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L'uomo d'argento

Autore: Gianfranco Franchi
Testata: Lankelot
Data: 14 aprile 2012

È un libro di satira: satira della decadenza delle società occidentali, della torre di babele della fine del lavoro, della corrosione e della disgregazione dei principi delle nuove generazioni, spesso allevate con leggerezza e somara negligenza da famiglie strampalate, disossate dalla cultura dell'egoismo e da un lassismo spiccio, cresciute nel confortante torpore dei più insipidi e parassitari impieghi statali e parastatali, educate al consumismo più stupido e sfrenato per anestetizzare insofferenze, paranoie e frustrazioni. È la satira d'una generazione depressa e scombinata, che non ha più motivazioni e non ha più obiettivi. È la satira della fine delle illusioni dell'epoca postindustriale: della coscienza piena del possibile avvento della civiltà del nonsenso. “L'uomo d'argento” [e/o, 2012] è il libro che racconta cosa può succedere quando si gioca a Monopoli sulle vite delle nazioni e con le vite dei popoli, e si sradica qualunque idealità – figuriamoci la religione, la politica o l'arte, o il rispetto per l'ambiente, o per i più deboli. Cosa succede? Succede che si gioca il gioco dell'edonismo più sfrenato e si finisce per fare la fine di certi ragazzini viziati. Quelli che si ammazzano per noia, o rubano per noia, o mangiano per noia, o fanno del male per noia. Per vedere che effetto fa. Succede che si guadagna il vuoto passo dopo passo, e infine ci si casca dentro. Succede che si abbattono tutti i limiti e si rifiuta qualsiasi condizionamento; e dopo aver provato tutto, e aver dimenticato che senso avesse vivere, ci si spegne. Inequivocabilmente.

Claudio Morici è cresciuto studiando le dinamiche psichiche della nostra specie – è nato come psicologo, e solo col tempo ha cominciato a fare la muta. È diventato copy e scrittore. Ha cambiato ruolo: ha cambiato ruoli. Quasi come un agente segreto. Ma è rimasto uno che sta cercando la verità e l'essenza dell'essere umano; facendo pubblicità e facendo letteratura Morici è sprofondato nell'anima del nostro tempo, della nostra società, delle diverse categorie di persone che è riuscito a riconoscere, identificare, analizzare e infine – con sempre apprezzabile ironia – estetizzare. Poi ha deciso di viaggiare. E viaggiando ha conosciuto civiltà e società diverse da quelle occidentali. Ma non ha trovato Dio – non ha trovato nemmeno un paradigma vincente, finalmente e sinceramente evolutivo, definitivamente rivoluzionario, se necessario – almeno in senso etimologico. Ha trovato invece un sacco di occidentali che se ne vanno in giro per il mondo a fare finta di essere ciò che non sono mai stati, o ciò che volevano essere; o almeno che vorrebbero vivere qualcosa che non c'è, in un mondo che non trovano. E così è tornato a Roma, là dove tutto aveva avuto inizio, tempo fa – forse, dieci anni fa – e adesso, chissà. Morici è uno che sta osservando e ascoltando e interiorizzando in silenzio tutto quel che succede. E sta decidendo da che parte stare – e in cosa credere. E cosa fare. Da questo libro in avanti finisce forse un altro stadio della sua ricerca, e si può favoleggiare di un nuovo inizio e di una nuova simulazione e rappresentazione della realtà. Non sarà istantanea. Non sarà immediata. Entriamo adesso nel suo ultimo libro.
 
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Lui è stato uno dei primi a venire in città. A quei tempi, in città, abitavano pochissime persone. Le strade erano ancora sterrate. C'erano pochi bar. Mancavano i magazzini. Mancavano un sacco di scorte. Ma lui e quei primi pochi si sentivano pionieri. Insieme, stavano fondando uno stile di vita nuovo.
Un affitto costava due o tre pacche sulla spalla. Le birre erano gratis. Si rideva sempre, c'era grande allegria, praticamente per tutto. C'era un grosso equilibrio divertimento/benessere. Tutto un happy hour. E la gerarchia delle cose importanti era cambiata. Niente arte, niente politica, niente moda, niente denaro. Niente amore. Alcol, sesso e tante risate. La città era diventata la migliore amica dei cittadini. Diventava tutto ciò che ognuno voleva, cambiava anche il nome alle cose, se serviva. Lui era stato uno dei fondatori. Mica uno qualsiasi. Un demiurgo.
Con gli altri si ritrovava nel Paradiso Terrestre. Il Paradiso Terrestre era il cuore della città. Un tempio rock, popolato soltanto da quelli del posto. Là c'era solo il venti per cento di possibilità di pagare qualcosa. C'era sempre una festa. Ubriacarsi era semplice, bastava dimenticare il portafoglio a casa. E si finiva sempre per fare sesso. Bastava volerlo. Andava bene a tutti.
In tanti volevano sbarcare in città. Appena entrati, i nuovi venivano chiamati “appenarrivati”. E smaniavano per integrarsi nella cuccagna. Offrivano da bere sempre loro, per dire. Erano entusiasti e malconci. Venivano dagli ultimi anni del disastro dell'economia globale, erano pieni di scorie di quella vecchia vita. Terribili flashback molto condizionanti. Era difficile per loro integrarsi subito. Per dire, quando ha inizio la nostra storia i più bellicosi tra loro danno vita a un commando e iniziano a fare azioni simboliche e fastidiose, tipo occupare lo stadio di calcio, l'ex parlamento e il Paradiso Terrestre. E ogni volta giù comunicati. Come se piovesse. Scimmiottando il passato.
 
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Jenny è americana, ha i capelli lunghi, è figlia di due alternativi e dopo un'adolescenza viziosa, viziata, annoiata e capricciosa ha imparato a stare al mondo. Saluta molto e parla poco. Ma poi ha sbarellato, una volta passato un po' di tempo con gli altri abitanti del posto, in città. Soprattutto dopo aver conosciuto lui, il nostro anonimo protagonista. Sono stati insieme ma lei dice di essere stata violentata. Non è così. Lei è innamorata. Ma è spaventata. Lui vuole proteggerla dal mondo, dall'inquinamento, dagli incidenti stradali e da tutto. Ma non basta. Potrebbe non bastare. Per esempio, lei potrebbe non volerlo più, per una ragione o per un'altra.
 
E poi c'è il Maestro. È uno difficile. È uno che non si mette a raccontare storie per uno o due bicchieri di rosso. È uno che non sente niente e nessuno. E non parla, non parla proprio più. È uno che si muove poco, forse niente. Non prende treni, non prende aerei, non guida più nemmeno l'auto. Sta bene così. È indifferente a tutto. Non è interessato a niente. Sta fermo e guarda nel vuoto. Ha la camicia d'argento, la giacca d'argento e i capelli d'argento. È tutto d'argento. Sembra una statua umana. Non mangia. Non beve. Non dorme. Non domanda niente. Non ascolta nessuno.
Lui deve batterlo, il Maestro. Deve superarlo. Perchè così finirà l'angoscia di essere diverso dagli altri, di sentirsi “un infiltrato, un uomo dalla doppia vita”. Deve batterlo perché è dieci anni che deve batterlo. Deve batterlo perché altrimenti rischia di restare prigioniero.
 
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“L'uomo d'argento” è amaro e ridanciano, chiassoso e ragazzino e improvvisamente cupo e vecchio. Vecchissimo. È una satira della depressione e una satira della degenerazione. Non è un ultimo libro, ma è la fine di un viaggio. Tutt'altro che individuale. Niente affatto iniziatico. Generazionale, e intelligente. Caustico.