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"Stare fermi o girovagare senza meta": Intervista a Claudio Morici

Autore: Elena Paparelli
Testata: Paese Sera
Data: 24 maggio 2012

Lo scrittore romano, autore di “Matti Slegati”, “Actarus, la vera storia di un pilota di robot e “La terra vista dalla Luna” dialoga con Paese Sera del suo ultimo libro edito da e/o: "Pieno di umorismo ossessivo e 'cazzarone', ma il tema principale è la depressione" DI E. PAPARELLI

“L’uomo d’argento”, uscito di recente per l’Editore e/o, è presentato come “una visione acuta, divertente e terrificante della fine del lavoro e del mondo”. Una città-rifugio basata su poche ma chiarissime regole (birrette gratis, sesso senza amore, ozio etc.) è il teatro niente affatto surreale della vita di una comunità che ha eletto il disimpegno a stile di vita. Quella in cui si trova a muoversi il protagonista senza nome del romanzo, che il lettore scoprirà da solo se rubricabile o meno fra i tanti personaggi più o meno svogliati (o senza spina dorsale?) che costellano la letteratura. Una “etica dell’indolenza” in effetti c’è, in questo bel romanzo sul nostro tempo così malato: è quella incarnata dall’uomo pitturato d’argento che dà il titolo al romanzo. Un soggetto che vegeta su una panchina, e che per tutta la narrazione costituisce per la voce narrante un paragone da emulare e, insieme, un antagonista da sconfiggere anche con l’arte del non far nulla. Dentro le pagine di Morici c’è naturalmente molto altro. Prima di tutto, l’umorismo con cui si affronta il tema della depressione che, in un epoca in cui il male oscuro è diventato moneta corrente, è già moltissimo.  


Già autore di “Matti Slegati” (Stampa Alternativa), “Actarus, la vera storia di un pilota di robot (Meridiano Zero) e “La terra vista dalla Luna” (Bompiani), Morici non è nuovo nell’affrontare il tema del disagio psicologico. Certamente è uno che si fa delle domande. Poi scrive, e viaggia. Tanto. Ha anche una curiosa mania: quella di scattare foto a tutte le stanze in cui alloggia, nel corso dei suoi tanti spostamenti. La prima domanda, allora, scatta quasi per riflesso incondizionato.

"L'uomo d'argento" che dà il titolo al tuo ultimo romanzo è un uomo che sta seduto su una panchina senza fare assolutamente nulla. Mentre tu il libro lo hai scritto in almeno trenta città diverse. E' una sorta di nemesi, la tua?

Un mio amico depresso, tempo fa, parlando del suicidio, disse qualcosa del tipo: “Prima di pensarci seriamente, credo che mi metterei a girare il mondo. Poi quando torno, vedo”. Non è esattamente il mio caso, ma lo spostarsi continuamente o il rimanere immobili a “non vivere” diciamo, sono cose che si assomigliano. Sono due alternative, modi di morire, forme di ribellione alla realtà. Pensi che tutto sia una gran fregatura? E allora basta, non ti muovi più, esci dai giochi su una panchina come fa L'uomo d'argento. Oppure sali su un pullman e non ti fermi più. In entrambi i casi hai la sensazione che non riusciranno mai a prenderti.

Nel romanzo lo scenario è di quelli a tinte cupe - nessuna progettualità, amori promiscui, filosofia del disimpegno in una "terra promessa" dove migrare lontani dalla vita vera - ma tira aria parecchio godereccia. L'immaginazione cerca conforto a prezzo facile: è così che pensi l'alternativa a una esistenza "normale"?

La città che ospita questa storia è una sorta di alter-ego delle nostre città. E' la materializzazione dell'unica fantasia di evasione che abbiamo a disposizione, essa stessa parte di un meccanismo culturale rotto. Mi fanno lavorare tutto il giorno per una vita di merda, quando poi perdo anche il lavoro e non riesco a fare neanche quella? Allora mollo tutto e passo il tempo a ubriacarmi, fare sesso e ridere. Magari in qualche cittadina del terzo mondo dove tutti hanno avuto la stessa idea. E' un’eventualità talmente correlata al suo opposto, che in realtà neanche ci sarebbe bisogno di raggiungere la “terra promessa”: ci sono almeno due-tre quartieri fatti apposta di ogni grande città europea che si rispetti. Ma entrambe i modelli, per quanto apparentemente opposti, escludono esattamente quel quid che ci manca, quel qualcosa che non riusciamo più a esprimere, né a condividere, o a capire.

Perché il protagonista del romanzo non ha un nome?

Credo di avere iniziato a non darglielo per scrivere meglio. Così ogni tanto potevo essere io senza accorgermene, cose così.

Nel romanzo prende forma una storia d'amore fra il protagonista e Jenny, una «appenarrivata» a cui sembra difficile scucire una parola. Poi però nel corso della relazione, questa ragazza così diversa attraversa un cambiamento significativo. Cosa significa per lei l'incontro con il protagonista?

Tutti gli “appenarrivati” aspirano a essere “del posto”. Jenny sembra diversa: a un certo punto scopre il meccanismo della città, svela quanto è inutile, trasgredisce le regole. Il protagonista si innamora di lei, perché sembra l’unica ad aver capito, ma soprattutto ad avere il coraggio di gridare le proprie emozioni. Che sono il vero “non detto” in città, ciò che tutti devono nascondere o dissimulare. Ma in realtà Jenny fa altro. E poi altro ancora.     

Il Maestro, l'uomo d'argento, non parla più, e sta seduto. Per il protagonista è un riferimento costante, persino ossessivo. Paz (Octavio) diceva che la saggezza non sta nella stasi né nel cambiamento, ma nella loro dialettica. Che risponderebbe (ammesso che risponderebbe) l'uomo d'argento?

L’uomo d’argento non risponderebbe nulla. Se ne starebbe lì, sulla panchina, tutto pitturato d’argento. Neanche si girerebbe a sentire la domanda. Darebbe uno sguardo in aria, accavallando le gambe: lo avrebbe fatto comunque. Stessa cosa per qualsiasi altra domanda.

"L'uomo d'argento" è stato definito "una satira della depressione e una satira della degenerazione". Concordi con questa definizione?

Quando per la prima volta ho parlato faccia a faccia con il mio editore, che aveva già comprato il romanzo, ricordo ero tutto impegnato a fargli capire quanto non fosse solo un libro divertente. Non l’aveva praticamente letto nessun altro e avevo paura che fraintendessero, che sembrasse un’altra cosa, perché c’è, in effetti, una specie di tranello per chi lo legge. Nella prima metà, vieni stordito da questo umorismo ossessivo e “cazzarone”, ma serve solo per dartene il disgusto e identificarti con una serie di episodi che arrivano. Ma temevo che, nonostante le intenzioni fossero altre, fosse valutato solo per il fatto che facesse ridere. L’editore però mi ha guardato meravigliato e mi ha detto qualcosa tipo “Certo, è un libro sulla depressione, no?”. E io lì, in qualche modo, ho realizzato che davvero questo era il tema principale. 

Nei tuoi viaggi fotografi sempre gli interni (camere d'albergo, stanzette di ostelli etc.), mai gli esterni. E' il "riposo del guerriero" che va immortalato o c'è altro da comunicare?

E’ che non so fotografare. E la fotografia mi piace così tanto che non mi permetterei mai di provarci per davvero. E allora, qualche anno fa, ho iniziato a fotografare tutti i posti dove dormivo e a condividerli su Facebook. Come se fosse l’unica foto che fossi autorizzato a fare fosse il letto disfatto da dove mi ero appena alzato. Nulla di meno pretenzioso. Poi Repubblica.it ha pubblicato gli scatti in una gallery, e sono entrato in contatto con tante persone che mi chiedevano di tutto: dai consigli per lasciare il lavoro, ai nomi dei ristoranti che preferivo a Bangkok, fino ad arrivare a interrogativi spirituali o offerte di ospitalità incondizionata. Ma la maggior parte facevano il tifo e basta. In giro deve esserci un enorme desiderio di cambiare vita.