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Tu non sei come le altre madri

Autore: Chiara Gulino
Testata: Flanerì
Data: 29 ottobre 2011

Essere un’ebrea tedesca nella Germania della prima metà del Novecento significava essere destinata a una vita difficile e contraddittoria. Se poi oltre a essere ebrea e tedesca eri anche una donna eccentrica per l’epoca, che viveva secondo proprie regole e sognava tutta la poesia di un’esistenza piena d’amore, allora non potevi essere come le altre.

Tu non sei come le altre madri (Edizioni E/O, pp. 528, Euro 20,00) è la storia, ricostruita attraverso un diario, lettere e ricordi, di Else Kirschner, nata a Berlino il 30 giugno del 1893 in una famiglia di commercianti tessili ebrei e madre dell’autrice, Angelika Schrobsdorff, oggi ottantaquattrenne signora dall’aria elegante e riservata.

Else era bella, ma non bellissima, soprattutto era piena di vitalità e irresistibilmente attraente con le sue forme morbide e rassicuranti, i tratti somatici del suo popolo, zigomi alti, pelle olivastra e capelli ricci indomabili «color bronzo e forti come una criniera». Ogni riccio un capriccio: «In un’epoca in cui le ragazze tedesche di buona famiglia ostentavano riserbo e grazia femminile, Else doveva essere stata una vera rivelazione. Già allora non si curava delle convenzioni ed era un concentrato di spontaneità, schiettezza e impulsività».

I genitori sognavano per lei un «matrimonio agiato, in cui non può né deve essere altro che moglie e madre», perché consideravano l’amore fra uomo e donna un’illusione: «L’unico grande amore e l’unica vera gioia di una donna erano i figli, era questo lo scopo di un matrimonio, un matrimonio ragionevole, valutato e pianificato dai genitori». Else invece si dà come legge del cuore quella di avere un figlio da ogni uomo da lei veramente amato. E così fece. Dapprima nacque Peter, figlio del primo marito Fritz Schwiefert, irrequieto artista borghese chiuso nella torre d’avorio della sua presunta superiore intelligenza (ma pur sempre fedifrago), sposato contro il volere della famiglia di lei perché non ebreo bensì appartenente a quel «vasto mondo cristiano» vagheggiato da Else bambina sotto forma di lucine, stelle e alberi di Natale e da adulta come un mondo più libero e aperto rispetto al «ristretto ambiente ebreo». Dall’incontro con Hans Huber, amante ufficiale di Else, divenuto poi nazista, ebbe Bettina che non conoscerà mai il vero padre. Infine Angelika, nata nel 1927, è la figlia avuta da Erich Schrobsdorff, l’uomo che le fece assaporare il lusso dell’alta società prussiana, il “Buono” come lo soprannominava Else perché serio e responsabile.

L’«impulsività e totale mancanza di ragionevolezza» di Else provocò la fine anche del matrimonio con Erich. Si trovò così a vivere gli anni dell’ascesa al potere di Hitler e dell’instaurazione del regime nazista sola con tre figli. Eppure continuò fino all’ultimo a rimuovere la tragica realtà che la circondava e che avrebbe rivelato di quale atrocità il genere umano sia capace. Anche la piccola Angelika, una bambina difficile, fino ai sedici anni avviluppata in un rapporto simbiotico con la madre, non si era resa conto del pericolo incombente dalla prospettiva del suo ovattato mondo infantile: «Sono venuta a conoscenza del pogrom solo anni dopo, non ricordo più in quale occasione, e ho cercato di riesumare dalla memoria un indizio. Non ci sono riuscita. La Notte dei cristalli mi è passata accanto senza segni». Dopo quel 9 novembre 1938 e la promulgazione delle leggi razziali, la Germania non era più un’accogliente patria adottiva per gli ebrei e anche per Else fu tempo di emigrare. La fuga fu progettata da Erich che, ottenuto il divorzio, combinò un matrimonio fittizio con un bulgaro, consentendo l’espatrio in Bulgaria dell’ormai ex moglie e delle figlie.

La seconda metà di questo romanzo, abitato da madri, padri, amanti, figli, figlie, nonni, vari parenti e amici che costruiscono e disfano il proprio e l’altrui destino, vede la crescita di Angelika, Bettina e Peter andare di pari passo al declino del fisico e dell’anima di Else, che però non rinuncerà a continuare a vivere, come aveva fatto fin dalla sua nascita, solo per i suoi sentimenti. E quanto amore per i figli: per Peter, morto a soli 28 anni sul fronte francese; per Bettina, precoce madre coraggiosa; per la complicata Angelika, così simile a lei, che però l’esistenza incattivisce trasformandola da bambina attaccata alle gonne materne a femme fatale dispensatrice di sofferenza per chi si innamora di lei.

La Storia irrompe in questa saga familiare gettando cupe ombre su esistenze fragili in un racconto che oscilla tra la terza persona di un narratore esterno ma mai distaccato e la prima persona quando è la voce dell’autrice a prendere il sopravvento. Chiudono il romanzo le lettere di un Else malata in cui emerge ancora più forte quella che fu la sua filosofia di vita: «Non è la morte a spaventarmi, è morire. Mamma diceva sempre: “È il modo in cui ce ne andiamo da questo mondo a essere brutto, non il fatto che dobbiamo andarcene”. Va bene, basta così, altre persone hanno sofferto molto più di me. Eppure era bella, la vita».