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Io, scrittrice senza volto

Autore: Francesco Erbani
Testata: La Repubblica
Data: 4 dicembre 2006

A Elena Ferrante si possono solo inviare domande per posta elettronica e, attraverso la sua casa editrice, entrare in contatto con lei. Non si sa chi sia nè dove viva. Ha scelto così molti anni fa e non ha nessuna intenzione di cambiare la sua decisione. Ha scritto tre romanzi, L'amore molesto, I giorni dell'abbandono e, ora, La figlia oscura, tutti e tre pubblicati da e/o. I primi hanno avuto grandissimo successo e sono stati accolti da molti consensi critici. Da essi sono stati tratti due film.

La figlia oscura (pagg. 139, euro 14,50) vende molto bene, ma ha incontrato critiche entusiaste e critiche fredde. Racconta di una donna che, partite le due figlie per il Canada dove vive il padre dopo la separazione, se ne va in vacanza in Calabria e qui incontra una rumorosa famiglia di napoletani, eccessiva e dagli atteggiamenti camorristici. Leda - questo il nome della donna -è attratta da una giovane dcomponente del clan, che non condivide molte logiche del gruppo e che trascorre tutto il suo tempo con una figlia piccola. Un giorno, sovrappensiero, Leda ruba una bambola alla bambina e questo atto diventa il filo nascosto di una trama che la riporta ai non risolti rapporti con sua madre e soprattutto con le sue figlie, fino alla conclusione, raccolta in un gesto violento.

Elena Ferrante conserva la scrittura nervosa ed evocativa dei precedenti romanzi. Ha uno stile e qualità narrative che ne fanno un caso letterario al di là del suo volto negato. E' napoletana e da Napoli si è allontanata abbastanza presto per andare all'estero, forse in Grecia con l'uomo che ha sposato. Poi è rientrata, ma non si sa se sia rimasta in Italia. Si è detto che, nascondendosi, Elena Ferrante abbia voluto evitare che romanzo e realtà si sovrapponessero, provocando sofferenze. A lei, ma anche ad altri. Elena Ferrante ha ricevuto le domande, alcune non le sono piaciute, ma non le ha evitate. Ecco le sue risposte che, per le modalità di questa intervista, sono riprodotte senza che chi ha posto i quesiti abbia potuto replicare.

Come sta? Un'intervista che comincia con 'come sta' spaventa un poco. Cosa vuole che le dica? Se mi metto a scavare nel 'come' non la finisco più. Allora le rispondo: bene, credo, e spero che stia bene anche lei.

A molti anni di distanza è ancora convinta della scelta di restare nell'ombra? "Stare nell'ombra" è un'espressione che non mi piace. Sa di complotto, di sicari. Diciamo che ho preferito, quindici anni fa, pubblicare libri senza dovermi sentire obbligata a fare di mestiere la scrittrice. Finora non mi sono pentita. Scrivo e pubblico solo quando il testo pare di qualche dignità a me e ai miei editori. Poi il libro fa il suo cammino, io passo a occuparmi d'altro. È tutto qui e non vedo perché dovrei cambiare linea di condotta.

Come giudica i quesiti che si sollevano sulla sua identità, ne è divertita, infastidita o cos'altro? Sono legittimi, ma riduttivi. Per chi ama leggere, l'autore è un puro nome. Di Shakespeare non sappiamo nulla. I poemi omerici seguitiamo ad amarli pur ignorando tutto di Omero. E Flaubert, Tolstoj o Joyce pesano solo se una persona di talento li muta in materia di un'opera, una biografia, un saggio brillante, un film, un musical. Per il resto sono cognomi, vale a dire etichette. A chi vuole che interessi la mia piccola storia personale, se possiamo fare a meno di quella di Omero o di Shakespeare? Chi ama veramente la letteratura è come una persona di fede. Il credente sa bene che, sul Gesù che davvero per lui conta, all'anagrafe non c'è un bel nulla.

Qual è l'identità che più la intriga fra quelle avanzate: Starnone, Fofi, Ramondino? Nessuna, mi pare un gioco banale dei media. Si prende un nome di scarsa consistenza, il mio, e lo si associa a nomi di maggior rilievo. Non accade mai il contrario. A nessun giornale verrebbe in mente di riempire una pagina con l'ipotesi che i miei libri siano stati scritti da un anziano archivista in pensione o da una giovane bancaria neoassunta. Che devo dirle? Mi dispiace che vengano infastidite persone che stimo.

Quando si parla dei suoi romanzi, spesso il problema della sua identità sovrasta le questioni letterarie: questo la disturba? Come pensa di evitarlo? Sì, mi disturba. Ma mi sembra anche la prova che della letteratura in sé ai media importi poco o niente. Prendiamo queste sue domande: ho stampato un libro, ma lei, pur sapendo che avrei risposto in termini molto generali, ha concentrato tutta l'intervista sul tema dell'identità. Finora, se lo lasci dire, non c'è nulla che sfiori 'La figlia oscura', la sua materia e la sua scrittura. Mi chiede come penso di evitare che si parli solo di chi sono, trascurando i libri. Non so. Lei certo - mi perdoni - non sta facendo niente per rovesciare la situazione e affrontare quelle che chiama le questioni letterarie.

C'è qualche elemento di divertimento nel mistero Ferrante, di divertente per lei? Vede? Che le devo dire? Di divertente c'è solo questo: provare a dimostrare ai lettori qual è la gerarchia giornalistica: importano i misteri, specialmente quelli irrilevanti, e non la lettura.

Come risponde a chi insinua che il mistero Ferrante contribuisca ad alimentare le vendite dei suoi libri? Rispondo che è una sciocchezza. Il cinema, quello sì che ha contribuito a incrementare le vendite dei miei libri, Il 'mistero Ferrante' è un disturbo per i lettori veri. Chi legge racconti desidera solo una storia avvincente, densa, da alimentare con i brani dispersi della propria esperienza.

Lei ha detto di non voler comparire anche per evitare di finire nel circo mediatico che avvolge gli scrittori. Non le sembra che si possa comparire e contemporaneamente sottrarsi agli aspetti più spettacolari, appariscenti e promozionali del circo mediatico? Certo. Ma c'è un equivoco: per me il problema non è comparire e poi sottrarmi, sono tutt'altro che ritrosa. Per me il problema è non comparire affatto. Perché stupirsene? C'è una quantità di libri anonimi o firmati che vivono, sopravvivono o sono morti da tempo senza che una persona sia mai comparsa a rivendicarli. Amo quei libri e amo i lettori che dicono: che m'importa di chi li ha scritti.

È ancora valido uno degli altri motivi della sua riservatezza, vale a dire la presenza nei suoi romanzi di parti autobiografiche variamente combinate e travestite, ma comunque riconoscibili? Sì. Come chiunque scriva, lavoro su fatti, sentimenti, emozioni che mi appartengono molto intimamente. Ma col tempo il problema si è trasformato. Oggi tengo soprattutto a conservare la libertà di scavare a fondo, senza autocensure, nelle mie storie.

I suoi tre romanzi sembrano tre momenti di un solo grande romanzo, tre variazioni su alcuni temi fra i quali spicca la relazione madre-figlia, un tema diversamente rappresentato, ma centrale in tutti e tre. È un'impressione sbagliata? No, tutt'altro. Ho scritto altri libri che alla fine non ho pubblicato proprio perché mi sembravano scarsamente miei. I tre racconti che ho stampato invece mi appartengono, li sento come tappe di un'unica ricerca.

Ne La figlia oscura compare una famiglia che ha tutta l'aria di essere una famiglia camorrista. È effettivamente così? Sì, anche se tendo a raccontare atteggiamenti in cui qualsiasi campano può scivolare senza soluzione di continuità. Ho conosciuto, da piccola, una napoletanità non camorrista sempre a rischio di camorra, e ho sentito intorno a me la naturalezza del passaggio di confine, come se il salto criminale fosse in qualche modo preparato, oltre che dalla miseria o dalla perdita di agi precari, dalla 'normalità culturale'.

Come vive l'attenzione che si è concentrata nelle settimane scorse su Napoli? Secondo lei è un'accentuazione mediatica oppure effettivamente la città ha visto acuita la pressione criminale? È un'accentuazione mediatica. Napoli dovrebbe avere i riflettori sempre addosso, da decenni. Ha una storia molto lunga di degrado, è una metropoli che ha anticipato e anticipa i mali italiani, forse europei. Perciò non andrebbe persa mai di vista. Ma i media vivacchiano sull'eccezionale: i morti ammazzati, la spazzatura non rimossa, un bellissimo libro di Saviano. La norma dell'invivibilità quotidiana non fa notizia. Perciò, quando l'eccezionale passa, tutto tace e tutto seguita a incancrenire.

Napoli, lei ha detto una volta, le mette addosso una grande inquietudine. Una città violenta, di litigi improvvisi, di mazzate, una Napoli volgare, dove c'è gente pronta a piccole nefandezze, chiassosa, sbruffona. Le fa ancora questa impressione? Sì, non è cambiato nulla, tranne il fatto che quello che, per le sue caratteristiche storiche, mi pareva specifico della mia città, della mia regione, ora mi sembra che stia dilagando nel resto d'Italia.

Lei da questa Napoli è scappata via appena ha potuto, eppure se l'è portata dietro come «un surrogato per tenere sempre a mente che la potenza della vita è lesa, umiliata da modalità ingiuste dell'esistenza». Ci è mai ritornata? Ci ritornerebbe a vivere? Ci ritorno di tanto in tanto. Viverci non lo so. Lo farei se mi convincessi che il cambiamento non è un trucco retorico di ciarlatani, ma una vera rivoluzione politica e culturale.