportamentali, non avrebbe mai rapito o fatto del male a una donna. Ma le cose sono cambiate. Ora più che mai il vecchio gangster deve affrontare la dura realtà: la criminalità si è evoluta.

E si è evoluta maledettamente in peggio. Ha allargato il suo raggio d’azione sull’economia legale, ha esteso i tentacoli sulle istituzioni, ha contagiato come un virus inarrestabile porzioni sane di società, infettandole e ammorbandole. Risultato: l’infiltrazione è stata così pervasiva che è quasi impossibile distinguere o delimitare i confini precisi della malavita. Non ci sono più il bianco o il nero, il criminale da una parte e il poliziotto dall’altra, il magistrato integerrimo e il terrorista senza scrupoli. No. Tutto è avvolto da una pesante coltre grigia che rende indistinguibili i contorni e i colori delle cose. Il criminale spesso fa affari col poliziotto, e il terrorista agisce indisturbato, appoggiato dal magistrato. In qualsiasi verso giriamo questo caleidoscopio, otterremo soltanto una sequela pressoché infinita di tonalità di grigio. E il reagente che annacqua i colori rendendoli tutti uguali è formato dai soldi. Tutto nella nuova criminalità ha un prezzo. Le distinzioni nette appartengono al passato.

E ne è un esempio perfetto l’episodio — reale e documentato — che fa da scintilla per questa bella storia di criminalità, sentimenti e vendetta: dall’istituto di Medicina Legale di Padova spariscono quasi cinquanta chili di droga pesante. Gli artefici del furto come per magia hanno attraversato una grossa porta blindata protetta dal codice di un sistema d’allarme tecnologicamente molto avanzato. Un furto eclatante e misterioso. Tanto che le domande sono tante: come faceva il ladro a conoscere la password per entrare, senza lasciare nessuna traccia? Perché nel laboratorio era contenuto un così ingente quantitativo di stupefacenti quando per degli esami tossicologici bastano soli pochi grammi? Nessuna risposta. Tutto viene avvolto da un silenzio impenetrabile. Ma appena la notizia inizia a girare nel mondo della mala e della legge, criminali e poliziotti entrano in fibrillazione, gli uni pronti a far di tutto per mettere le mani sulla droga, gli altri decisi a impedirlo e capire cosa c’è dietro questo mistero.

Così l’Alligatore e i suoi soci vengono assillati da richieste di intervento. Tanti vogliono che indaghino sulla sparizione della droga. Ma è noto a tutti che i tre amici odiano le droghe. Questione di etica criminale d’altri tempi. Qualcosa che nel loro mondo vale ancora qualcosa. Così chiudono la porta in faccia a qualsiasi richiesta d’intervento. E forse è proprio questo che porterà qualcuno a fargliela pagare. E la persona che pagherà il prezzo più grande, per via della sua ribellione a un’ imperante criminalità senza regole in cui non si riconosce per niente, sarà proprio Beniamino Rossini. Ma quando si tocca l’amore di un bandito, allora anche i codici di una vita, anche un’etica mai tradita, possono subire degli scossoni e dei ribaltamenti, e l’odio e la vendetta diventano l’unica ragione di vita…

Dal rapimento della donna del gangster gentiluomo parte il sesto romanzo della saga dell’Alligatore. Una storia dura, dove i tre investigatori si ritroveranno impantanati in una storia di vendette mafiose e interessi criminali che vedono istituzioni e mafie straniere entrare in società. Questo bel noir mozzafiato, dal ritmo vertiginoso come nella migliore tradizione dello scrittore padovano, segna il ritorno dopo otto anni di assenza di un grande personaggio, l’Alligatore: investigatore ribelle e senza licenza che crede ancora in sentimenti quali l’amore, l’amicizia e la solidarietà, nonostante il mondo e i valori che ha sempre rispettato stiano cadendo a pezzi. Massimo Carlotto ha fatto una scelta molto coraggiosa a far attendere i suoi lettori per così tanto tempo. Ma il risultato di questa lunga attesa non poteva essere migliore. Questa è proprio la storia giusta per restituire ai lettori il protagonista della serie, invecchiato e reso più cinico dalle avversità e gli sgambetti della vita. Rompendo con la tradizione classica del noir e dell’hard-boiled, che vede i personaggi sempre uguali a se stessi, senza nessun cambiamento radicale nell’età, negli affetti o nel carattere, Carlotto ci regala dei personaggi che la vita e la crisi d’identità che la globalizzazione ha portato, hanno costretto a cambiare. Sono un po’ più tristi, ma sempre pronti a battersi per la loro giustizia. E quando in ballo c’è l’amore e l’amicizia, allora non bisogna avere scrupoli e andare fino in fondo, anche se ciò significa sporcarsi le mani e l’anima…

L’amore del bandito è la naturale prosecuzione del lavoro iniziato dal maestro del noir mediterraneo col romanzo Nessuna Cortesia all’Uscita. In quella storia Carlotto — profondo studioso del mondo criminale oltre che scrittore onesto e attento — poneva in risalto il crollo dell’impero della Mafia del Brenta nel Nordest, svenduta dal padrino veneto Felice Maniero che di fronte al violento affacciarsi della malavita straniera, attirata come un branco di iene dalla facilità di fare grossi affari e ripulire agevolmente grosse quantità di denaro sporco, si rese conto che non poteva competere di fronte a un sistema criminale molto più grande e violento del suo. Carlotto, in quella bella storia, lanciò nel 1999 l’allarme sul veloce espandersi di mafie quali quella albanese, rumena e russa, sostenendo che se non si fosse intervenuto in tempo, quelle organizzazioni criminali non se ne sarebbero andate più, divenendo parte del sistema nordest, quel grosso frullatore che miscela fino a farli divenire parte di un tutt’uno economia legale e illegale. Ora, dieci anni dopo, il padre dell’Alligatore usa questa bella storia di passioni e criminalità — questo è il primo episodio di una trilogia noir già chiara nella mente dell’autore — per gridare che la situazione è ancora più drammatica: le mafie straniere, serbi, kosovari e russi assetati di arricchimento, dal crollo di Maniero si sono impadronite del Veneto, approfittando del silenzio e della disattenzione delle istituzioni, occupando quello spazio lasciato sguarnito dalla criminalità autoctona.

E il modo in cui questo ratto è stato portato avanti è frutto di una filosofia economica iper-capitalista e globalizzata che si può riassumere in un semplice assunto: il pesce grande mangia il pesce piccolo. Così troviamo che la mafia nigeriana viene usata come ultima ruota del carro dalla più potente mafia serba, o che bande di ragazzini cinesi armati di machete vengano mandati a riscuotere il pizzo da emissari della dilagante mafia russa. Insomma, la realtà prospettataci da Massimo Carlotto è tutt’altro che consolatoria e tranquilla. Ma è la realtà. E ci pone di fronte a questa verità usando i suoi personaggi — che andranno a scontrarsi contro mafiosi serbi e kosovari — come elementi funzionali di una rappresentazione di una società criminale violenta e implacabile. Ma lo scrittore mette in risalto anche l’infelicità diffusa che infesta i cittadini della sua terra, diventati più ricchi grazie alla locomotiva Nordest, ma ora spaesati, disillusi e spaventati da un profitto creato con connivenze con ambienti malavitosi, sullo sfruttamento assoluto dell’ambiente e del territorio e del lavoro nero, e dalla angosciosa possibilità sempre più reale di veder sparire i profitti accumulati a causa della globalizzazione stessa che sta portando alla delocalizzazione di fabbriche e aziende in paesi — come la Romania — dove la manodopera costa meno e le leggi sono decisamente più flessibili; tutto sempre in nome della convenienza e della parossistica crescita economica di pochi su molti.

Terra di crimine diffuso e di profonde contraddizioni il Nordest di Carlotto, soltanto una delle location di questo bel romanzo, dove comunque è la storia a farla da padrona, perché la travagliata vicenda personale di Rossini prende da subito il sopravvento della narrazione, costringendo il lettore a seguire i tre soci nella ricerca della donna, che li porterà a scontrarsi contro il perverso traffico di esseri umani e della riduzione in schiavitù di donne ridotte a essere giocattoli sessuali in affitto. Sarà la rabbia e il desiderio di giustizia a spingere i tre protagonisti a mettersi sulle tracce della misteriosa Greta — un grandissimo personaggio — donna crudele e mente dell’organizzazione criminale che tiene in scacco i tre amici. Ed è anche la struttura del romanzo a intrappolare il lettore nelle sue maglie: disponendo con maestria la storia su tre piani narrativi cronologicamente diversi, Carlotto crea una continua fuga tra passato e presente, che aumenta esponenzialmente la curiosità del lettore man mano che viene a conoscenza di elementi del passato che vanno a inserirsi nel puzzle del presente. Tutto con una precisione impressionante.

Come capita sempre con i romanzi dell’autore padovano, la storia narrata può essere letta attraverso due livelli: un puro livello di intrattenimento, perché l’intreccio e lo stile sono meccanismi perfetti oliati alla perfezione dalla consumata esperienza del maestro del noir mediterraneo, oppure si può usare il romanzo come chiave di interpretazione della realtà. Comunque si voglia affrontare la lettura, resta assodato che questa è una storia veloce che pretende di essere letta trattenendo il respiro. Ed è uno di quei noir che riesce a colpirti nello stomaco, contorcerti dalle risate, strizzarti il cuore e far lacrimare gli occhi; spesso tutto nella stessa pagina. L’alligatore e i suoi soci non potevano tornare in scena in modo migliore.