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La grazia della letteratura nel libro di Marco Rossari

Autore: Lucilla Noviello
Testata: affaritaliani.it
Data: 24 aprile 2012

C’è tutta la grazia della letteratura nel libro di Marco Rossari, L’unico scrittore buono è quello morto, eo edizioni. Non perché il romanzo sia soave o perché sia leggiadro l’uso che l’autore fa del linguaggio o perché tali siano le storie, ma perché il concetto stesso di narrazione e del contenuto di questa sono la base e contemporaneamente lo scopo del libro. La letteratura che stende le pieghe dell’ignoto per renderle chiare, consola, diverte o semplicemente diventa qualcosa di concreto all’interno del panorama di ciò che esiste, si afferma senza bisogno di ausili; raggiunge il lettore. E se non lo fa immediatamente, lo farà poi. Gli imbarazzati e celebri autori del passato – che sono i protagonisti delle storie di Rossari – appaiono semplici e insieme giganteschi all’interno di un mondo – soprattutto italiano – in cui il valore dell’arte sembra essere stabilito da qualcosa di molto estraneo all’arte stessa. Tolstoj – in quanto personaggio de L’unico scrittore buono è quello morto – spiega, con disarmante candore, ad un virile conduttore radiofonico, che ciò che lui, Tolstoj, ha scritto non è esattamente ciò che lui, Tolstoj, ha detto. In questo modo Rossari stabilisce una di quelle differenze terminologiche necessarie per rendere alla parola tutto il suo valore; per darle la sua connotazione straniante e anche, più chiaramente, per stabilire la differenza tra il personaggio e l’autore; ribadendo finalmente che ciò che è autobiografico o è oggettivo oppure è assolutamente privo di ogni interesse. Rossari inoltre  con divertimento e con la piena capacità di trasmettere tale divertimento al lettore, dichiara, in un immaginario dialogo con Dio, di scrivere per dispetto. E’ l’io narrante protagonista del dialogo a affermare tutto ciò, ma il senso di questa meravigliosa e irriverente battuta riecheggia e rimbalza come un aforisma. Il termine dispetto si afferma quasi come la traduzione infantile – oltretutto usata da uno scrittore che per professione fa il traduttore… – della parola rivoluzione. Quella rivoluzione che ogni letteratura dovrebbe compiere, ogni volta, all’interno di ogni volume o pagina o riga, per rinnovare il piacere al lettore. E Rossari ci riesce sempre.