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Intervista a Marco Rossari

Autore: Teo Lorini
Testata: PULP
Data: 16 marzo 2012

Così a quel romanzo comico e travolgente (a quando una ristampa?) Rossari ha fatto seguire Invano veritas, raccolta di racconti venati d'inquietudine e amarezza, e L 'amore in bocca, silloge di poesie col sottotitolo di "Canzoni sconce e malinconiche". In tanta imprevedibilità si può però rintracciare nell'opera di Rossari una costante interrogazione sul rapimento e sulla disillusione della scrittura, sulla vanità che l'ambizione letteraria può tirar fuori dalle persone e sull'immenso ardimento racchiuso nel sogno di cambiare il mondo con le nostre parole. Nel suo nuovo libro, appena uscito per e/o, Rossari accetta di compromettersi a fondo con questi temi, trasformando quelle suggestioni, quelle occhiate di sbieco in uno sguardo spalancato sulla lettura, sulla parola, sulla scrittura. L'unico scrittore buono è quello morto è un libro fuori dalle catalogazioni che, mentre si interroga senza sconti, interpella anche noi e ci fa ricordare i motivi per cui, al di là e al di sopra di tutte le delusioni e i tradimenti, torniamo di continuo a innamorarci di questa cosa chiamata Letteratura.

Aforismi, racconti, riflessioni... il tuo libro contiene materiali diversi, tanto che avrei la tentazione di chiederti se si tratta di uno degli "Oggetti Narrativi non Identificati" di cui s'è parlato a proposito del New Italian Epic.
Direi di no. Non tanto perché il tema di L'unico scrittore buono è quello morto non è certo una "epica italiana", quanto perché "nuovo" mi sembra l'aggettivo meno adatto per un libro così. Anzi, è proprio la natura inclassificabile cui accennavi a collocarlo nella scia di una grande tradizione. Se pensi, fatte le dovute proporzioni, a Flaiano, Manganelli, Campanile ... Certo, oggi è sempre più difficile per un libro così farsi strada (penso anche a quelli strambi, ambigui, inclassificabili di un autore che amo molto come Michele Mari). Esistono scrittori antologicamente fuori collana: sono quelli che mi interessano di più. Scrivono ]ibridi.

E i memoir ... ?
È un'abitudine stramba: prendere un libro di ricordi personali, un memoir appunto, e pretendere che tutto sia vero e, viceversa, che in un romanzo tutto debba essere frutto d'invenzione, come se la narrativa e la vita non avessero invece delle zone grigie in cui ci si perde. Come se la scrittura non fosse comunque, un lavoro- fra l'altro- di selezione, invenzione. Uno dei punti focali del libro è questo: che nelle zone sfumate che la scrittura contiene ci si rischia di perdere. Il titolo originale, non a caso, era proprio Gli scrittori perduti, non nel logoro senso di "maledetti", ma nel senso di "smarriti" dentro il labirinto delle parole. E questo smarrimento, alla fine, è lo stesso che ho attraversato io e che mi ha portato a questa miscellanea ...

... sulla scrittura. Perché secondo me è questo è l'elemento che prevale nell'Unico scrittore buono. Sei d'accordo?
Sì, è un libro che raccoglie diverse idee forti sulla scrittura. A me piace pensarlo come una specie di quadro astratto, le cui diverse componenti danno un'impressione di caos e sfuggono alle definizioni, ma allo stesso tempo trasmettono una sensazione intensa e persistente.

A me viene in mente un triangolo ai cui vertici stanno tre dimensioni: la Vita, la Scrittura e la Pubblicazione, tre momenti che a volte si sfiorano e altre volte si contrappongono. Cominciamo dalla tensione dialettica tra Scrittura e Pubblicazione.
Molta parte del libro gravita attorno a questi due poli: già il titolo gioca con quest'ambiguità. In che senso L'unico scrittore buono è quello morto? Perché, una volta pubblicato, non ha più slancio vitale? Perché, se non lo è, non è mai nato?

Tant'è che il libro è dedicato "agli scrittori vivi" ...
Io penso che uno scrittore sia vivo quando è fedele alla propria idea, alla propria ambizione.

E allora perché È buono solo quando è morto?
Perché s'è messo l'anima in pace? Perché parla solo con i morti? Perché non deve presentarlo da Alain Elkann? La scrittura è unicamente se stessa: scrivi quando scrivi. Pura tautologia. L'unica committenza che hai è la vocazione verso il progetto che hai in mente, in totale assenza di rapporto con il mercato (a meno che, ovviamente, tu non voglia lisciare il pelo a una fetta di pubblico, ma è un'altra faccenda). Questa libertà si scontra con il momento della pubblicazione, che invece è, com'è risaputo, frustrante. I problemi di distribuzione, le pile di thriller nordici, "ci regali un raccontino per l'antologia?" ... E poi arriva la Holly Golightly di turno che ti chiede: "Davvero sei uno scrittore? Ci campi con quel che scrivi?". "No, ci crepo", dovresti rispondere.

Dall'altra parte ci sono quegli scrittori che pensano che, se non pubblichi, non esisti ... C'è uno scrittore nel tuo libro che, dopo aver esaurito tutte le possibili forme di pubblicazione - quotidiani, blog, antologie, twitter - chiude tutto e comincia a scrivere con i morti e dice "E la lingua dei morti era una lingua esaltante".
Sì, perché c'è un momento, quando scrivi sul serio, in cui davvero parli con i morti: non hai nessun committente, il lettore non esiste ancora, non pensi a chi destinare il tuo libro, a chi lo incontrerà (parenti, colleghi, amici ecc.): tutto questo resta - e deve restare - fuori dalla porta. Poi tutto rientra in gioco nel momento in cui ti confronti con il mercato. Lo scrittore si muove tra questi due estremi come un funambolo che parte dal primo nucleo - quello della propria vita, della propria libertà, della propria vocazione - e cammina verso l'altro punto ... Philippe Peti t che attraversa sul filo lo spazio tra le Torri Gemelle. Il problema è che un sacco di volte di là non ci arrivi. O meglio, ci arrivi, ma l'altro estremo non è affatto il gemello di quello da cui sei partito.

Nel libro c'è appunto un racconto su Joyce ...
... in cui ogni opera gli viene costantemente rifiutata dagli editori. Ma il fulcro non è il mondo editoriale o il paradosso (che mi hanno citato) per cui nessuno oggi pubblicherebbe Joyce. Quello è un racconto su uno scrittore che ogni volta alza l'asticella della propria ambizione, senza mai farsi influenzare dai rifiuti che invece condizionano molto il tuo rapporto con la scrittura: venire rifiutati da sessanta editori, inevitabilmente ti crea dei dubbi sul tuo lavoro (e li crea anche alla tua fidanzata, credimi), e sono dubbi che devi combattere con tutte le tue forze, perché alla fine dei conti la Scrittura è una faccenda terribilmente solitaria: La vicenda di uno scrittore come Moresco, che io menziono nel libro, è l'emblema di questa lotta in clandestinità, furibonda, per affermare la propria idea di letteratura pur non trovando alcun riscontro né nell'editoria né nella società.

Un passo dell'Unico scrittore buono contiene una sorta di decalogo del "lettore da evitare", una rassegna esilarante di tic e automatismi che uno scrittore non vorrebbe mai incontrare: "I lettori che i noir raccontano meglio la realtà. I lettori che non leggo i contemporanei. I lettori che gli scrittori devono raccontare il loro tempo. I lettori che i pubblicitari sono i poeti del nostro tempo" e cosi via.
È una carrellata un po' sciocca. Di certo a me non piace il lettore che va al di là del libro. Quello che, mentre lo scrittore indica il libro, si dedica a guardare solo l'autore, fa un torto alla sua esperienza di lettura e alla vita del libro. Rovesciando la battuta di Holden Caulfield, io non avrei nessuna voglia di telefonare e uscire a cena con gli scrittori che amo. Probabilmente Céline ti avrebbe scroccato la cena ... E Roth sdraiato la fidanzata, stando agli stereotipi ... Io ho un'idea sacrale del testo: lì c'è tutto quello che devi sapere. Una delle cose belle che succedono a chi lavora nell'editoria è che ti capitano in lettura dei pdf, dei protolibri in cui non sai nulla dell'autore o dell'opera. Niente paratesti a guidarti, solo questa sorta di oggetto ancora da pubblicare, come una carcassa anzi, un feto, una carcassa al contrario, sanguinolento, nudo, senza nome, copertina, trama, fascetta, bandella, risvolto ... e tu, senza niente a guidarti, devi entrarci e dire: com'è? Quella sarebbe ancora un'esperienza valida, se non venisse pagata così poco.

Allo stesso tempo, a me sembra che il lettore sia importante perché lo scrivere è, in ultima analisi, un atto comunicativo, un messaggio messo nella bottiglia e lanciato verso un destinatario sconosciuto. Anche grandi artisti dell'uso della lingua, Gadda, appunto, Malaparte, Consolo o, tra i viventi, Mari che sicuramente scrive per pochianche costoro scrivono anche per comunicare e raggiungere. E tu? Per chi hai scritto e cosa volevi suscitare in chi scrittore non è?
È vero: si scrive per far arrivare qualcosa. C'è un lettore ideale (anche se non è sicuro che il tuo messaggio in bottiglia arrivi proprio a lui) ed è quello che raccoglie tutto quello che tu, come Pollicino, hai disseminato e poi ti ritrova. E quando accade è bellissimo perché, come scrittore, non sei mai sicuro che una cosa (un concetto, una riflessione, un'immagine) ci sia veramente fino a quando qualcuno non la intercetta. Poi questo libro è scritto anche per chi ha voglia di divertirsi con la letteratura. A volte si sottovaluta il piacere, il godimento puro della lettura. E anche della scrittura. Ecco, io mi sono divertito a scriverlo. Inoltre volevo che trasparisse l'amore per la parola. Facendo un bisticcio, è come se i personaggi del libro prendessero troppo alla lettera la letteratura. Nel momento in cui ti innamori di certi scrittori, di certe voci, rischi di trasformare questo amore in un'ossessione, in una sorta di stalkingverso il libro stesso, fino a perdercisi dentro. In uno de! racconti il protagonista sente dentro i libri le voci dei loro autori, sempre più assordanti, finché lui non percepisce anche la voce di chi scrive i menù dei ristoranti e il libretto d'istruzioni della tv. Perché per me la scrittura è una fortissima impronta digitale. Da lettore, avverto la voce dell'autore nel giro di frase: non è soltanto qualcosa di grammaticale, ortografico, ma davvero di esistenziale. Se uno scrittore è fedele alla propria voce, non c'è editor che possa cancellare questa eco. Nel mio libro, nei miei personaggi volevo che ci fosse questo rapporto quasi ossessivo, quasi errato con le parole, quest'amor fou che mi fa pensare alla Signora della porta accanto di Truffaut: né con te, né senza di te.

Questo è un tema che mi ha molto suggestionato: la scomparsa dell'autore. I personaggi o gli autori di cui parli lentamente si sgretolano, scompaiono, muoiono (come da titolo) ...
Be' sai, questo libro è anche un esorcismo.

In che senso?
La mia storia editoriale ha subito una battuta d'arresto. Quando un libro in cui credi con tutta l'anima viene rifiutato da ogni editore (mancavano solo quelli a pagamento) rischi di smarrirti. Ma allo stesso tempo io, pur non scrivendo molto, sono fra quelli che pensano ossessivamente alla scrittura. Una parte della mia testa è sempre lì. In uno dei miei personaggi, ad esempio, questa tensione viene risolta nel momento in cui lui decide di non essere uno scrittore. È, per citare Cioran, la tentazione di non esistere.

È stata anche tua?
Lo è tutt'ora. D'altro canto questo pensiero, questo costante richiamo della pagina anche quando non sei davanti al tuo foglio di word, è uno dei motivi per cui vale la pena esistere. Il dramma è che, leggendo, tendi a farti un po' scrittore. Anzi, lo scrittore è una sorta di mucca pazza delle lettere: è uno che ha letto troppo e a un certo punto è andato fuori di senno.

Una volta di più Cervantes si conferma il patrono degli scrittori.
Don Chisciotte è uno che si è convinto che la pagina è più reale della vita e che è più bello stare là dentro: ho sempre pensato che il primo impulso della scrittura sia l'imitazione nel senso più alto del termine. Ci sono scrittori che innescano questo desiderio. Il mio, ad esempio, è stato Poe. La prima volta che ho scritto un racconto (orribile) è stato dopo aver letto Il cuore rivelatore. Mi aveva così impressionato che mi sono detto: io voglio scrivere come quest'uomo.

Che fine ha fatto quel racconto?
L'ha mangiato il cane. Al di là di questi trascorsi, l'imitazione per me è sempre stata un impulso potentissimo, la spinta che ti fa dire: voglio ricreare quest'idea di bellezza. Non ti abbandona fintantoché continui a leggere e crea anche molta infelicità, perché a volte non ci riesci, perché chiedi tanto, davvero tanto, a te stesso per arrivare a quel punto. E più vai avanti maturando (il che non è detto: ci sono scrittori che rimangono sempre uguali a sé stessi, e sono quelli che amo meno), più cambi, più leggi cose diverse e più il mondo entra dentro di te e tu cerchi di esserne all'altezza raccogliendone le suggestioni, traducendolo nella tua voce, nella tua pagina. Per questo l'estinzione dell'autore di cui parlavi tu è un rischio a cui si è perennemente esposti.

È un'altra chiave di lettura per il tuo titolo. Viene il momento in cui lo scrittore buono, lo scrittore vero, si annulla: ndla morte o più . semplicemente ndla sua opera, ritirandosi, lasciando solo la sua opera a parlare per lui; e proprio questa sparizione farà di lui compiutamente uno scrittore.
Paradossalmente l'autore è l'unico personaggio di un libro, ma è anche un convitato di pietra, un'assenza evidente. Volevo raccontare dei personaggi che, per un motivo o per l'altro, vivono questa contraddizioni in termini. E usare il divertimento come cavallo di Troia per raccontarlo. Però, scusami, il tuo libro più che divertente è comico. Sono contento che tu non parli di "ironia". Anche se la si confonde spesso con il comico, l'ironia è un'altra cosa. Il comico è una visioni dolente del mondo, una prospettiva in cui chi è addolorato impara a ridere perché vede il rovescio della sofferenza: pena talmente tanto che attraversa tutto lo spettro del dolore e arriva dall'altra parte. Dove c'è la risata.

Non a caso le tue riflessioni sul mondo dell'editoria, la pubblicazione, la traduzione, il mito dell'autore, le interviste ... sono tristissime ma tu riesci a riderne e - per questo - a far ridere anche il lettore.
Come ho accennato prima, questo è anche un libro "parallelo": è il frutto impazzito di quell'altro libro, che conteneva anche una riflessione cupa sulla scrittura. Mentre quello era un libro pieno di sofferenza, questo ne è lo specchio deformato. Questo è il fool, mentre il fulcro della tragedia è quel libro sepolto che non ho mai pubblicato. L'unico scrittore buono invece è una sorta di trickster, di giullare che ci gira attorno. Il tragicomico che abita queste pagine scaturisce da quella perdita. L'unico scrittore buono è quello morto è anche un modo per dire che il momento in cui mi sono sentito più vicino alla mia vocazione è coinciso con un colossale naufragio. E quindi, mentre sgranocchiamo questo testo che è arrivato in libreria, quello buono sta sottoterra.

A questo proposito, in uno di questi racconti c'è un giornalista che fa i conti con il genere di libro che si lega a una certa fase della vita, nel suo caso: i beat. Spedito a San · Francisco per un pezzo su Kerouac, si trova nel posto dove è nata la sua passione, ma a un'età in cui quella passione è finita. Quanto conta, perché si attivi la "trasmissione" di cui tu parlavi, continuare a cercarla, anche magari lasciandosi dietro delle rovine, un po' come gli accampamenti abbandonati che testimoniano il passaggio delle spedizioni himalayane?
Ci sono due ordini di problemi: quella letteratura appartiene a una certa età della vita perché sposa un'idea travolgente, anfetaminica; vitalistica che poi giocoforza è difficile perpetuare nella maturità, quando si smaglia l'algoritmo per riprendersi dalla bisboccia. Dall'altra non è solo un'abiura dei beat, perché c'è anche tanto amore, è anche un'irritazione verso la maniera giornalistica di riproporre a cadenze regolari il mito-beat, il kit del maudit tutto compreso, verso la mercificazione di un personaggio come Kerouac, che diventa macchietta mentre, al netto dei suoi grandi limiti, è uno che ha subito nella carne questa celebrità repentina, questo martirio mediatico, l'inscatolamento in un'icona in eterno uguale a se stessa. È un trattamento a cui altri sono sopravvissuti: Ginsberg un po' ruffianamente, Burroughs perfidamente. Kerouac invece ci è affondato e questo me l'ha sempre fatto vedere con affetto. D'altra parte è chiaro che leggendo ti metti alle spalle dei romanzi (penso soprattutto a quelli successivi a I sotterranei) che oggi risultano magari fragili, ingenui. .. E allo stesso tempo, sono una foto di te quando avevi 8 anni. La guardi e pensi: com'ero coglione, ma lo pensi con affetto, perché una parte di te, dopotutto, è ancora lì. Soprattutto la parte cogliona.

Chi legge i tuoi libri in fila, trova il romanzo, i racconti, la poesia: non ce n'è uno uguale all'altro. Questa varietà è ciò che ci si dovrebbe aspettare dallo scrittore, che si cimenti ora con la prosa, ora con la drammaturgia, ora con la lirica ecc ... Invece oggi no: oggi è come se ci aspettassimo di poter catalogare i nostri scrittori.
Temo che sia un po' come nel mondo dell'arte: trovi un buon gallerista che ti sponsorizza perché fai dei bellissimi paesaggi, ma nel momento in cui passi a dipingere nature morte è facile che si indispettisca, perché il tuo nome ha cominciato a girare tra i conoisseurs associato a un'immagine, a un'etichetta. Nel momento in cui divieni riconoscibile, sei imprigionato. I più coraggiosi, quelli a cui si dovrebbe guardare, sono coloro che si rendono continuamente irriconoscibili. È una delle forme più alte di rispetto verso il pubblico: non dargli, come diceva Arbasino, "il risotto" ma cercare di sabotare l'aspettativa. Tralasciando il sottoscritto (tra l'altro credo di averlo fatto in minima parte), gli scrittori che amo sono proprio quelli che si inabissano e non sai mai da che parte riemergeranno.

Ad esempio?
Tiziano Scarpa. La sua opera mi fa pensare a quei film comici in cui si apre una falla e il protagonista la tappa con la mano. Allora se ne apre subito un'altra alle sue spalle. Lui tappa anche quella e il mare entra sotto forma di zampillo da sotto, poi dall'alto e così via, senza che si riesca mai ad arginarlo. Solo che lo zampillo è quello della sua creatività.

Abbiamo parlato di lettori e di scrittori, ora elogiandoli, ora criticando di ciascuno tic, automatismi, pose. Ma il tuo libro convoca continuamente a deporre anche quella cosa chiamata Letteratura: che cosa le chiedi e di cosa la accusi?
Letteratura è una parola che resta vacua per me. Quando penso alla letteratura, penso a qualcosa di scritto. In questa dimensione entra qualsiasi cosa ... Nel momento in cui veicoli una comunicazione, apri uno spazio alla letteratura.

Allo stesso tempo, però, i moltissimi personaggi di questo libro sono tutti immersi dentro il sogno della letteratura. Sono sognati nella letteratura e sognano la letteratura.
Sento affacciarsi lo spettro di Borges.

In effetti ...
È uno dei molti numi di questo libro. Non a caso lui fa un'opera di continuo svuotamento: il labirinto, lo specchio, la traduzione ... Con questo libro, ho svuotato il mio cestino di pesi che avevo attaccati: la traduzione, l'amore per certi scrittori, le pose in cui ci si imbatte pubblicando, le idiosincrasie. L'unico scrittore è anche un modo per prendere quel che ingombra la scrivania, rovesciarlo per terra e metterei un foglio bianco, che è poi quello da cui vorrei ripartire per scrivere una cosa diversa. Questo è un libro di scorie, non solo di storie, di tossine da smaltire. Questo libro è una sauna. Un atto d'amore e allo stesso tempo un dispetto verso la letteratura. Wenders diceva "il rock mi ha salvato la vita"; secondo me può anche fregartela. Quante volte i personaggi che amiamo sono stati buggerati dalla letteratura? Eppure sono i suoi più grandi alfieri: solo quelli che ci hanno perso tutto possono dire di averla amata davvero.