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La notte alle mie spalle di Giampaolo Simi

Autore: Alessandra Buccheri
Testata: The Blog Around The Corner
Data: 27 giugno 2012

La notte alle mie spalle (2012, edizioni e/o) di Giampaolo Simi è l’ultimo romanzo a cui ho dato 5 stelle su Anobii. Potrei fermarmi qua, anche perché è un romanzo di cui è difficilissimo parlare senza dire troppo. C’è un mostro, Furio Guerri, rappresentante di commercio. Lui stesso dichiara la propria condizione di “mostro” nelle prime pagine: si capisce che sta per compiere qualcosa di profondamente sbagliato. Attraverso il suo racconto, con i suoi occhi, si dipana la storia di una vita sbagliata e della rovina che quella vita ha generato intorno a sé.

Simi, da consumato professionista della narrazione, sfrutta abilmente i meccanismi della suspense e del colpo di scena per costruire il ritmo, ma la storia, la storia è altro. È la storia del male dentro di noi, nelle famiglie, nelle case, nella quotidianità. Un male indefinito, un malessere che forse, in condizioni diverse, avrebbe potuto essere curato, guarito, tenuto a bada.

Ve lo consiglio per lo stupefacente equilibrio tra scrittura, tensione narrativa e attualità degli argomenti trattati. E complimenti alle edizioni e/o che hanno acquisito in catalogo un vero fuoriclasse.

Lascio subito la parola all’autore.

AB – Ciao Giampaolo, innanzitutto ti ringrazio per avermi liberata dal fardello di parlare del tuo ultimo romanzo in termini di noir. Perché La notte alle mie spalle, pur essendo anche un noir, non è solo questo. La notte alle mie spalle tratta un tema di drammatica attualità, quello del femminicidio. Che Furio abbia in sé il gene di un’atavica prepotenza e Elisa quello di un’atavica remissività è evidente fin dalla festa della maturità. Lei è insicura, bella e sciocca. Il padre si preoccupa del suo futuro, cerca di indirizzarne le scelte universitarie. Di contro, lui è un adolescente solitario e tenace. Anche troppo. È un destino segnato, il loro? O c’era qualcosa che si poteva fare, per evitare che la situazione degenerasse?
GS – Furio ed Elisa non sono una coppia, sono la somma di due solitudini. Furio non può capirlo, Elisa però almeno lo avverte e tenta di cambiare la situazione, ma è proprio a quel punto che si scopre sola, perché la sua famiglia la protegge, ma solo in cambio del matrimonio perfetto, di una famiglia tradizionale che non dia adito a pettegolezzi o maldicenze. Sa che chiedendo un divorzio li deluderebbe e allora esita, si illude di tenere la barca pari, sottovaluta la pericolosità dell’uomo che le sta accanto.

AB – Furio, in generale, tratta male le donne. Le usa (la stagista), le domina (la moglie), le prende in giro (l’insegnante di sostegno). Solo nel rapporto con la figlia la sua intrinseca sfiducia nei confronti delle donne si trasforma in cura e protezione. È, purtroppo, il paradigma di molti uomini. Perché?
GS – Dobbiamo riconoscere che in noi maschi esiste una tendenza innata al controllo. Ammettiamo pure che la natura ci abbia fatto così anche per il bene della specie: controllo e difesa del territorio. Ma una volta appurato che non siamo più nel paleolitico, resta il fatto che trasferire il controllo dalle cose alle persone è però disgraziatamente facile. È un confine che ci sembra nitidissimo, invece non lo è. Negare che questa vocazione possa diventare un dèmone distruttivo è folle, sentirsene immuni è una comoda illusione. Raccontarlo mi sembra oggi una cosa necessaria.
Quanto alla figlia, Furio rivede in lei se stesso, la propria furbizia e la propria tenacia. Se la vuole riprendere, come un oggetto che gli appartiene. Ma non andrà così.

AB – Furio, a sua volta, è schiacciato da una dinamica lavorativa che gli impone di perseguire il profitto a ogni costo. A quel punto diventa sleale anche nei confronti dell’amico di sempre, in una sorta di “mors tua, vita mea”. Sono anche i fattori ambientali, i condizionamenti culturali, che portano una persona a diventare un “mostro”?
GS – Personalmente sono stufo marcio di cattivi epici, di geni del male o di traumi infantili prêt-a-porter per giustificare le peggiori nefandezze. Tutti sedimenti iperletterari di Dracula o di Hannibal. E anche i giornali che dicono “l’ha uccisa perché aveva perso il lavoro ed era depresso” mi paiono francamente non più sopportabili.
È l’ora di raccontare che essere un mostro come Furio Guerri è semplicemente più facile. Noi, come lui, spesso facciamo del male agli altri solo perché è meno faticoso, perché non ci costa niente, perché in casa nostra nessuno ci vede e tanti nei nostri panni farebbero alla stessa maniera. Non facciamo del male perché siamo diversi dagli altri, perché possediamo una qualche statura, anche negativa. Balle. Le cose più orrende le compiamo perché siamo pigri e conformisti.

«A proposito, avete dato un’occhiata al testo che vi ho portato la volta scorsa?».
Augusto non risponde, si gratta dietro l’orecchio, Walter si mette a svuotare la pipa. Poi esamina uno scaffale a cubi bianchi, passandosi la mano sulla testa liscia. Riconosce al volo la rilegatura a elica rossa e la strattona via da sotto la pila.
«Avvincente, vero?» insisti.
Walter abbandona la pipa e lo scovolino. Augusto prende il dattiloscritto, infilzato di post-it colorati come un campionario di carta. Sospira, lo apre.
«…il corpo della ragazza giaceva in una postura innaturale, ma il viso bellissimo e sereno sembrava dormire» declama. «Purtroppo era il freddo sonno della morte».
«Ora io» fa Walter. Apre un’altra pagina segnata da un post-it e si toglie gli occhiali.
«…anche il medico legale, un ometto cinico e dall’aspetto malaticcio, stavolta sembrò rimanere turbato dal turpe spettacolo della morte. “Chiunque abbia fatto questo a una bellezza del genere, non vale la corrente elettrica che serve a friggergli il cervello” disse».
«Giusto. E invece sconti di pena per chi sbudella carampane» ghigna Augusto battendo il pugno sul tavolo. Walter ha già scelto un altro passo.
«Cadeva una pioggerellina insistente e fastidiosa. L’ispettore Stefanacci si tirò su il bavero del trench stazzonato e si riaccese il toscano. Aveva bisogno di riflettere e lo avrebbe fatto davanti a una buona farinata con il cavolo nero, fegatini di pollo alle erbette di campo e Morellino giovane dal suo amico Franco, all’angolo fra vicolo dei Pesti e piazza Martini».
«Chiuso il mercoledì, è gradita la prenotazione» aggiunge Augusto. «Lascia, ora leggo io la scena finale nella tomba».
«…ed ella sorse dal sacello dei secoli, come l’alba come la terra come la madre come l’unica donna, generatrice eterna del cosmo e dei tempi, i seni fertili di lussuria plasmati dalle mie mani, lei dea ebbra, io scultore tremante…».
«Siamo senza dubbio in presenza di letteratura criminale. Crimini contro il senso del ridicolo. Da questo punto di vista è un massacro» sentenzia Walter.
«Inizia come un Chandler al ragù e finisce come Alle etrusche nel sacello piace fare solo quello» rincara la dose Augusto.
Ride, si alza, disincastra a viva forza un paio di volumi da una mensola. Inizia a raccontare che nell’antica Roma dire etrusca era come dire puttana. E che per un chissà chi di storico greco le etrusche erano sempre ubriache, non avevano vergogna ad andare in giro nude e ai banchetti scopavano con chiunque davanti al marito.
Il fatto che te lo racconti un finocchio alcolizzato ti farebbe ridere, in altre circostanze. Ma sei un rappresentante e rimani imperturbabile, sperando che la lezioncina sia breve. (p. 84-86)

AB – Nel romanzo c’è una chiarissima stoccata contro l’editoria a pagamento, ma viene lasciato aperto uno spiraglio di salvezza. I due editori della ConTesto si prestano a compromessi per necessità. Qual è la tua idea in merito all’EAP?
GS – I due editori della ConTesto cedono alla EAP per non fallire. Ma poi falliscono lo stesso, perché facendo pagare l’autore fallisce l’idea stessa che deve stare alla base di una vera casa editrice: investire solo in testi in cui si crede e trovar loro un pubblico. Il self-publishing su internet darà la mazzata finale alle case editrici EAP. Poco male. Ma produrrà un ulteriore, spaventoso abbassamento della qualità e una specie di autismo letterario di massa, in cui ognuno cercherà inutilmente sulla rete il riconoscimento che la grande editoria, in combutta con gli UFO e la Massoneria, non gli ha voluto dare.

Dico a Caterina che sì, è davvero horror. Cime tempestose è una storia di odio e di violenza. Tu incontri l’amore della tua vita e la tua vita diventa una cosa relativa. Una cosa a cui puoi rinunciare. Il fatto di esistere, di per sé, non è più così scontato e indiscutibile. I confini stessi del tuo corpo diventano incerti. Quando si sta insieme ti senti vivo il doppio, è come essere Dio all’inizio dei tempi. Quando però rimani da solo per metà sei morto, sei così morto che senti il puzzo della tua carne che si decompone. E piuttosto che vivere a metà solo per sentire quel puzzo e vederti marcire, preferisci morire sul serio.
Scrivo così come viene, forse rischio di tradirmi ma non me ne frega un cazzo. Continuo. (p. 143)

AB – Per buona parte della narrazione, Furio e Caterina comunicano attraverso Cime tempestose, un classico della letteratura che racconta una forma di amore distorto e distruttivo. Eppure è amore. Come è amore quello di Furio: un amore in bilico, che degenera in tragedia perché si fonda su un rapporto vittima-carnefice. Da cosa è nata l’esigenza di raccontare questa “discesa all’inferno”?
GS - Quello di Cime Tempestose è un amore distruttivo perché è un amore impossibile. Per la precisione: non più possibile. Perché è l’amore fusionale, in cui si è tutt’uno con l’altro come si è stati solo con la propria madre. Il continuo richiamo alla tomba e alla sepoltura, i letti-sarcofaghi e le stanze chiuse ricalcano ossessivamente il grembo materno che protegge dal mondo ma che, inevitabilmente, rimanda la vera nascita.
La Brontë, orfana di madre a tre anni, racconta in maniera lucidissima un amore fra due fratelli adottivi che infatti è molto fisico ma mai sessuale. Il sesso è lo spazio della diversità, della separazione, non è possibile senza due intimità individuali. La Brontë, che non si fa problemi a scrivere un romanzo scorretto e scabroso, non è puritana. Prova per il sesso un sincero orrore.
Credo che questo amore fusionale, terminata l’adolescenza, sia potenzialmente distruttivo. Il corpo della tua compagna non è il tuo corpo, non è cosa tua e non puoi vedere in lei la madre che ti abbandona quando la storia finisce. Altrimenti prima o poi una vocina maledetta, nella testa, comincerà a sussurrarti che una madre che ti abbandona è imperdonabile…

AB – C’è anche, a fare da contraltare, il racconto di un’adolescenza problematica e malvissuta, quella di Caterina. Orfana del dolore, adottata con rancore, male indirizzata e trascurata. Come tante e tanti. Anche per lei, all’orizzonte, si prospetta un’età adulta squilibrata e difficile. Quali sono le soluzioni?
GS – Ovviamente non ho una soluzione. Però nel libro c’è un fortino di gente stanca e irriducibile che resiste allo sfascio morale e culturale dell’Italia, ed è la scuola.

Prima non la dici per non rovinare tutto, poi diventa subito tardi e non serve più a un cazzo, dire la verità.
[...]
Affanculo la verità. La verità non serve mai a un cazzo, è questo il punto. (p. 221)

AB – È vero? La verità, secondo te, è un concetto sopravvalutato? Meglio sapere o non sapere?
GS – Furio Guerri è un venditore degli anni zero, e come tale è nemico dell’idea stessa di verità oggettiva. In generale la rifugge e, se la trova, la nasconde o la travisa a proprio vantaggio. Il problema, potremmo dire, è che prima o poi la verità, in un modo o nell’altro, ti trova e ti arriva addosso. Almeno quella su te stesso, intendo. E in quel momento sì, penso che si preferirebbe non aver mai saputo.

AB – Infine, ti prego, due parole sulla tua scrittura (alternanza di prima persona, “Io sono Furio Guerri”, e seconda persona, “La tua prima vita è quella di Furio Guerri”, il dopo e il prima). La scrittura dà il segnale più forte del fatto che, fin dall’inizio, c’è una duplicità (non diremo di cosa, perché la conferma esplicita arriva solo più avanti). È una dichiarazione d’intenti, non stai bluffando, il lettore ha tutto lì, davanti agli occhi, basta saper leggere… Molto riuscito, come espediente. Altre motivazioni che non ho colto?
GS – Io provengo dalla letteratura di genere e amo il ritmo, la suspense, i colpi di scena. Il rapporto con il lettore è anche gioco e seduzione tramite sottili ambiguità (che non vuol dire bluffare né ingannare). Ma qui non è solo questione di meccanica. Uno come Furio, che ha disintegrato la propria famiglia, non può raccontare onestamente quei fatti terribili se non riuscendo a raggiungere un certo distacco. Per questo parla al se stesso di dieci anni prima come se si rivolgesse a qualcun altro. A quel punto però, deve fare i conti con una specie di dissociazione insostenibile. Come la risolverà? Infine, questa struttura “a binario avvolgente” assicura alla storia un climax emotivo inarrestabile. I primi lettori mi dicono di aver divorato La notte alle mie spalle in un giorno o due, talvolta in poche ore di lettura ininterrotte rubate al sonno. Ne sono, sadicamente, felice.