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L’uomo d’argento

Autore: Simone Buttazzi
Testata: Il paradiso degli Orchi
Data: 7 giugno 2012

Flash geniali di promozione libraria: il volume preso a pistolettate a conclusione di un reading, l’autore che fa l’orlo al libro con la macchina da cucire o che si accinge a perforarlo con un vecchio trapano meccanico. Il tutto si spiega se l’autore in questione è anche il signor C noto ai lettori online de «L’unità», protagonista di video rapidi e illuminanti, non a caso virali col dolo. Crollano le borse, dice il tiggì? Bene, il signor C si gira e fuori dalla finestra vede una pioggia di borselli e borsette.
Di questi flash, di queste idee spiazzanti e perfettamente scontornate gronda il nuovo romanzo di C(laudio) Morici, L’uomo d’argento, distopia cazzarona ma non troppo, sia nel senso della distopia – ormai molto vicina alla realtà – sia nel senso della cazzoneria, in quanto – come ha ammesso lo stesso autore – il romanzo sarà pur divertente popi popi spumeggiante ma parla di depressione.
Ci troviamo in una città senza nome, presumibilmente della zona euro dal momento che i prezzi sono in euro. Ma poco conta, in assenza di denaro, di lavoro, di occupazioni e di senso. È finito tutto, e questo centro è una sorta di ultima spiaggia, di Cristiania intristolita e apollinea in cui, più che rifugiarsi per godersi la vita, ci si spiaggia. Il protagonista, anch’egli senza nome, è ormai un habitué del posto, così come il suo Maestro, l’uomo d’argento del titolo e dell’immagine di copertina, vale a dire un figuro silente e panchinato che nulla riesce a scomporre, manco fosse la guardia di Buckingham Palace. Solo che lui sta seduto. E tutto attorno a lui si consuma il vuoto viavai della cittadina, il conflitto tra gli appenarrivati e le vecchie volpi, l’ozio imperante, la musica a palla, la birra a fiumi, l’eros intontito e il rapporto che funge da asse portante del libro, quello tra il protagonista e Jenny.
L’uomo d’argento è una piccola summa della produzione di Morici. Ci ritroviamo i vagabondaggi e le nevrosi de La terra vista dalla luna, la satira stralunata e le nevrosi del libro cult Actarus, la vera storia di un pilota robot e infine la vita di comunità (e le nevrosi) di Matti slegati. Questo suo primo romanzo per e/o riesce a suturare gli input più insistenti dell’universo di Morici, e per certi versi li pacifica, li ossifica. Significativo, da questo punto di vista, l’ultimo capitoletto, che risolve la trama nell’unico modo possibile e offre un’immagine cinematografica di grande impatto. Tristissima.
La pecca, semmai, è il ricorso a un registro troppo balordo – per quanto ludico, e voluto – che a tratti stanca e strappa sorrisi un po’ forzati. Come narratore, Morici è senza dubbio un pessimista allegro, ma L’uomo d’argento, sotto la sua scorza goliardica, ha un abisso che s’intuisce senza venire mostrato in tutto il suo orrore. E le tante intuizioni geniali di cui si compone non riescono a convergere per generare un assordante CLIC nella testa di chi legge. In sintesi: l’idea alla base del romanzo è virale, molti aspetti del romanzo sono potenzialmente virali, il romanzo nel suo complesso non è virale.