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«Vi racconto il mondo dopo il crollo dei mercati finanziari»

Autore: Giuseppe Rizzo
Testata: L'Unità
Data: 26 aprile 2012

«A un certo punto abbiamo cominciato ad aspettare la crisi definitiva. A vivere ruzzolando in discesa, con la certezza che a un certo punto ci sarebbe stato il dirupo». Il dirupo, Claudio Morici, scrittore viaggiatore e copy, l'ha immaginato, l'ha saltato e ha iniziato a raccontare quello che c'è dall'altra parte. Bombardato, come tutti, da notizie sulla fine del mondo (se non altro finanziario, ma del resto ci hanno detto che finito quello sarebbe finito tutto), bombardato da spread bund indici di borsa vari ed eventuali ha provato a disegnare il mondo post-crisi. E l'ha fatto a suo modo.

Un modo tutto sghembo, intriso di umorismo, paradossale fino alla verosimiglianza. L'uomo d'argento (Edizioni e/o), è tutto questo, ma attorno ci girano anche altre cose (uno sguardo impietoso sulla generazione dei trentenni, uno divertito e provocatorio sul marketing editoriale, uno sull'Italia vista da fuori). Proviamo a metterne in fila un po' in questa chiacchierata.

Quando hai iniziato a scrivere il libro la crisi riguardava perlopiù gli Stati Uniti, con gravi ripercussioni in Inghilterra. Molti pensarono che la cosa non ci riguardasse. Il tuo libro parla di un mondo in cui è già successo tutto, in cui il mercato si è accartocciato su se stesso. E' stata l'attualità a spingerti verso un punto di partenza così estremo o cos'altro?
A un certo punto abbiamo cominciato ad aspettare la crisi definitiva. Come se dopo una prima crisi, una seconda crisi, dopo una crisi della crisi, a un certo punto fosse evidente che sarebbe arrivata questa cosa. Ogni crisi, quindi, poteva essere quella buona, l’ultima. Senza pensare al dato di realtà, credo che psicologicamente è cambiato tutto. Abbiamo cominciato a vivere ruzzolando in discesa, con la certezza che a un certo punto ci sarebbe stato il dirupo. E’ cambiata la nostra percezione della realtà. La gente ha iniziato a parlare, comunicare, lavorare, amarsi come se stesse in fila per la fine del mondo. Nel libro mi sono interessato a questo aspetto della crisi. L’ho fatta succedere e, sotto molti aspetti, è stata un po’ una liberazione.

Nel libro non c'è nessun adulto, mi sembra. Un po' come se La Città avesse bloccato la crescita delle persone, un po' come se questo fosse quello che loro stessi volessero. L'esclusione della "generazione dei padri" è consapevole?
Forse c’è un vecchio, ma di certo neanche un bambino. La città del romanzo è l’unica città al mondo dove questa crisi definitiva ancora non è arrivata davvero. E’ la materializzazione dell’universo mentale in cui ci hanno sospeso. Una specie di Bardo dove la gente non nasce e non muore, e quindi non può nemmeno capire, dare un significato alle cose. Ma soprattutto: non è possibile cambiare, uscirne fuori. Quando penso alla mia generazione, la prima di Internet, del precariato, ma anche la prima ed essere stata sbattuta davanti alla televisione per tenerci buoni, provo un sentimento di rabbia senza nemico. In Italia poi, siamo stati anche la generazione del record del mondo di bassa natalità. E’ un dato fortissimo, non ci arrivi così per caso. Abbiamo subito un’influenza, un messaggio, una serie di cazzate che abbiamo pensato essere reali. Voglio dire, il record del mondo… chi era l’allenatore?

La cifra principale della narrazione è l'ironia - e spesso la satira. La tua stessa storia poteva essere raccontata in mille altri registri diversi. Cosa ti ha spinto verso il comico?
L’ironia anche quando non scrivo mi aiuta a maneggiare materiali intoccabili. Se non sapessi che qualcosa faccia anche ridere, non so se la farei. Ma la mia ironia è un’ironia da corsia d’ospedale, credo: medici, infermieri, pazienti ricoverati che si spaccano dalle risate. Non a caso ho iniziato a scrivere quando lavoravo come operatore in comunità terapeutica. E’ incredibile quello che ti puoi inventare per sopravvivere alla sofferenza e all’isolamento. Sembra quasi che tutto ciò abbia un senso.

Cosa leggevi durante la scrittura? Ci son cose che ti appunti da altri autori? E quali, in questo caso?
In due anni e mezzo, hai voglia a leggere. Ma in questo romanzo, a differenza degli altri, non ho avuto veri maestri. E infatti mi sono sentito molto più solo. Sul meccanismo dell’“estrazione” dei sentimenti dalla scrittura, il mio riferimento è sempre Hubert Selby Junior. Lui riesce a togliere talmente bene l’emotività dallo scritto, che il lettore è costretto a mettercela lui, a quintali. Poi credo mi abbiano influenzato le fiction inglesi, il loro straordinario umorismo pop, perché durante la prima stesura ero a Londra.

Al battage dell'uscita del libro hai partecipato tu stesso inventandoti una piccola narrazione nella narrazione. La storia della distruzione di un libro, il tuo. Ora, a me sembra che il tuo sia un buon punto di partenza per parlare di come è cambiata la figura di uno scrittore. Non in meglio, non in peggio: cambiata. Molti scrittori, oggi, non si preoccupano solo della scrittura, ma anche di come promuovere il proprio testo, senza nessun tabù verso il marketing. E' così?
E’ un discorso che vale per tutte le arti, non solo per scrittura. Anzi, qui siamo ancora un po’ indietro rispetto a questo cambiamento. Pensa quanto sarebbe difficile, oggi come oggi, per un pittore diventare famoso postumo? C’è sempre più bisogno della presenza, dell’azione dell’autore, della sua faccia. Ma non solo un gretto discorso di marketing. E’ cambiato il modo di comunicare e quindi anche di esprimersi artisticamente.

Vivere “sempre connessi”, significa anche la trama di un libro o le informazioni sull’autore non finiscono quando esci da una libreria o chiudi il giornale con la recensione. E’ una cosa che accetto, che rispetto come “nuova”, e in questo momento mi diverte pure. Certo, posso sempre scegliere di sparire completamente, come ho già fatto in passato. Quando è uscito il romanzo per Bompiani sono rimasto a promuoverlo una mesata, meno del “minimo sindacale”, e me ne sono subito partito per posti dove il mio libro non potevi neanche ordinalo via Internet. Si può fare anche così. E’ bello anche così, se hai tanta voglia di scrivere il romanzo nuovo e sai che la promozione sarà un palla faticosissima forse ti farà vendere 500 copie in più. Il punto è che in Italia è anche difficile divertirsi su certe cose. Qui ancora c’è il tabu’ della pubblicità al libro. Un film, un balletto, una mostra può essere pubblicizzata, un libro no. I libri sono una cosa pura. Certo, non li legge nessuno, ma solo perché non siamo abbastanza puri. Il libro, non si sa come, deve parlare solo con il libro stesso, prima ancora che lo leggi. Altrimenti si sporca, o va a sapere cosa. Gli si fanno le orecchiette d’asino (si chiamano così?). Non si vuole ammettere che, da sempre, la maggior parte dei lettori iniziano a leggere un libro prima ancora di aprirlo. E’ normale. Non credo che un cantante sul palco, comunichi solo quando canta al microfono. Fa moltissimo, proprio tra una canzone e l’altra. E’ lì che capisci davvero chi è, vedendolo immobile, che fa il monologo, che da’ le mani al pubblico, che gli sputa, che gli salta addosso. E sull’idea che ti sei fatto di lui che poi ti entrano dentro anche le canzoni.

Libro scritto in 30 paesi diversi, si legge nella quarta di copertina. Che paese è l'Italia vista da fuori?
Un posto in declino, certamente. La loro immagine dell’Italia è costruita essenzialmente da tre fattori. Il vecchio stereotipo (nel bene e nel male), anni e anni di articoli divertentissimi su Berlusconi (dopo Amy Whinehouse, era un appuntamento quotidiano sui giornali inglesi), e quindi le esternazioni reali ma anche paranoiche di tanti italiani in fuga (compreso me), che hanno bisogno di parlare, sfogarsi, dirlo a tutti, riempirli di pipponi su questa storia: senza considerare che gli stranieri non hanno le categorie culturali per capire tutto. O meglio, non ci abbiamo capito ancora niente noi, figurati loro. Questa dell’italiano trentenne che fugge da una terra disastrata per motivi strani e un po’ mafiosi, è diventato davvero un nuovo stereotipo europeo.

Ps Che diavolo è L'Uomo d'argento?
L’uomo d’argento è quella parte di noi che non si vuole alzare la mattina. E davvero poi non si alza.