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Ritratto di uno scrittore

Autore: Aliberto Terragni
Testata: Reader's Bench
Data: 16 maggio 2012

Diciamo subito che il libro è accattivante fin dal titolo: L'unico scrittore buono è quello morto. Godibile e scorrevole anche il contenuto: un insieme di riflessioni, apologhi, illuminazioni ma anche calembour e aforismi fulminanti che compongono la sterminata, a volte avvincente, spesso catastrofica, esistenza di uno scrittore.


Rossari è bravo a servire al lettore una prosa non certo specifica o particolarmente innovativa ma pulita, onesta, priva di qualsiasi formula d'accatto. È un lavoro sincero, scritto da uno che ama la letteratura ed è capace di parlarne senza retorica, con ironia, buon gusto, spesso con brio.  Non dico che fossi prevenuto nei confronti di questo libro, ma diciamo che l'esperienza insegna, e qualche volta i libri che parlano di libri e gli scrittori che parlano di scrittura non sempre sono appassionanti, mettiamola così: i tentativi ironici se non proprio comici rischiano di cadere nel patetico o nell'autocelebrativo, andando a ledere il tacito patto tra scrittore e lettore: cercherò di divertirti in modo intelligente, e se proprio non mi riesce, cercherò almeno di non annoiarti troppo.

Ma il libro di Rossari evita le secche della narrazione facile. Tra le pieghe di un colloquio garbato e piacevole con il lettore, l'autore tenta una ricognizione a più ampio raggio sul senso del proprio mestiere (se non si può chiamarlo lavoro chiamiamolo almeno così) e sugli assurdi quotidiani cui l'osservazione del reale conduce sempre.

E insieme al reale, onnipresente, si cela il fantasma della letteratura: autori, nomi, falsi, apocrifi che si intrecciano sullo sfondo di un cammino che è una ricerca; numi tutelari, forse spettri che accompagnano la vita dello scrittore e lo consigliano, lo tentano, lo mettono in guardia o lo portano sulla cattiva strada. Quella di Rossari non è una cultura esibita, non è un nozionismo rocambolesco, ma una conoscenza che si è innervata con l'esperienza fino ad esserne diventata una parte. In quest'ottica basterebbe un riferimento non casuale ad Antonio Delfini per capire fino a che punto la dolce ossessione dell'autore sia in realtà anche un'ancora di salvezza, attraverso la costruzione di uno scenario di senso, o di tanti scenari diversi in cui architettare (forse bluffando, ma chi se ne importa in fondo) la strada della salvezza.

E il senso, ancora una volta, si presenta sotto le spoglie di un non senso: basta leggere l'episodio di Shakespeare accusato di plagio.

Il limite di questa operazione sta forse nella fusione non del tutto riuscita tra divertimento e disincanto, specie quando quest'ultimo corre il rischio di scivolare in un cinismo un po' di maniera, un po' di seconda mano: è il pericolo in cui rischia di imbattersi chiunque provi a tirare sul pianista, specie se il pianista è se medesimo. La scrittura, specie in tempi di barbarie, andrebbe forse protetta maggiormente; difesa nella sua evidente vulnerabilità più che sfruttata per tematiche di rimando o come scenario per pensieri post post moderni.

Anche questo è amore, mi si potrebbe rispondere, e io potrei anche dire di sì, se non fosse che il tema dello scrittore sfigato è stato parecchio frequentato, specie negli ultimi anni.

Per non parlare dell'invito implicito, quasi connaturato a questo sotto genere, a lasciar perdere, che tanto non ti si fila nessuno.
Se devo individuare un punto debole nel libro di Rossari la trovo proprio qui.

Ma il disincanto chandleriano di cui sopra può venire in soccorso: è un libro che va letto come divertissement, piacevole divagazione, punto di vista tra i tanti, a volte troppi, che affollano la bacheca.