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Il Belpaese è un acido noir

Autore: Benedetto Vecchi
Testata: Il Manifesto
Data: 14 maggio 2011

Il profondo nordest ha i colori del cemento e di un prato punteggiato da rifiuti. Alcune volte però si può inciampare in un incantevole angolo sopravvissuto a quella particolare forma di sprawling urbano che ha stretto il Veneto in una morsa di capannoni e villini a schiera. Sono angoli off limits, perché appartengono alle famiglie che contano e che sono passate indenni alla fine della Prima Repubblica, al ventennio berlusconiano e alla crescita dei padanos. Hanno infatti assecondato ogni piccolo o grande terremoto, a patto che il loro potere non venisse scalfito. Nel frattempo, molti si sono arricchiti, qualche parvenu è stato eletto al parlamento per garantire che la propria cricca facesse affari con Roma. I potenti hanno però sempre avuto la fetta grande della torta, evitando con cura di finire sotto i riflettori di un sistema mediatico che ti innalza nell'alto dei cieli e poi ti fa sprofondare nel fango. Un novello Tommaso di Lampedusa troverebbe il nordest la zona ideale per ambientare un eventuale sequel del Gattopardo.
Poi è arrivata la crisi economica. Molti padroncini hanno fallito, altri hanno portato le loro fabbrichette in Romania, Bulgaria, Ungheria, Moldavia. Lì i salari sono di fame e il rispetto delle leggi è un optional di cui fare a meno. Altri hanno provato a fare il grande salto per entrare nel grande casinò della finanza internazionale. E si sono scottati.
La spartizione della torta
In questo clima, il partito di governo che promette milioni di posti di lavoro è in affanno e i padanos vogliono prendere il suo posto. Così l'astro nascente della politica nazionale deve patteggiare con loro, preparando nel frattempo l'arca per sopravvivere al diluvio che seguirà alla caduta del «Capo».
È questo lo sfondo in cui si colloca l'ultimo romanzo di Massimo Carlotto (Alla fine di un giorno noioso, e/o, pp. 177, euro 17. Il romanzo sarà presentato al Lingotto domenica alle 19.30 nello spazio del Caffé letterario. Alle 12, invece, nello Spazio autori Carlotto parlerà di noir). Protagonista è Giorgio Pellegrini, proprietario di un noto ristorante di qualità in una cittadina veneta, usato come base per le pubbliche relazioni dell'onorevole Sante Brianese, l'avvocato di successo che ha fatto il salto nella politica nazionale.
Il ristorante «La Nena» è il salotto pubblico dove si ciacola, si fanno pettegolezzi, ma anche affari, perché il proprietario ha allestito una saletta «sicura» (cioè a prova di intercettazioni). Qui si decidono gli appalti pubblici. In quella stanza si stabiliscono mazzette, percentuali, insomma la spartizione della torta. Riunioni che finiscono in qualche villetta dove industriali e politici possono, con la discrezione del caso, conoscere biblicamente escort che non hanno telefonini per riprendere il potente che palpeggia culi e tette. A fare da intermediario c'è Giorgio Pellegrini, il padrone del ristorante.
Una rispettabile carogna
Chi conosce i romanzi di Carlotto sa già chi è Pellegrini. È il protagonista di Arrivederci amore, ciao, romanzo di un ex militante di un gruppo armato di sinistra fuggito in Sud America perché qualcuno se l'è cantata. Approdato in Colombia, si è arruolato in un gruppo guerrigliero. Un'esperienza che gli fa capire che alla rivoluzione preferisce il banchetto di gala dei potenti. Uccide l'amico più caro. È il modo per tornare a casa. In Veneto uccide, rapina, ma Sante Brianese gli ripulisce la fedina penale e lo fa partecipare alla roulette dell'intreccio tra politica e economia. Dopo dieci anni è diventato un uomo di successo. Si è sposato con una donna che pretende di plasmare programmandole la vita, dalla dieta all'attività sportiva alle persone da frequentare, ai pensieri che deve avere. Insomma, Pellegrini è una carogna.
I padanos vogliono però prendere il potere e Giorgio Pellegrini può essere dunque sacrificato sull'altare della «governabilità». Se si vuole salvare, deve rinunciare ai due milioni di euro investiti in una speculazione immobiliare nel Dubai. E aspettare tempi migliori. Nel frattempo può consolidare il giro delle escort, perché nonostante gli scandali sessuali nessuno vuole rinunciare alla loro compagnia. Anzi il sesso a pagamento è un modo per tenere insieme le varie cricche che si sono costituite. È cioè l'antipasto gustoso da assaporare in attesa del denaro che arriverà. In fondo, il binomio sesso e potere «tira» sempre.
Romanzo acido, cattivo questo di Carlotto. Se qualcuno vuol trovare il buono di turno non è in queste pagine che lo scova. Il mondo qui rappresentato non è scandito dalla divisione tra buoni e cattivi. In questo romanzo, come si dice nelle borgate chissà perché tanto amate da quel nostalgico della società contadina che era Pasolini, il «più pulito ha la rogna». Giorgio Pellegrini non vuol rinunciare ai tanti giorni noiosi che ha vissuto e vuol ancora vivere da persona rispettabile. E allora torna ad uccidere.
Massimo Carlotto è uno scrittore che usa il noir come uno strumento politico. I suoi romanzi sono atti politici di critica all'esistente. È uno scrittore «impegnato», come ce ne sono pochi ormai. Leggere i suoi libri è un'immersione in una realtà legittimata come il migliore dei mondi possibili da tanti opinion makers che si atteggiano a maître à penser. Non piagnucola sulla propria condizione di intellettuale dileggiato dai media, come invece fanno tanti altri scrittori italiani che si scagliano contro l'establishment culturale solo perché sono rimasti fuori dai salotti che contano. Produce romanzi come atto politico, scegliendo di descrivere una realtà aspra, noir appunto. Ha deciso da tempo di stare dalla parte del torto.
Un problema di egemonia
Una scelta che non ha mai il sapore stantio della nostalgia o della mera testimonianza. Fa i conti con un mondo cambiato e che ha bisogno di altri strumenti per essere cambiato. Sa che l'egemonia culturale intessuta dalla destra populista ha prodotto e plasmato l'immaginario collettivo, all'interno del quale Giorgio Pellegrini è un vincente. La destrutturazione di quell'immaginario collettivo è quindi un compito prioritario. Occorre trasportare il conflitto dentro il mondo ovattato dell'industria culturale. Da qui la scelta di raccontare storie di ordinaria ferocia sociale. Altri scrittori che hanno scelto la critica all'esistente hanno scelto generi letterari cosiddetti popolari. Il noir, certo, ma anche il romanzo storico (sulla politicità del noir vanno segnalati i contributi presenti nell'ultimo numero di Micromega). Genna, i Wu Ming, Valerio Evangelisti, Serge Quadruppani, Carlo Lucarelli, Sandro Dazieri, solo per citarne alcuni, fanno la loro parte. Ognuno a modo proprio. Il successo di pubblico che hanno avuto è dovuto al fatto che sono riusciti a dare potenza narrativa a un pensiero critico che non riesce a diventare, da minoranza, maggioranza. Che ha cioè difficoltà a esercitare egemonia. Chi ci riesce sono questi scrittori «minori», spesso ottimi artigiani della parola capaci di essere all'altezza della posta in gioco. Non entreranno mai nel pantheon della letteratura, ma quei posti polverosi è meglio lasciarli ai cultori delle belle lettere.