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LO SPECCHIO RIFLETTE LE IMMAGINI MA NON PUÒ DIRCI NIENTE DI PIÙ

Autore: Claudia Peduzzi
Testata: Reader's Bench
Data: 27 marzo 2012

Dopo i primi tre capitoli – ognuno dei quali presenta una delle protagoniste Anne, Hanna, ed Anny - ho sentito l’esigenza di verificare se l’autore fosse davvero un uomo,  come il nome lasciava supporre.

Appurato che non si trattava di uno pseudonimo mi sono tranquillizzata riflettendo sul fatto che in effetti era dovuto ricorrere a tre co-protagoniste, non riuscendo evidentemente a concepire che nella stessa persona potessero convivere personalità così diverse, mentre io riuscivo benissimo a trovare qualche cosa di me in ognuna di loro.

Proseguendo coi capitoli successivi ho deciso che stavo sbagliando chiave di lettura, perchè il romanzo ruotava evidentemente attorno alla considerazione che le tre donne, pur vivendo in luoghi ed epoche differenti (il medioevo nelle Fiandre, la Vienna del primo Novecento e la Hollywood dei giorni nostri) soffrivano del medesimo disagio esistenziale: la difficoltà ad omologarsi al ruolo che le rispettive società si aspettavano da loro. Riconoscendomi immediatamente quale vittima della stessa sindrome mi sono sempre più appassionata alla lettura e alle vicende personali delle tre Anna, sperando di trovare lungo il cammino qualche dritta sfruttabile in prima persona. 

I romanzi possono essere letti anche così, limitandosi alla superficie e nel caso specifico si guadagnano persino tre storie al prezzo di una.

Ma il titolo avrebbe dovuto mettermi in guardia, perché lo specchio riflette solo delle immagini, senza dire nulla riguardo a ciò che esse realmente sono.  Allo stesso modo in cui ognuno di noi si riflette negli occhi degli altri, che credendo così di conoscerci ci materializzerà attraverso un codice - le parole – inventato agli albori della civiltà per etichettare gli oggetti e dare ordine al caos. Ma, come saggiamente dice la mistica Anne di Bruges, “Non esistono parole per raccontare l'invisibile”.

Il bisogno di ordinare il caos è il pilastro fondamentale su cui si basano tutte le società organizzate. Per funzionare esse hanno bisogno di un codice comportamentale, non c'è spazio per gli outsider, per coloro che non vogliono giocare secondo le regole.

Ma l'autore scivola in un paradosso. Mentre per la medioevale Anne e la Hanna del primo '900 la ricerca di un destino fuori dalla norma consiste nell'aspirare ad altri traguardi rispetto a pulire, fare ed accudire figli e sottomettersi alla dominazione dei maschi,  per la contemporanea Anny, attrice hollywoodiana di successo, lo strappo alla regola consiste nell'abbandonare la vita dorata, ma fasulla, dello star system per ritornare a valori più autentici: l'amore e la famiglia.

A riprova che la storia è caratterizzata da corsi e ricorsi si verifica una sorta di chiusura del cerchio. Dopo lo strappo di Anne, che rifiuta la regola del matrimonio, salvo adattarsi poi al ruolo di beghina, dopo la discesa di Hanna nei meandri dell'inconscio alla scoperta della miriade di azioni eazioni che il nostro corpo compie indipendentemente dalla nostra volontà cosciente, ecco che Anny, sperimentata l'impossibilità di sfuggire a se stessi con l'aiuto della chimica (alcool e droghe), trovando la soluzione proprio in ciò che Anne aveva rifiutato secoli prima: il matrimonio. Se non che possiamo ritornare sui nostri passi, ma non saremo mai più quelli di prima.

Di conseguenza l'uomo che Anny trova non è più l'affidabile Philippe, robusto e solido lavoratore senza grilli per la testa, e nemmeno l'aristocratico Franz infatuato della bella moglie, ma il fragile Ethan. Colui che inizialmente appare l'angelo salvatore, l'infermiere al quale Anny si affida, in realtà si rivela inadeguato al ruolo e quando, ormai guarita, scopre la scorta di analgesici e medicinali vari che il fidanzato nasconde, realizza di essere migliore di lui e decide di aiutarlo ”perchè rendersi responsabile di qualcuno la rendeva responsabile di se stessa.”  Compassione più che amore.