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Lia Levi e la scoperta degli ebrei cattivi

Autore: Adelia Battista
Testata: Il Mattino di Napoli
Data: 23 dicembre 2006

Gli anni bui del fascismo, un uomo che si suicida dopo aver perduto il lavoro a causa delle leggi razziali, una giovane donna che deve riuscire a sopravvivere insieme alla sua bambina.

Con L'amore mio non può (edizioni e/o, pagg. 160, euro 14,50 ) Lia Levi - sessantacinquenne scrittrice e narratrice di punta della casa editrice romana, giornalista e fondatrice del mensile di cultura ebraica «Shalom» che ha diretto per trent’anni - torna ancora una volta, ai temi che forse le sono più cari, e con una scrittura leggera «getta», (può darsi anche «metta» educatamente), quanto ha di più prezioso, i ricordi, le emozioni dell’infanzia. E lo fa alla vigilia di un anno, il 2007, che si annuncia segnato da due particolari ricorrenze, i vent’anni dal suicidio di Primo Levi - avvenuto l’11 aprile del 1987 - e i sessanta dall’uscita del suo romanzo Se questo è un uomo

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C'è in lei una sorta di ossessione che la riporta a quel periodo anche dopo avere spaziato su altri temi? «È vero. Succede all’improvviso che mi bussi dentro una storia che mi riporta a quegli anni. Ma non è un’ossessione, e intendo naturalmente ossessione nel senso positivo ed etico di dovere della memoria. È semplicemente che i fatti vissuti nella mia infanzia sono per me una inesauribile fonte d’ispirazione. È proprio in questo magma caotico ma vitale che si sono formate le mie percezioni più intense». Questo tipo di storie attiene ai suoi ricordi personali? «Direi di no, anche per motivi anagrafici. Certo il mio primo libro, Una bambina e basta del 1994, è largamente autobiografico, si basa cioè sui miei ricordi d’infanzia. Ma anche in questo caso finisce col prevalere il percorso di comprensione del mondo, la presa di coscienza da parte di una bambina che perde via via le illusioni sulla realtà che la circonda».

Veniamo a «L’amore mio non può». Da questo magma di sensazioni, cosa ha pescato per questo specifico libro? «Ho pescato nel senso di umiliazione che ha toccato in varie forme persone che mi erano vicine e anche direttamente me. Però questa l’ho vista come una storia sì di umiliazione, ma più che altro di destino. Elisa la protagonista del libro, dovrà accettare per sopravvivere un lavoro di domestica in una casa di ricchi ebrei ottusi e altezzosi. Però nel giorno della retata degli ebrei di Roma, il 16 di ottobre del 1943, dall’umiliazione nascerà per Elisa in modo imprevedibile la salvezza». Qualcuno, magari nell’ambiente ebraico, non vedrà con sospetto un’immagine così negativa di una famiglia di ebrei? «Non penso ci sia una forma di sacralità per cui non si può parlare di ”ebrei cattivi”. Sarebbe razzista».

Non pensa che quella demonizzazione che da più parti si rileva verso Israele possa anche nascere dall'idea sulla funzione etica che dovrebbe avere uno Stato nato dai sopravvissuti dello sterminio? «Sì, lo so. Però non è giusta. Lo scrive anche Aharon Appelfeld, il grande scrittore scampato alla Shoah: ”Gli altri si aspettano da noi qualche messaggio, un esempio di umanità. Ma la maggior parte dei sopravvissuti non può essere all’altezza dei compiti che gli vengono attribuiti”. Israele è una nazione democratica, ma certo anche nella sua vita di Stato si sono accavallate le luci e le ombre proprie di ogni situazione umana. Fra le luci vedo in primo piano l’impegno intelligente, articolato e appassionato a favore della pace dei più grandi scrittori israeliani come David Grossman, Amos Oz, Abraham B. Yehoshua, Meir Shalev e molti altri».

Anche per questo romanzo si può dire che lei segue un filone femminile? «Penso di sì. Qualcuno l’ha definito ”la storia della persecuzione razzista vista al femminile”. Può darsi che sia esatto. La lotta di Elisa per riuscire a cavarsela e a proteggere la figlia è il vero filo conduttore del libro». Dove non sempre ci troviamo davanti a fatti tragici. «No, l’esistenza in tempi duri è difficile, ma non sempre tragica. In mezzo alle ansie e ai problemi di ogni genere si cantava, si rideva, si andava al cinema, ci si innamorava».

Il riferimento ad Alida Valli quindi non è casuale «Alida Valli è stata l’idolo della mia infanzia. Era così bella, E vede cosa possono fare gli autori? Passare una passione personale alla protagonista di un libro. Ora Alida Valli è l’idolo di Elisa». E magari Elisa riuscirà a passarla a qualcun altro. «Magari».