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Riecco Carlotto. La banalità del male al crepuscolo del Nordest

Autore: Stefano Tassinari
Testata: Liberazione
Data: 29 maggio 2011

E' di pochi giorni fa il bell'intervento – apparso sul quotidiano il manifesto – con cui Massimo Carlotto, ragionando a tutto campo intorno al ruolo attuale del romanzo "noir", propone, per la narrativa italiana, una sorta di "obiettivo di fase", coincidente con lo sviluppo e l'affermazione di una "letteratura del conflitto", di per sé slegata dai generi, quindi anche da quello maggiormente praticato dall'inventore dell'Alligatore. Lo stimolo è di quelli importanti e, in quanto tale, lo si dovrà recepire al più presto, magari aprendo un confronto – da estendere anche al di fuori del ristretto ambito degli autori – su quale sia oggi l'immaginario del conflitto e, di conseguenza, sulla base di quali elementi si possa stabilire il nesso tra espressione letteraria e conflittualità, soprattutto sociale. Nell'attesa, il modo migliore per comprendere gli aspetti di fondo della proposta avanzata da Massimo Carlotto sta proprio, a nostro avviso, nella lettura e nell'analisi del suo ultimo romanzo, intitolato Alla fine di un giorno noioso e pubblicato dalla e/o (pagg. 177, euro 17). In questo libro - che a dieci anni di distanza dall'uscita del bellissimo Arrivederci amore, ciao, ci ripropone la respingente figura di Giorgio Pellegrini – il conflitto emerge non solo con forza, ma in tutte le sue forme, come se fosse, nel contempo, il frutto delle nuove dinamiche sociali, del controllo di queste stesse dinamiche da parte di una criminalità fortemente intrecciata alla dimensione istituzionale della politica, nonché dell'adeguamento di personalità psicologicamente disturbate a una specie di "mercato della sopravvivenza", il cui primato sembra essere, a sua volta, causa ed effetto dell'omologazione culturale imperante nell'Italia berlusconiana. In tal senso, la figura di Giorgio Pellegrini – per quanto volutamente estremizzata per ragioni connesse al progetto narrativo di Carlotto - appare perfetta per condensare tutti questi ruoli, e non tanto perché il precursore del "noir mediterraneo" avesse bisogno di disporre di un genio del male (dato che, sotto questo profilo e in tanti romanzi precedenti, di personaggi con quelle caratteristiche ne aveva attinti direttamente dalla realtà), ma perché, in quest'occasione, a risultare più efficace è proprio la normalità del male, che emerge da una biografia del personaggio teoricamente rassicurante, se non altro prima di conoscere la storia raccontata nel citato romanzo di dieci anni fa. Pellegrini, infatti, è un ex militante di un gruppo armato della sinistra, capace di compiere le nefandezze più estreme pur di salvare la pelle e ritagliarsi uno spazio all'interno di quel mondo contro il quale aveva ufficialmente combattuto, fino a trasformarsi in qualcosa di molto più stomachevole rispetto ai tanti pentiti e traditori di quella stagione. E se, in "Arrivederci amore, ciao", Carlotto aveva messo in scena, con meccanismi perfetti, quel passaggio "straordinario" e così doloroso da affrontare per tutta la generazione degli anni Settanta, in "Alla fine di un giorno noioso" ci propone un secondo tempo altrettanto inatteso come lo era stato il primo, con un Pellegrini che dimostra di aver assimilato tutti i dettami di un nuovo corso che cancella ogni residuo di quello precedente, senza che la conquista di un ruolo (figlio, a sua volta, di un insieme di ricatti e di scambi) possa rappresentare, per lui, un diritto alla sicurezza e alla tranquillità che, semplicemente, non esiste. Nel romanzo, Pellegrini è il gestore di un locale alla moda di una città del Veneto, nelle cui stanze riservate nascono e vengono gestiti gli affari loschi di una cricca imprenditoriale e criminale cresciuta all'ombra della politica, proprio nel momento in cui gli equilibri di potere, finora nelle mani di una destra finanziaria e priva di tradizionali radici sociali, si stanno spostando a favore del partito dei "padanos". Al centro del gioco c'è l'avvocato e parlamentare Sante Brianese, uomo a cui Pellegrini deve buona parte della sua salvezza dalle vicende di un tempo, ma dal quale, proprio per questa ragione, riceve un trattamento durissimo, basato su ricatti, vessazioni di ogni tipo, truffe e sottrazione di grandi quantità di denaro, ovviamente sporco, perché guadagnato attraverso la fornitura di droga e di prostitute d'alto bordo, queste ultime usate come contropartita nei confronti di politici compiacenti, il tutto inserito in uno scenario assolutamente rappresentativo dell'Italia di oggi, quindi ben lontano dalla finzione. Trattandosi di un romanzo "noir", e per giunta scritto da uno dei principali maestri di questo genere a livello internazionale, non ci soffermeremo certo sulla trama (per altro ben costruita e oliata, come Carlotto ci ha abituato da tempo), preferendo sottolineare quel quadro d'insieme composto da diversi dettagli, ognuno dei quali in grado di indicarci un frammento di una trasformazione sociale a dir poco inquietante. Il primo di questi frammenti, forse il più appariscente, sta nel nesso tra il piacere della ricerca del potere (talvolta fine a se stesso) e una diffusa tendenza alla depravazione sessuale, basata sulla totale oggettivazione dei corpi, sullo sfregio programmato di ciò che resta delle personalità femminili (e cioè molto poco, perché da conteggiare al netto di una cultura da sala d'attesa dei barbieri di periferia) e di una concezione del dominio tipica di un determinato mondo maschile, retrivo e reazionario. Tale tendenza accomuna tutti i personaggi in campo, da Pellegrini (il quale, tra una scappatella e l'altra con la socia in affari e l'amica di famiglia, tratta la moglie come se fosse un automa a cui proporre squallidi giochi fondati sul rapporto colpa presunta / punizione / rassicurazione) all'onorevole Brianese (il cui tallone d'Achille coincide proprio con la sfera sessuale), fino agli esponenti di cosche mafiose del Sud, le cui propensioni animalesche sono pari soltanto alla presunzione e all'ignoranza. Nel romanzo, questa dimensione è di particolare rilievo, anche perché acuisce la contraddizione (così evidente in una parte della nostra classe politica) tra l'intoccabile religiosità dell'apparenza e le dinamiche della vita reale e sottaciuta, evidentemente segnate da un conflitto insanabile. Il secondo aspetto, invece, riguarda l'uso indiscriminato della violenza, anch'essa strumento necessario allo sviluppo e al mantenimento del conflitto, utilizzato, però, senza alcun senso di colpa e, nel caso di Pellegrini, senza alcuna giustificazione ideologica, come forse capitava in quella sua vecchia vita ormai dismessa (ma a questo punto non ne siamo più sicuri). La violenza – e non potrebbe essere altrimenti – permea gran parte delle pagine di questo libro, spingendoci a riflettere in continuazione sul suo essere una variabile dipendente del nostro sistema socio-economico, il che, se fosse vero (e probabilmente lo è) ci consentirebbe di comprendere al meglio le caratteristiche di quel modello politico/imprenditoriale in cui siamo immersi, nostro malgrado, da parecchi anni (e questo sarebbe, o meglio, è un merito da ascrivere al lavoro di Massimo Carlotto). Poi c'è tutto il resto, dall'analisi dei rapporti di forza e delle nuove relazioni affaristiche al tema delle infiltrazioni criminali nelle zone ritenute - a torto - al riparo da certi interventi, fino ad aspetti più nascosti, in quanto legati alla sfera privata, come nel caso del nesso tra le contraddizioni dovute ai temi appena citati e la fragilità psicologica dei diversi protagonisti, descritti al meglio nel momento in cui i contrasti del mondo esterno generano in loro un sentimento "squalificato" come la paura. Tutti elementi, questi, che messi assieme formano uno scenario unico, dominato da quel conflitto a cui si accennava in precedenza, che Massimo Carlotto riesce a narrare come ben pochi scrittori, almeno per il momento, paiono in grado di fare.