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Ferrante: il mistero della bambola rubata

Autore: Renato Minore
Testata: Il Messaggero
Data: 20 novembre 2006

«Le cose più difficili da raccontare sono quelle che non riusciamo a capire.» E il racconto di ciò che è stato, con il suo tortuoso muoversi tra tempi diversi, ma nel tempo definito e definitivo del passato remoto dove tutto è alle spalle, e davvero si può dire «Sono morta, ma sto bene»: il racconto, dunque, è l’unica, possibile via per “capire” a disposizione di Leda, l’io narrante de La figlia oscura (e/o, 136 pagine, 14,50).

Che è il terzo libro di Elena Ferrante, nom de plume ormai quasi leggendario, che cela l’identità di chi scrive: pseudonimo di narratore sconosciuto o, più probabilmente, eteronimo di scrittore noto che gioca al mistero. Madre di due figlie che vivono lontano, da cui si è violentemente separata, non senza traumi e ripensamenti, Leda libera la colpa. E racconta la sua tormentata vacanza in una costa ionica, dopo che essa si è conclusa con un incidente d’auto un po’ inspiegabile. Come inspiegabile è il segno di uno spillone che ha trafitto le sue carni per punirla di un gesto “opaco” e senza senso (apparente). Quel gesto (il furto di una bambola e la sua tardiva restituzione alla mamma della piccola proprietaria) è stato una sorta di maelstrom silenzioso, un atto all’apparenza gratuito in cui sono precipitati i suoi giorni di intellettuale in vacanza alla riconquista di sé.

Nella storia il presente di Leda (la sua esistenza coinvolta in quella di un chiassoso gruppo napoletano che le ricorda le origini da cui si è apparentemente emancipata) tocca i ricordi di madre e di figlia. Come due blocchi di esperienze che si compenetrano, si specchiano, si frantumano, si ricompongono in un puzzle. Un groviglio di storie al passato e al presente con un tono ansante e percussivo del racconto, oscillante tra tracce, indizi, ustioni del vissuto. Così la “madre” Leda perennemente in recupero rispetto a ciò che le due figlie le hanno tolto, sta a suo modo “accanto” alla madre di Elena, la bambina della bambola, scrutandone e quasi invidiandole il rapporto. Così la “figlia” Leda è ancora impotente e vinta dalla divorante centralità fisica e sentimentale del suo modello materno. Così la bambola rubata, svuotata dal suo interno come in un simbolico parto, è il segno inquietante di una tensione, di un’oscura deriva del carattere e del comportamento.

La storia di Leda si distende sul disegno monco e spezzato della sua identità di donna “frantumata” su cui piove la luce secca e avvolgente della scrittura della Ferrante che impietosamente la taglia ma anche la riscalda, pietosamente.