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"Una brutta storia": la guerra in Italia tra poliziotti corrotti e guerriglieri ceceni

Autore: Cristiano Sanna
Testata: Tiscali Spettacoli&Cultura
Data: 17 maggio 2012

Questione di famiglia. Ma a ribadirlo stavolta non è uno dei tantissimi epigoni di Don Corleone e nemmeno un vecchio nonno che tenta di riaffermare la sacralità del nucleo "etero" dagli assalti delle coppie di fatto e degli omosessuali che vogliono sposarsi e adottare bambini. Qui la famiglia porta la divisa. Quella del poliziotto, tutore della legge. Tutore, in questo caso, soprattutto dei propri diritti e interessi. Perché la famiglia in divisa guidata con il piglio del boss dall'ispettore Biagio Mazzeo pensa soprattutto a quelli. Con i criminali che ne intralciano le trame sanno essere spietati, così come quelli all'interno della Narcotici che hanno meno scrupoli di coscienza del clan guidato da Mazzeo. Finché si presenta l'occasione del colpo della vita, e questa occasione inciampa in un morto ammazzato. E' il fratello di uno dei leader della guerriglia cecena che scatenerà contro l'ispettore e i suoi lupi in divisa una guerra senza quartiere. E' un romanzo fluviale (oltre 400 pagine) Una brutta storia, di Piergiorgio Pulixi, membro del collettivo di scrittura Mama Sabot coordinato da Massimo Carlotto. Lo pubblicano le edizioni E/O.Piergiorgio, in tempi di gente che corre e ha poco tempo per leggere, è una bella sfida proporre un librone al pubblico.

"Volevo che fosse un noir atipico, una storia di grande respiro, con molti personaggi e sottotrame. Una narrazione epica che tenesse conto della lezione di maestri come Dumas e Hugo, aggiornando il ritmo anche grazie alla grande qualità di scrittura delle storie di molte recenti serie televisive poliziesche americane. Non credo affatto che la gente voglia storie da 150 pagine e basta, se no non si spiegherebbe il grande successo della trilogia Millennium di Larsson o di libri come Il potere del cane di Winslow".

Come è stata l'interazione con Massimo Carlotto durante la lavorazione del romanzo?
"Io sono parte del collettivo Sabot, quando si comincia a lavorare ad un nuovo progetto si condivide la trama con tutti gli altri che fanno parte del gruppo. Non vengono risparmiate critiche schiette e arrivano suggerimenti. Questo scambio di pareri viene supervisionato da Carlotto. Io sono partito da un fatto di cronaca sull'arresto di 16 poliziotti per associazione a delinquere. Quando la mia proposta di trama è stata approvata, sono cominciati tre anni e mezzo di stesure della storia che ogni volta passava al vaglio dei Sabot. Per arrivare al libro che avete tra le mani ci sono volute trenta stesure e quattro editing diversi, con quattro persone differenti, una delle quali esterna alla casa editrice che ha poi pubblicato il romanzo".

Da A.C.A.B. in poi le storie di poliziotti corrotti prendono piede anche nella letteratura di casa nostra. Se c'è un pubblico per storie sulla perversione delle forze dell'ordine significa che fra queste ultime e i cittadini si è incrinato il rapporto di fiducia.
"Nonostante la stragrande maggioranza dei poliziotti siano onesti, esistono le mele marce e non sono poche. E' un problema sentito anche perché la divisa ti da un potere che è difficile gestire. Dai fatti della Diaz e di Bolzaneto alle storie di agenti corrotti delle sezioni Narcotici o dei favori sessuali chiesti in cambio del rilascio di visti per l'immigrazione, le cronache hanno riportato episodi che hanno scosso la gente. Come pure certi interrogatori condotti con metodi ben poco di garanzia (vedi il caso Cucchi, n.d.r.) o i crimini della Uno bianca, con morti ammazzati fra cui diversi carabinieri. Di fronte a questi fatti le istituzioni tendono a proteggere le forze dell'ordine ed è un fatto che gli autori delle violenze alla scuola Diaz siano ancora in servizio e molti di loro abbiano fatto carriera. Questo certo non aiuta a riconciliare il rapporto fra tutori dell'ordine e società civile. Basta citare che in Paesi come la Germania quando i poliziotti sono in tenuta antisommossa portano sulla divisa e il casco numeri e dati che li rendono immediatamente identificabili, a differenza di quanto avviene in Italia".

Il suo romanzo è solo una storia di bastardi contro bastardi o c'è, in mezzo, il personaggio positivo?
"Più di uno, a loro tocca la parte più difficile, perché si trovano tra due fuochi: da una parte i colleghi corrotti e dall'altra l'urto della mafia cecena in cerca di vendetta. Anche le vittime della corruzione e della violenza hanno il loro spazio narrativo e la loro voce".

Lei è cagliaritano anche se vive e lavora a Padova. Tempo fa si parlava di una 'scena sarda' della scrittura narrativa. Se ne è mai sentito parte o è solo un'invenzione che serve al marketing e a certi critici?
"Non mi sono mai sentito parte di una scena sarda. E' stata una casualità che diverse voci di narratori si siano levate più o meno nello stesso periodo dalla Sardegna. Alla fine stava diventando anche un problema sentirsi rinchiudere in gabbie concettuali preconfezionate. Anche perché molte delle sttorie scritte dal collettivo Sabot non riguardano nemmeno il territorio dell'isola ma sono ambientate altrove".