Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Parole metropolitane custodi della crisi

Autore: Valentina Notaberardino
Testata: Scritture & Pensieri
Data: 28 giugno 2012

«Era la città perfetta quella in cui vivevo. Amica, amante, compagna di squadra, donna di servizio, genitore, tutto». Gente del posto e "appenarrivati". E quel "pezzo di merda" dell'uomo d'argento. Inconsapevoli, depressi, confusi, stordite anime alla deriva i primi. Statico, immobile sulla sua panchina, se ne sta così, salvo, il secondo, l'uomo d'argento. Abitano con l'anonimo protagonista- voce narrante una immaginaria metropoli senza nome sospesa fuori dal tempo e dallo spazio. Di questo si compone il visionario scenario narrativo di Claudio Morici nel suo quarto romanzo "L'uomo d'argento", appena edito da E/O. Classe 1972, scrittore e copy, dopo l'esordio con "Matti slegati" (Stampa Alternativa) nel 2003, Morici ha poi pubblicato con Meridiano Zero e Bompiani. Questo è un romanzo che racconta la fine delle illusioni, la crisi che ha ammazzato i sogni di tutti, che ha devastato il futuro dei trentenni. Ma nella città del "pezzo di merda" la tanto annunciata crisi definitiva non è ancora arrivata. Lo hanno capito gli "appenarrivati", ingenui pivelli forestieri a cui sembra essere rimasto ancora un piccolo barlume di speranza. Arrivati "dopo che era successo quello che era successo", sono qui bullizzati dalla gente del posto. E come in una barzelletta, c'è l'australiana, la tedesca, l'inglese. Simboli stereotipati di un mondo alla deriva, in un luogo dove non hanno più senso i legami, non conta l'amicizia, non conta l'amore. Prevalgono lo stordimento, i litri di birra (non pagata), con conseguente vomito e svenimento, il cibo rubato. «La Città. Era lei la tua migliore amica. Le persone che incontravi rimanevano semplici conoscenti, parliamoci chiaro». "L'uomo d'argento" però non è uno dei tanti libri che raccontano la crisi. Questo romanzo la crisi la rifiuta e al tempo stesso la isola inglobandola nelle parole metropolitane. Avrebbe un bel da dire Calvino, le sue città pur essendo invisibili hanno sempre un nome. Lo sa bene Claudio Morici, scrittore ramingo, che dal2007per cinque anni ha viaggiato e scritto questa storia in almeno trenta città diverse.Ce lo immaginiamo alla corte di Kublai Kahn, novello Marco Polo a portargli il suo romanzo in dono. Chissà cosa ne pensa.