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Un caffè e una Guinness con Giampaolo Simi

Testata: Noir Italiano
Data: 30 maggio 2012

Il viareggino Giampaolo Simi è un autore pluripremiato e conosciuto. Il suo stile è tagliente e veloce (lo leggerete dalle risposte). Noir Italiano lo incontra in prossimità dell’uscita del suo romanzo “La notte alle mie spalle”. Certo, noi non amiamo farci “spiegare” i libri (i libri vanno letti e basta), per questo cerchiamo di farci raccontare da Giampaolo la sua idea di noir.

Noir Italiano: Ciao Giampaolo e benvenuto. Io prendo un caffè, tu?

Giampaolo Simi: Per me una Guinness spillata come si deve, grazie.

NI: Cosa significa per te noir?

GS: Significa provare a raccontare le storie dalla parte del torto. È lì che spesso si trova almeno un po’ di verità.

NI: Cosa rende Viareggio , e la Toscana in genere, una città noir?

GS: Il fatto che siano luoghi idealizzati in una eterna cartolina piena di sole. Dove la luce è più forte, le ombre sono più nere.

NI: Il tuo prossimo libro ha come protagonista un uomo malato, il cosiddetto “mostro”. Non pensi che la stampa abbia abituato l’opinione pubblica all’immagine del “mostro” da averla stemperata?

GS: Che Furio Guerri non stia benissimo è fuor di dubbio. Ma in realtà è soprattutto un grande manipolatore, per cui gioca a depistare il lettore, proprio per farlo cadere negli stereotipi creati dal giornalismo sensazionalistico di cui parli. Non immaginereste mai la vera ragione per cui lui si definisce un “mostro”. Bisogna leggerlo fino in fondo, per scoprirlo. Ed è quello che Furio Guerri vuole. Raccontare la propria storia e farsi ascoltare fino in fondo.

NI: La normalità è così noir?

GS: Capovolgo i termini della domanda. È il noir che oggi deve ricominciare a descrivere la normalità, la quotidianità, da un punto di vista insolito, sghembo, realistico. Altrimenti fra dieci anni saremo ancora qui a raccontare di serial killer albini che uccidono con rituali maya credendosi la reincarnazione di Elizabeth Taylor. Una prospettiva che mi fa veramente paura.

NI: Quando scrivi un romanzo lo fai in pochi giorni, come in una trance creativa, oppure è un processo lento e logico? 

GS: È un processo lento la cui logica emerge a poco a poco. Quando mi metto a scrivere, so bene cosa scriverò e in quattro o cinque mesi faccio la prima stesura. In genere è già solida, ma la calibrazione dei punti più importanti e il lavoro di lima sul testo portano via altre settimane. Quando esce il libro saranno i pareri dei lettori a farmi capire il vero significato di quella storia, cioè il perché l’ho scritta.

NI: Come ti sei avvicinato alla scrittura?

GS: Talvolta penso che ho solo provato a fare i mestieri che riscuotono più successo con le donne. Come calciatore però sono una pippa, come chitarrista rock appena decente. Scherzi a parte, mia madre ricorda che ho imparato a leggere a scrivere da solo, a quattro anni. Si vede che era proprio una fissazione.

NI: Quanto tempo dedichi alla scrittura?

GS: Alla mia le prime ore del mattino. A quelle degli altri tutto il resto della giornata. Perché poi i libri li recensisco, li presento, oppure li leggo per documentarmi o per sorvegliare la concorrenza (scherzo, dài, siamo tutti così amici).

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir.

GS: Per me un buon romanzo noir è come un bel solo di sax: la tessitura è raffinata, ma le note sono un po’ sporche, perché ci senti il respiro caldo di un essere umano.