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Un Woody Allen presbite nella Milano di Gadda – Marco Rossari

Autore: Daniela Ranieri
Testata: Panorama.it
Data: 6 giugno 2012

«Dài, vieni».
«Non ci riesco».
«Cosa vuoi che faccio?»
R. non sapeva cosa rispondere, se non che l’indicativo era sbagliato.


Fossi stato russo, avrei detto che eri il Mastroianni russo.

È la mia più grande ambizione, ma non so da quale dei due elementi cominciare. Aspetta, forse Carmelo Bene era il Majakovskij italiano, si potrebbe inventare una teoria della metempsicosi infranazionaletteraria, una specie di reincarnazione pseudocasuale tra artisti e affini. Uno spettro s’aggira per l’Europa e vuole la sua fetta di artisticità attraverso una definizione banalizzante.

Ho riso molto. Mi piacciono i libri che mi fanno ridere. Dolci, comprensivi ma forti, che sanno prendersi le proprie responsabilità. Quanto guadagna il tuo libro?

Non so se far ridere aiuta a vendere. Il riso fa stare bene, ma è anche un’intrusione forte nel lettore o nell’interlocutore. Il quale, a volte, te la fa pagare, ergo non guadagnare. Inoltre il riso ti espone al pregiudizio che la faccenda non sia autorevole, ponderata. Rido, ergo non cogito.

Uno dei pezzi più belli è un esilarante, metropolitano, alcolico racconto di una gara di poesie durante un reading (un poetry slam, uno slam poetry, un festival insomma, una kermesse). Puoi spiegarmi il motivo per cui nessuna casa editrice, oggi, pubblicherebbe un libro di poesie intitolato “Cazzeggi” o “Sborra”, mentre si pubblicano e si vendono molti libri orrendi?

Non ne sono così sicuro, bisognerebbe proporre un libro del genere (e non è detto che non lo faccia). Anni fa la casa editrice Fernandel inaugurò la collana LDM, che stava per “Libri di merda”, diretta da Paolo Nori. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, non andò molto lontano. Paragonare la poesia all’etimo di sborra, ossia “scarto”, mi sembrava sublime, ma è interessante come sia il porno che la poesia riescano a dissipare la vita, a traboccare sul web, a fomentare il dilettantismo (la nuova estetica “amateur”) e nessuno sia più disposto a scucire un euro per averli.

Quando è successo che siamo stati invasi dall’aggettivo “poetico”? Perché tutte queste metafore, questi versi da involucro di assorbente… perché tutta questa poesia nell’aria non ha ancora prodotto un miglioramento del mondo, delle relazioni, dei rapporti di lavoro? Perché ha vinto la pornografia retorica dei sentimenti?

Detto in soldoni, immagino che sia stato il benessere, almeno nel mondo occidentale. Prima una cosa bella e una cosa buona, utile, coincidevano. Oggi abbiamo bisogno di idealizzare un tramonto o un gesto o uno yogurt, perfino un orrore. Anche davanti a un eccidio, c’è bisogno del poeta che renda edulcorato l’impossibile. È un analgesico che ti fa dormire meglio. Ben venga, tutto sommato, anche se “poetico” sta a “poesia” come il matrimonio in chiesa per fare felici i genitori nel 2012 sta al tremito di Jacopone da Todi.

Che poi, quanti sono quelli che sanno cos’è un giambo. Non voglio caricarti di responsabilità, sono solo domande che la lettura del pezzo mi suscita.

Io lo so e stamattina ne ho anche mangiati un paio.

Ti ho sentito dire a una presentazione che una volta hai letto un racconto di Susanna Tamaro e era bellissimo. Hai tre righe per chiarire.

Pur grondandone, come tutti, non amo i preconcetti. E nel rapporto col testo hanno un peso notevole. Copertina, nomea, bandella, recensioni, consigli. C’è una scena in un libro di Antonio Moresco dove l’agente letterario che lo segue capita per sbaglio su una sua pagina riciclata come carta per stampante sul verso bianco e rimane folgorata (non dal verso bianco, eh). È una cosa che capita ogni giorno a chi fa il lettore editoriale: hai davanti un manoscritto di cui non sai niente e cominci a leggere. A volte non sai nemmeno di che parla, chi è l’autore, se è uomo o donna, se è bianco o nero. A me piace. Quanto alla Tamaro, ho trovato su una bancarella una vecchia antologia “dei nuovi narratori”, curata da Antonio Franchini e Ferruccio Parazzoli. C’è un suo racconto molto bello, confermo.

Di solito, quando gli intervistatori vogliono fare un complimento, dicono: «somigli a questo» e sparano un nome; oppure «non somigli a nessuno, sei unico». Cosa vuoi che ti dica.

Somigli a questo, ma non somigli a Coelho. Vabbè, era telefonata.


Lo conosci questo libro?  Il tuo libro somiglia a questo.


«Il tuo libro somiglia a questo»

Lo conosco eccome, e mi fai molto felice. Woody Allen è l’ennesima dimostrazione che si può essere divertenti senza essere banali: è una banalità e ribadirlo non è divertente.

Il tuo libro è cinematografico. A volte si ha la sensazione di stare davvero in un diner, in mezzo a un’umanità gocciolante, disperata, ridicola, fiduciosa nel domani. Hai visto un sacco di film, vero? Perché leggere l’Ulisse di Joyce quando c’è tanto di quel bel cinema? Ma poi, lo hai letto davvero?

Tu scherzi, ma l’Ulisse di Joyce è una perfetta serie televisiva. Non è per nulla impossibile, anzi. Fassbinder ci provò con Berlin Alexanderplatz e ne venne fuori un capolavoro. Dagli episodi si estrapola il dialogo. C’è l’unità di tempo e luogo su cui ricamare epifanie, visioni, nostalgie, aspettative. Il flusso di coscienza come voce fuori campo funziona quasi meglio che sulla pagina. La città, i personaggi… Davvero bisognerebbe provare.

Fammi vedere la copia.

Una copia non fa una lettura. E nemmeno una lettura a volta fa una lettura. Eccola.


JJ*MM

Tu non sei uno scrittore sentimentale, eppure i tuoi personaggi lo sono, senza che questo ti renda cinico; le disgrazie che vivono fanno sorridere, a volte ridere, eppure tu non sei mai umoristico; sei come Dio: non li risparmi, li fai soffrire, li ridimensioni, insomma sei uno stronzo, anche nei racconti in prima persona. Eppure a volte sei sorprendentemente delicato, come quando racconti del viaggio in un paese che si chiama Kafkania, pieno di cianfrusaglie, dove il genius loci è ridotto a un «avatar collettivo di un’angoscia generale», un pupazzetto voodoo in cui si concentrano tutti i fraintendimenti di un secolo sanguinario, o quando descrivi quella foto patetica di Kerouac insieme alla madre (mentre ridi ti si stringe il cuore (anzi, grazie per aver smitizzato la beat generation)). Fossi americano, saresti già famoso a Parigi.

Sono famoso in Giappone. Mah, temo di essere sempre a metà strada: troppo triviale per i dotti, troppo dotto per i triviali; troppo cinico per i sentimentali e via dicendo. Sono contento che tu abbia notato questa delicatezza, l’amore verso personaggi che pure detesti e non vorresti mai più vedere. A dirla tutta ho un debole per l’essere umano.

Hai il passo della letteratura americana, hai il senso epico delle biografie, sai sparire – intendo che collochi la tua vicenda al di qua della pagina senza farne carico al lettore, hai un’ironia di tipo ebraico: sarai mica un traduttore?

Faccio il traduttore, ma vorrei essere un cabalista.

Soffri molto?

Oggi più che altro lo scrittore s’offre.

Tra i fumi dell’alcol, nella luce un po’ così dei localacci da Route 66 – «quei luoghi di voci e di solitudine» – uno scrittore si atteggia con un rum in una mano e una sigaretta nell’altra. Mentre gli si avvicina l’ennesima groupie, pensa che no, non ne può più di scoparsi le proprie lettrici. È un topos del maledettismo che riprendi in continuazione (tu però dici sdraiarsi). Ecco: ti è giunta voce che questo alle scrittrici donne non succede? Sai abbozzare una spiegazione del perché?

Immagino che accada a tutti. A parte una luminosa eccezione, nel libro non ci sono “scrittrici” semplicemente per non banalizzare la cosa in un rapporto fifty-fifty: ma potrebbero esserlo tutti gli scrittori di cui parlo. Anzi, tutt* – come ormai vedo fare sempre più spesso. Ora chiamo l’editore e gli chiedo di cambiare il titolo in L’unic* scritt*** buon* è quell* mort*, dici che funziona? Comunque è uno stereotipo sciocco, è vero, che uso per raccontare un certo tipo di rapporto morboso tra autore e lettore, in fondo malato, irrisolto, vacuo. È vero che portarsi a letto un libro è un grande piacere, ma un corpo è meglio.

No, dai, serio.

Del perché non bazzicano i localacci della Route 66, intendi?

Qualcuno dei tuoi lettori ti ha mai suggerito di mandare il tuo libro a Corrado Augias?

Solo mia madre, che in fondo è l’ur-lettore. Ha una venerazione quasi pornografica per Augias. E glielo vorrei far sapere. Lo sai che esiste un culto femminile sul web chiamato Augiasporn?

Vado a cercarlo. A un certo punto parli di lettori volpi (bibliomani, feticisti, ossessivi nei confronti della quantità, molteplici) e lettori ricci (monolitici, un po’ distratti nel senso di sciatti, semmai esigenti nei confronti della qualità). Lungi da me chiederti a quale dei due tipi di bestia appartieni come lettore; piuttosto: di quale compulsione preferiresti essere fatto oggetto dai lettori? Pensaci.

Il mio lettore ideale è uno che nel libro non cerca se stesso.

Mh. È vero, come dici, che un autore è sotto la pressione di un sacco di soggetti, figuriamoci se deve pure rendere conto al lettore. Ma credi davvero che Tolstoj verrebbe ridicolizzato in una intervista radiofonica e a Joyce verrebbero rifiutati tutti i manoscritti, o è paradosso, nonsense, o peggio self-pity da scrittori?

No, non credo né l’una né l’altra cosa. Joyce verrebbe pubblicato: a me commuove l’idea che ogni volta abbia rischiato di più, fino a perdere perfino il senso della cosa. Uso quei mostri sacri per mettere un po’ in ridicolo certe situazioni. In più è un grimaldello per raccontare cosa accade quando le parole che hai scritto ti abbandonano e se ne vanno a spasso per il mondo. Poi, certo, ogni parola detta intorno a un libro è superflua: è promozione, chiosa, simpatia (“Ah sì, l’ho intervistato, è simpaticissimo!”). Il che va bene, ma poi quello che dovevi dire l’hai già detto.

Cosa deve fare uno scrittore per essere bravo? Come riconosci che uno è bravo e uno no? Chi è bravo?

Non so rispondere a questa domanda, non sono abbastanza bravo.

Fammi vedere quelli bravi, secondo te.

Voglio dire: al tempo di Montaigne nessuno pensava che dell’Orlando Innamorato o dell’Orlando Furioso non si sarebbe stampata una pagina, fossero stati scritti nel 1580.

Ai tempi di Montaigne leggere non era importante e forse anche oggi vi si mette troppa enfasi.

Quanto c’è di autobiograf…No, scherzo. Cosa si prova ad essere etichettato come “scemo” più e più volte da un lettore via via che prosegue col tuo libro?

Era una parola che usava sempre una mia amica quando la facevo ridere. Capivo che lì sotto da qualche parte c’era un apprezzamento.

Qual è il mio pezzo preferito? Di cosa parla?

Il tuo pezzo preferito è quello che non ho ancora scritto. Parla di uno scrittore convinto che Emily Dickinson fosse nera, parte per Amherst e…