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Un caffè con Massimo Carlotto

Autore: Luisa De Salvo
Testata: Il Gazzettino Illustrato
Data: 25 maggio 2011

Se non fosse per quella camicia tenuta fuori dai pantaloni in maniera incurante e per quella mano che spesso sfiora la nuca, l'orecchio e poi torna a posarsi sulle ginocchia, Massimo Carlotto si presenta come uno scrittore necessariamente controllato, padrone di sé, sempre e comunque. Dal tono di voce e dai gesti emerge una tranquillità che stride con la sua vita. Anzi con le sue due vite. Quel la pr ima del 1993, in cui ricevette la grazia dal Presidente Oscar Luigi Scalfaro in seguito all'accusa e alla condanna per l'omicidio della giovane Margherita Magello, e quella dopo scandita da tanti libri, letti e scritti, da riconoscimenti e premi letterari, da collaborazioni per produzioni teatrali e radiofoniche. L'abbiamo incontrato all'Ateneo Veneto, in occasione di uno degli appuntamenti della rassegna "Giallo e Nero 2011", dedicata al mistero. Arriva leggermente in ritardo. Dice di essersi perso perché Venezia per lui è legata al ricordo delle fotografie che scattava quando era ragazzo. A volte le immagini sbiadiscono, ma rimangono i contorni da riempire di nuovo, ancora e ancora. Come succede al Caffè Libarium Nostrum di Cagliari, in cui, come scrive lo stesso Carlotto, «nel 97, Danilo Argiolas un barman cagliaritano, ideò l'Alligatore (ispirandosi a un personaggio dei suoi romanzi): un tumbler basso riempito per sette parti di calvados e per tre parti di drambuie. Molto ghiaccio (meglio se tritato) e una fettina di mela verde da masticare lentamente alla fine per consolarsi del bicchiere vuoto». Adesso chi vuole sorseggiare un Alligatore sa dove andare. E' un consiglio prezioso, per riempire i contorni…

Uomo/ scrittore dalle mille sfaccettature: noir, reportage, teatro, cinema, radio, fumetto e televisione. Quale predilige?
Nessuna in particolare. Hanno tutte uguale dignità. Mi piacciono. Credo anche molto nella contaminazione dei generi.

Cosa vuol dire contaminazione?
Contaminazione significa innanzitutto lavorare con alt re sensibilità artistiche. Questo per me è importante perchè si impara molto. Poi il mestiere della scrittura porta spesso all'isolamento, che è la cosa peggiore. La contaminazione serve invece a stimolare tutta una serie di territori culturali che non si conoscono o si conoscono poco. La contaminazione è anche il fatto di poter immaginare degli sviluppi artistici diversi rispetto alla scrittura, per questo io ogni anno scrivo delle cose diverse… una sceneggiatura, qualcosa per teatro, proprio come disciplina.

Quale terreno, vergine alla sua creatività, vorrebbe esplorare?
Il fotoromanzo. Secondo me è un linguaggio popolare straordinario. Così varrebbe la pena, naturalmente in maniera molto ironica, riprenderlo ed esplorarlo.

Lei che di battaglie ideologiche ne ha combattute tante, cosa prova a lottare per un'ideale?
 L'idea dell'ennesima sconfitta (ride). No… ne vale sempre la pena…mettiamola così…

Tra i tanti problemi sociali che ha trattato nei suoi libri (giustizia, emarginazione sistema carcerario, clandestinità), quale ritiene il più urgente e preoccupante?
L'ambiente , in Italia. L'unica soluzione è cambiare il sistema di produzione. Ci vorrebbe una presa di coscienza generale, ma soprattutto anche di inasprimento del le pene nei confronti di chi traffica in rifiuti in maniera clandestina. Ormai è diventata una piaga, di cui peraltro ne siamo anche poco informati.

Della sua prolifica produzione letteraria, quale ritiene il suo scritto migliore?
Il prossimo.

Cosa le manca nella sua vita?
Niente. Tempo.

Cosa è per lei il coraggio e cosa la verità?
Sono forme essenziali, stimoli anche per vivere in maniera dignitosa. Senza verità e senza coraggio secondo me si vive male. Ma che domande difficili. Però…

La sua vita si divide in un prima e in un dopo il 1993 o le due fasi sono inscindibili, si intersecano sempre e comunque?
No, sono assolutamente separate. E' una cosa naturale. Un uomo ha una vita sola, ma può avere diverse esistenze all'interno di questa vita. Io sono appena alla seconda.

Cosa vorrebbe ricordare per sempre e cosa dimenticare per sempre?
Beh…dimenticare una bella lista. Ricordare, non lo so. Questa è una domanda a cui veramente, sinceramente non saprei rispondere. Posso inventarmi qualcosa. Rischiamo di entrare nel campo personale…

I ragazzi di oggi sono più figli di Che Guevara o dell'IPhone 4?
Dell'IPhone 4, indubbiamente. Ogni generazione ha il diritto a commettere i propri errori. E non c'è niente da fare, nel senso che non esiste, soprattutto in questo Paese, uno scambio positivo di memoria generazionale. E' sempre stato un grande problema culturale italiano. Uno alla fine pensa che comunque esiste questo mito del tradimento dei padri. Adesso che sono padre mi rendo conto che in realtà non è vero. Il problema è che ci sono delle colline culturali difficilmente scalabili proprio tra una generazione e l'altra, e questo pone dei problemi molto complicati. Per questo poi l'ultima generazione si arroga il diritto di avere sempre ragione. Io per esempio quando ero giovane ero terribile, dicevo sempre di avere ragione e dicevo delle fesserie enormi. Però ne rivendico il diritto alla fine, nel senso che in questo c'è anche tutta una sua bellezza. C'è la bellezza della giovinezza, ma anche il fatto di poter ardire a sognare. Difatti il segreto è di non smettere mai di sognare.

Venezia , il luogo per… amarsi, lasciarsi, ascoltare o ascoltarsi, bere uno spritz o sognare di nuotare…?
Ho frequentato Venezia moltissimo perché quando bruciavo (marinare in padovano) la scuola a Padova venivo sempre qui. Ho scattato centinaia di immagini di calli, che poi stampavo perchè avevo lo studio fotografico. Ne ho una collezione mostruosa, veramente ne ho centinaia, e centinaia. Infatti domani vado a casa di mia madre, mi riprendo le foto e le riguardo. Sono venuto qui a memoria e mi sono sbagliato completamente perché le mie fotografie mi hanno portato da un'altra parte.