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Una vita in bilico

Autore: Anna Mainardi
Testata: Leggendaria
Data: 2 maggio 2012

Da una poesia del figlio Peter alla protagonista: «Tu non sei come le altre madri / Non hai mani vecchie / Non hai capelli bianchi / E non mi avvolgi con pesanti attenzioni». Quale madre, e io tra queste, non gradirebbe un simile sguardo dal proprio figlio? Ci avviciniamo quindi ben disposte a un testo che racconta un personaggio femminile, Else, fuori dagli schemi, anticonformista e passionale, in un'epoca storica – gli anni Venti – in cui la Germania è agli albori di un nazionalismo che non lascia ancora presagire ai protagonisti ciò che presto li avrebbe travolti. Il romanzo si struttura idealmente in due parti che abbracciano un prima (della guerra) e un dopo. Nella prima parte assistiamo alla vita comoda e spensierata di un gruppo di giovani borghesi intellettuali di cui Else è la principale animatrice. Amata figlia unica di una coppia di ebrei ortodossi, indifferente alla religione, disinibita, amante della vita brillante, si innamora di un giovane poeta cattolico e lo sposa contro il parere dei genitori che si riconcilieranno con lei solo dopo la nascita di Peter. Da questo momento inizia per i due giovani sposi, economicamente sostenuti dai genitori, uno stile di vita libero e anticonformista in linea con anni in cui, scrive l'autrice, «le donne, improvvisamente libere dalle catene, condivisero il mondo degli uomini come individui autonomi » (p. 113). Mentre i nonni si occupano con abnegazione dell'educazione del nipotino, Else, delusa dai primi tradimenti del marito di cui è ancora innamorata, decide ben presto che «la sua vita non appartiene più a lui e se ne mette da parte una bella fetta per sé» (p. 88). Continua quindi a dividere con lui la casa, ma anche i flirt, le feste, il teatro e le serate letterarie mentre persiste nell'ignorare completamente i primi segnali inquietanti del nazionalsocialismo, da cui si sente protetta in quanto moglie di un cattolico e per di più agnostica. Del resto tutta la combriccola di borghesi intellettuali di cui si circonda non dimostra maggiore consapevolezza e alcuni di loro finiranno addirittura per simpatizzare con il nuovo regime. Dopo Peter la giovane donna diventa felicemente madre anche di Bettina e di Angelika, avuti dagli altri due uomini di cui si è in seguito innamorata, Hans ed Erich. Per un periodo lei e il marito condividono perfino lo stesso appartamento con i loro amanti, ignorando non solo le convenzioni ma anche la realtà che intanto sta diventando sempre più tetra. Else, con il suo temperamento vitale e appassionato, si rivela nel complesso una donna libera ma non autonoma, una moglie affettuosa e generosa, ma infedele, una madre amorevole ma incostante e irritabile cosicché i suoi figli sono sempre combattuti tra dipendenza affettiva e ribellione nei suoi confronti. Anche a questo proposito Else, nella sua maturità, sarà impietosa con sé stessa e scriverà a Peter «con voi, miei figli, sono stata impaziente e nervosa, vi ho sgridato e non mi sono presa la briga di capirvi… e allora mi dico che tutte le cose terribili che mi sono capitate me le sono meritate». Nella seconda parte del libro assistiamo all'inevitabile resa dei conti di Else con il nazismo dato che il suo status di ebrea nel 1939 la costringerà a lasciare in tutta fretta la Germania. Grazie a un matrimonio fittizio organizzato dal padre di Angelika potrà fuggire in Bulgaria insieme alle due figlie ancora bambine. Peter, da sempre antifascista, aveva già rinnegato da tempo la propria patria emigrando altrove contro il parere della madre che, pur di trattenerlo, non gli aveva voluto finanziare la fuga. Ciò che emerge con forza e ripetutamente dal libro è proprio questa mancanza di consapevolezza riguardo a una tragedia in atto, mancanza che causerà una serie di ritardi e di incidenti di percorso di cui Else si sentirà in seguito, in un eccesso di autocritica, la sola responsabile. Le figure maschili sono del resto tutte deboli e spesso assenti, anche se di innegabile sostegno economico. In Bulgaria, tuttavia, anche questo diventa insufficiente ed Else deve per la prima volta cavarsela da sola. In una lettera a un'amica si lamenterà della propria inettitudine. «Se ti hanno viziato per una vita – scrive – se si sono accollati tutte le incombenze spiacevoli e pesanti al posto tuo, non sei capace di metterti a lavorare da un giorno all'altro e costruirti un'esistenza. Lo vorrei, ma non ci riesco» (p. 304). E questo senso di inadeguatezza, percepito con tanta lucidità e spietatezza, la perseguiterà anche negli anni successivi, quando sarà avvenuta la metamorfosi che la renderà una donna matura e consapevole in grado di sacrificare completamente sé stessa per amore dei figli. Scriverà a Bettina, poco prima di morire: «Essere sola, libera e indipendente, sono queste le cose che non ti deludono mai. Se soltanto lo avessi capito prima e non fossi stata sempre così viziata. Naturalmente per una donna la cosa più bella è avere marito e una famiglia, però dovrebbe essere lo stesso preparata a tutto… e se una donna riesce a camminare sulle proprie gambe è salva» (p. 501). Povertà, solitudine, avversità, lutti, deportazioni e una malattia rara che le sarà fatale non abbattono lo spirito e l'intelligenza di Else che, pur nelle sue inevitabili contraddizioni, rimane fino all'ultimo lucida, generosa, amorevole e sincera al punto da scrivere ad Angelika, che ancora non l'ha perdonata, «credo che non dovresti etichettarmi. In base alle circostanze e all'umore sono una volta in un modo e la volta dopo il contrario: razionale ed emotiva, generosa e vendicativa, intelligente e stupida, vecchia e infantile. Non lo siamo tutti?» La stessa Angelika, che tanto sembra somigliarle caratterialmente fin da bambina e che la farà soffrire da grande, scriverà in seguito questo libro così intenso, appassionato e ricco di storia e di storie, senza sottrarsi a un'autocritica feroce. La sua prosa, lucida e scorrevole, è ricca di particolari e di analisi che ci svelano, oltre ai personaggi cui finiamo per affezionarci, anche una umanità tedesca molto più complessa di quanto normalmente si immagini. Una società che, anche quando in disaccordo totale o parziale con il regime, finisce per subire una doppia distruzione: come colpevole di reati contro l'umanità e come vittima del suo stesso folle mentore che la distrugge prima di distruggere sé stesso. Scrive ancora Else a questo proposito «non abbiamo perso anche noi, insieme a milioni di altre persone innocenti, tutto quello che avevamo da perdere?»