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L’unico scrittore buono è quello morto

Testata: La vie en beige
Data: 13 marzo 2012

Se è vero che la maggior parte della gente, entrando in libreria, decide se acquistare o meno un libro da ciò che legge nelle prime pagine, allora L’unico scrittore buono è quello morto, l’opera più recente di Marco Rossari, ha buone probabilità d’incontrare il favore del pubblico. All’inizio infatti c’è un piccolo e prezioso apologo sulla scrittura, intitolato “Dio e le carote”, in cui l’autore racconta con leggerezza due episodi della sua vita. Il primo è legato alla scuola. Pare che l’incubo di tutti gli studenti della scuola di Rossari fossero le carote, cucinate in modo immangiabile da una tizia soprannominata eloquentemente “la Lurida”. Angelino, un suo compagno di classe, fingeva di mangiarle e le metteva nella tasca del grembiule, per poi disfarsene una volta uscito. Un giorno il trucchetto fallì. Forse un delatore avvisò il preside, dal nome improbabile di Livorio Smricchio, e questi gli intimò di vuotare le tasche. Poi gli chiese “perché l’aveva fatto?”, e incassata la risposta (“per dispetto”) gli aveva mollato un manrovescio che lo aveva steso a terra.

Tanti anni dopo Rossari aveva incontrato di nuovo in un parco il suo compagno Angelino, nel frattempo diventato un vagabondo che interpellava i passanti sull’improbabile ambo uscito sulla ruota di Lugano. Vedendolo da lontano, Rossari aveva pensato che era passato troppo tempo da quando stavano a scuola assieme, che sicuramente non l’avrebbe riconosciuto e gli avrebbe solo chiesto dell’ambo su Lugano come a tutti gli altri, invece Angelino gli si era parato davanti e gli aveva detto: “Amico mio, sono disperato”, e poi era corso via.

“Siamo tutti disperati”, chiosa Rossari, “e tutti quanti ce ne vergogniamo”. E se in un ipotetico giorno del giudizio dovesse sintetizzare davanti a Dio i motivi per cui scrive, Rossari ricorrerebbe ad Angelino, perché da allora ha scritto “solo per comunicare agli altri un’eco di quella voce rotta, un riverbero di quella pena”. E aggiungerebbe inoltre che ha scritto per dispetto, come rispose appunto Angelino al preside, e poi attenderebbe il meritato schiaffone di Dio.

L’autore di questa miscellanea curiosa e riuscitissima che è L’unico scrittore buono è quello morto (pubblicato da e/o), il cui unico antecedente possibile lo si potrebbe rinvenire in Cos’è questo fracasso di Tiziano Scarpa, è in fondo un dispettoso per natura. Ogni aforisma, racconto o riflessione che compone questa raccolta è al contempo un profondo atto d’amore e un comico sfottò alla Letteratura, quella con la maiuscola, coi suoi riti, le sue fisime, i miti usurati e l’irresistibile attrattiva che continua a esercitare su moltissime persone. Fra i tanti frammenti di questo mirabile puzzle (Tolstoj intervistato alla radio, Joyce alle prese con l’impossibilità di pubblicare, le accuse di plagio a Shakespeare ecc.), segnalo l’esilarante cronaca di un poetry slam, in cui il poeta emetico Mr. Marco gareggia contro Fabrizio Filippini e un tal “Spacco il Culo”, e alla fine vince senza neppure profferir verbo. Un libro insomma che è tante cose insieme, tutte mirabili: l’obliografia di un autore con la tentazione di scomparire nella pagina; l’ennesimo travestimento di uno fra gli scrittori più versatili dell’attuale paronama letterario italiano (traduttore, poeta, narratore, saggista); e un’indimenticabile galleria di personaggi perduti nel labirinto della scrittura.