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Le prugne di Christa

Autore: Manuela Poggi
Testata: ALIAS - il manifesto
Data: 25 novembre 2006

Scrivere come arma contro l’incessante perdita di esistenza. Oltre a questa, sono due le ragioni principali che hanno spinto Christa Wolf, la più grande scrittrice tedesca contemporanea, a scrivere il suo ultimo libro Un giorno all’anno, appena pubblicato da e/o (pp. 581, €19) nella bella e puntuale traduzione di Anita Raja. La prima è legata a un’iniziativa lanciata nel 1936 da Maksim Gor’kij e ripresa nel 1960 dal giornale moscovita Isvestija con un invito rivolto agli scrittori di tutto il mondo: «Descrivere con la maggiore esattezza possibile una giornata di quell’anno, e precisamente il 27 settembre». La seconda, che spiega perché per Christa Wolf la cronaca di quello stesso giorno si sia protratta fino a oggi, culminando in questa raccolta di quaranta giornate dal 1960 al 2000, è profondamente legata alle intenzioni poetiche dell’autrice, che fanno dell’orrore per l’oblio il perno della sua opera e la chiave per comprendere i processi storici.

Affrancata da intenzioni artistiche, e intenzionata a impedire che caducità (Vergänglichkeit) e inconsistenza (Vergeblichkeit), «sorelle gemelle dell’oblio», trascinassero con sé «soprattutto il quotidiano», Christa Wolf (nata Ihlenfeld nel 1929) si è dedicata per quarant’anni alla meticolosa annotazione dei fatti di ogni 27 settembre, che si è sviluppata, affiancata o sovrapposta alla stesura dei suoi testi e perfino dei suoi diari veri e propri. Man mano che si procede nella lettura di Un giorno all’anno si intuisce come l’intenzione di restituire una diagnosi del quotidiano, che si dispiega – come annunciato dall’autrice nella prefazione – attraverso le categorie proprie del diario (il vissuto, il pensato, il provato), vinca progressivamente le remore e la noia iniziali del dover ricordare debitamente una giornata che viene rievocata a partire dalla sveglia mattutina e che spesso si protrae alla cronaca dei giorni successivi. Come sempre nella Wolf, anche nei testi di derivazione non esplicitamente personale (come è il caso invece di Guasto del 1987 o di Che cosa resta del 1991), la materia narrativa si nutre di quella biografica, ma qui la tessitura della prosa diaristica è vivificata dalla narrazione degli accadimenti esterni tanto da suscitare il dubbio tautologico che non sia in effetti la vita della scrittrice ad acquisire rilevanza perché vissuta in un humus storico particolarmente ricco, quello cioè di una Germania orientale isolata e inglobata nel blocco sovietico, e perciò divenuta necessaria a molta letteratura tedesco-orientale (per stessa ammissione dei suoi più illustri protagonisti, non ultimo l’Heiner Müller autobiografico di Krieg ohne Schlacht, che poneva la sua vita a cavallo di due dittature quale conditio sine qua non della sua opera artistica).

Il processo mnestico dell’immediato che accade in Un giorno all’anno, riletto con la distanza del tempo e alla luce dell’evoluzione dell’autrice, dà vita a pagine di grandissima intensità letteraria, in cui ci è dato osservare il confronto tra la vita privata della famiglia Wolf e la vita pubblica dell’autrice, e tra questa e la sempre più problematica res publica tedesco-orientale, in un continuo contrappunto tra storico e biografico che, sebbene non nuovo alla letteratura tedesca contemporanea (basti pensare a Uwe Johnson), lascia ampio spazio di riflessione su un genere che mescola sapientemente l’autobiografia al documento storico.

La famiglia di Christa Wolf, il marito Gerd, anch’egli autore, critico e poi editore, le figlie Annette (1952) e Tinka (1956), con la quale il lettore festeggerà ogni compleanno – essendo questa nata il 28 settembre ed essendole perciò dedicato molto spazio per i preparativi dei festeggiamenti – e poi generi e nipoti, si spartiscono le pagine di questo libro con i protagonisti della cultura e della politica tedesca (e non solo) degli ultimi quarant’anni.

Al racconto della vita in campagna vissuta nel Meclemburgo bucolico di Neu Meteln e Woserin, con la sua cucina, i suoi colori e la sua gente, si mescola così il racconto dei giorni berlinesi, dei viaggi all’ovest («di là»), delle amicizie o frequentazioni importanti (Anna Seghers, Erich Honecker tra gli altri), senza tuttavia riuscire mai a cogliere un segno di discontinuità o disturbo in pagine che affiancano, per dire, il dibattito politico sorto attorno al caso Biermann (contro la cui espulsione dalla Rdt nel ’76 fece seguito una lettera aperta firmata da dodici intellettuali della Germania tedesco-orientale, tra cui Christa Wolf) e le confetture di prugne o le polpette di Konigsberg fatte in casa.

La costante riflessione sull’«esperimento-Ddr» e la sua pubblica messa in discussione, insieme a quella sulla propria fede marxista, che accompagna Christa Wolf negli anni, le causa non pochi problemi di stabilità psicologica e la sottopone per trent’anni al controllo della Stasi, trova sfogo in vividissime pagine dedicate alla contemplazione della natura percepita come idillio e rifugio dalla vita pubblica, e (consapevolmente?) contrapposta all’alienante società del progresso socialista, sui cui effetti deleteri la Wolf indugia qui e altrove (fin dagli esordi con Il cielo diviso del 1961), nella non banale constatazione che i luoghi vivono delle persone che li frequentano e amano (così nella descrizione della veduta da una finestra di casa Wolf a Woserin, dove la scrittrice promette all’«albero di Franci», sopravvissuta ad Auschwitz, madre deceduta del genero dei Wolf e loro grande amica, che si occuperà di suo figlio).

Il protocollo annuale dei 27 settembre, scandito dai momenti della più comune quotidianità, sveglia, lettura/ascolto delle notizie, disbrigo posta e faccende domestiche, scrittura, pranzi cene e acquisti, diventa sempre più un micro-spazio necessario in cui custodire eventi destinati a lasciare memoria di sé, secondo il precetto goethiano tratto da Poesia e verità e appuntato nel ’61: «bisogna annotare, sia pure per registrare sobriamente ogni giornata. Non voler scrivere ‘bene’. Spunti, fatti. Niente sfoghi sentimentali».

Sebbene spesso le cesure storiche (la costruzione del Muro, la rivoluzione pacifica dell’’89) vengano ridimensionate da quelle biografiche, o non approfondite a causa della struttura stessa del testo, che non intende riassumere in un giorno gli eventi di un intero anno, all’autrice riesce spesso il proposito, auspicato e coltivato, di diventare-estranea-a-se-stessa, riflettendo criticamente sulla propria scrittura (di cui pure questo testo è importantissima testimonianza) e regalandoci pagine indimenticabili dedicate ad amici e conoscenti, spesso ormai scomparsi, come accade per il cameo su Max Frisch, col quale cenò («bistecche e broccoli, spinaci presi dalla busta dei surgelati, vino bianco secco, frutta») e chiaccherò lungamente il 27 settembre del 1986, dopo la messinscena a Zurigo di Cassandra, e con il quale abbozzò un discreto, affettuoso tentativo di indagine sull’infelice sorte della Bachmann.

Un giorno all’anno non tenta soltanto di rispondere alla domanda che l’autrice si pone nella premessa «come accade la vita?», ma stimola riflessioni e tenta in parte di accogliere spiegazioni sul tema centrale del rapporto tra arte e vita e su come accada la scrittura, quesito che questo testo pone più o meno consapevolmente e senza voluttà, configurandosi esso stesso come risposta e facendo scivolare la sua autrice dallo status di contemporanea a quello di indispensabilissima testimone di un’epoca.