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Le monde, c'est moi

Autore: Luca Pantarotto
Testata: AtlantideZine
Data: 26 marzo 2012

Enigmatico, ironico, vertiginoso. Voltare l’ultima pagina de La Scuola degli Egoisti di Eric-Emmanuel Schmitt ci lascia le sensazioni lievi e un po’ stordite di uno quei sogni che, al risveglio, non si è mai del tutto sicuri di aver sognato. Del sogno, il racconto ha tutte le caratteristiche: la scivolosa ambiguità, la penombra delle atmosfere, l’esuberanza eccessiva di certi scenari e l’incomprensibilità di alcuni comportamenti, di alcuni sviluppi. Elementi difficili da maneggiare, per un romanziere alla sua prima prova (anche se tradotto da noi solo l’anno scorso, il libro è del 1994): eppure il modo in cui Schmitt riesce a mescolarli e dosarli ci regala una storia avvincente come un poliziesco e profonda come un conte philosophique.

Proprio come in un sogno, sfumano lievemente i contorni dell’incipit, nella biblioteca-ossario in cui Gérard Lagueret, circondato dai “crani” silenziosi degli eruditi suoi compagni di reclusione, d’improvviso apre gli occhi stanchi alla consapevolezza di odiare il proprio lavoro, le ricerche inutili che conduce da anni su testi astrusi che non interessano a nessuno, nemmeno a lui. “Sto sognando… non vivo più… Sono prigioniero in un trompe-l’oeil…”. E tra questi contorni sfumati, per il caso di un gioco, si fa strada la figura di Gaspard Languenhaert, bislacco filosofo settecentesco, salottiero, attraente e ripugnante, propugnatore di una teoria dell’Egoismo tanto estrema che avrebbe fatto arrossire persino Berkeley.

Il corpo non esiste. Il mondo non esiste. Esiste solo in quanto qualcuno lo sta pensando, e quel qualcuno non sono altri che io. Io che scrivo. Io che leggo. Io che penso me stesso pensante, pensando e creando al contempo te che mi leggi, ma che in realtà non esisti al di fuori di questo breve istante in cui io mi rivolgo a te. L’Egoismo di Dio, o la solitudine di un folle? La logica di Languenhaert non lascia scampo: dato il presupposto di essere l’unica realtà esistente, creatrice del mondo e dei suoi abitanti, non c’è differenza tra il credersi Dio e l’esserlo realmente. E Languenhaert ha deciso di esserlo.

Peccato che Dio comprenda, alla fine, di non aver mai davvero voluto ciò che ha creato, né se stesso né tantomeno il mondo; di essere anch’egli, come le sue creature immaginarie, incatenato a se stesso, alla propria involontaria esistenza. Fino a confessare: “La condizione di Dio mi appare come la peggiore delle prigioni…”. Così il cerchio si chiude: al pari delle sue creature, anche Dio è un sogno. Con il danno aggiuntivo che per Dio non c’è risveglio; e la beffa che, esaurita la propria esperienza terrena, il mondo che – malgrado tutto – gli è sopravvissuto sembra aver voluto perdere ogni traccia di lui. Gaspard Languenhaert aveva creato il mondo, e il mondo lo ha cancellato.

Dopo quella prima comparsa alla Biblioteca Nazionale, ogni apparente traccia lasciata dal filosofo si tramuta all’istante in silenzio: pagine mancanti asportate da libri fasulli, ritratti lacerati, storie narrate da scrittori improvvisati e sconosciuti… La ricerca di Lagueret procede per vicoli ciechi, paradossi e ritratti fulminanti (geniali le riunioni della scuola degli Egoisti, ognuno dei quali convinto di essere l’unica realtà esistente), sorretta dall’abilità narrativa con cui Eric-Emmanuel Schmitt le impedisce di perdersi nel suo stesso caos. Così, come una melodia che non sbaglia un accordo, che non stona mai nemmeno nei passaggi più impervi, il racconto si snoda fino ad un finale che, come ogni buon finale, conferma la vicenda ribaltandola, e costringendo noi a ripensarla da un punto di vista inaspettato.

Un delizioso racconto che, nell’incrocio di piani temporali diversi e realtà mentali parallele, prometteva già agli esordi l’ormai matura maestria dell’autore de La donna allo specchio.