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Il numero tre a volte è l'abc di un thriller

Autore: Enrica Simonetti
Testata: La Gazzetta del Mezzogiorno
Data: 30 luglio 2012

Ci sono libri che riescono a trascinare il lettore nei loro mondo sin dalle prime pagine: è il caso di Tre, numero imperfetto della scrittrice napoletana Patrizia Rinaldi (Edizioni e/o, pagg. 172, euro 16). Un noir in cui l'incipit fa da apripista alle scene successive, lasciandoci addentrare nel piccolo universo napoletano di un cantante provinciale e kitsch, come viene subito descritto Vittorio Vialdi: le sue mosse, i suoi pantaloni vellutati, i dialoghi, lo inquadrano così come vive e... come muore. Sì, perchè lo stesso cantante viene trovato morto, il giorno precedente all'inizio del campionato, allo stadio San Paolo. Il cadavere reca uno strano messaggio: è in posizione fetale in un angolo della rete della porta e stringe tra i denti un pezzo di erba del campo di calcio. Gli elementi della «napoletanità » sono tutti qui ma con sapienza ben mescolati all'anima del thriller, in modo da non risultare mai eccessivi, mai folkloristici: calcio, musica, ma anche tanti indizi, tanti personaggi che infittiscono il mistero e che rendono la scrittura agile e pervasa di trovate creative. Ecco i personaggi cari all'autrice: il commissario Martusciello, l'ispettore Liguori e una figura appariscente nel suo essere senza vista, la cieca sovrintendente di polizia Blanca Occhiuzzi, donna che non ha la vista naturale ma vede bene il mondo davanti a sè ed è l'emblema della coscienza, del reale che diventa immagine e immaginazione. Senza voler nulla togliere al piacere della lettura, diremo che il noir prosegue nella ricerca di particolari e coincidenze: su tutte, una e cioè che in un altro stadio, a Verona, viene trovato il giorno dopo il cadavere di una donna, con lo stesso tipo di messaggio incognito, l'erba in bocca. E così in una ridda di piste che sfiora le così attuali scommesse clandestine fino all'idea di un killer seriale, si snoda il percorso di un volume che rifugge i «frizzi e lazzi» di certa letteratura contemporanea e punta dritto verso l'inchiesta, il noir, la tensione classica che ha caratterizzato il genere poliziesco di un grande come Simenon. Qui siamo ben lontani dalle nebbie e dalle brume dipinte dal grande e prolifico scrittore francese perché tutto è Campania, calcio e mistero meridionale, con il facile errore di cadere nel folklore e il tentativo continuo - che si legge chiaramente - di fuggire a questo schema. «Tre, numero imperfetto» è la frase della sovrintendente che inforca la strada della soluzione del giallo. Ma è anche un modo di spiegare le cose, le persone, la voglia di volare oltre l'orizzonte di un semplice thriller da ombrellone. Lo stile di Patrizia Rinaldi ondeggia tra la cronaca dei delitti e l'introspezione, induce sui pensieri di chi si muove tra le pagine, rendendo con il corsivo alcune riflessioni capaci di raccontare a loro volta, di descrivere e continuare a trasportarci in quel mondo oscuro, in quella città di cadaveri, in quel campo erboso che racchiude fili d'erba e paure. Jerry, il cantante, e i suoi ultimi pensieri sulla vita; la sovrintendente cieca e la sua casa, il suo essere donna e al tempo stesso sensitiva interprete degli umori dell'universo. Sembra quasi che la scrittrice giochi a nascondino con chi legge, facendoci quasi immaginare di essere alla fine del giallo in una pagina, mentre invece dopo qualche pagina ti senti di nuovo nel buio. Un po' come accade nella vita, presi come siamo da realtà e fantasia, da menzogna e verità: un bel colpo se un giallo riesce a dirci tutto questo.