Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Intervista a Piergiorgio Pulixi

Testata: fralerighe
Data: 6 agosto 2012

Ciao Piergiorgio, benvenuto su questo numero di Fralerighe. Iniziamo con le domande:
1) Piergiorgio Pulixi: chi è? Presentati ai nostri lettori. Sono nato a Cagliari nel 1982, e vivo tra Cagliari e Padova. Faccio parte del Collettivo Sabot creato da Massimo Carlotto di cui sono allievo. Oltre a scrivere collaboro con le case editrici e cerco di affinarmi come edi-tor.
2) Quando hai iniziato a scrivere? A scrivere in una maniera più "professionale" e consapevole dalla creazione del Collettivo e dal periodo di formazione con Massimo Carlotto, che ha aiutato me e i Sabot a costruirci un bagaglio di conoscenze letterarie e professionalità, che poi ci hanno aiutato ad affrontare la scrittura con più sicurezza e meno improvvisazione. La passione della scrittura è strettamente collegata a quella per la lettura. Dal mio punto di vista – e nella mia modestissima esperienza – le due cose sono inscindibili.
3) La tua formazione in ambito letterario? Sia come lettore che come scrittore. All'interno del Collettivo abbiamo studiato la nascita e l'evoluzione del genere da Edgar Allan Poe ai giorni nostri, dedicando particolare attenzione al ruolo sociale che ha avuto la letteratura, in particolare quella di genere, dal 1800 in poi. Come in qualsiasi lavoro padroneggiare le basi è fondamentale: le nostre basi sono i testi di Luca Serianni sulla lingua italiana e la sua grammatica, i classici tout court e i capisaldi del genere noir, più un bagaglio di strumenti legati al giornalismo d'inchiesta.
4) Quando ti sei avvicinato al genere noir? Fino ai ventidue anni sono stato un grandissimo appasionato di thriller e horror, soprattutto americani. Poi ho messo le mani su un libro di Jim Thompson – Colpo di Spugna – e da quel momento mi sono innamorato del genere. Un ruolo particolare lo hanno avuto anche diverse serie televisive come The Shield, I Soprano, e film come L.A Confidential e C'era una volta in America. Poi da Thompson sono passato a James M. Cain, Chandler, Hammett, Carlotto, Lucarelli, Dazieri, Vachss, e l'elenco è pressoché infinito.
5) Come è nata l'idea per Una brutta storia? Un giorno mi è capitato di leggere un articolo dove era scritto che nella notte passata erano stati arrestati 16 poliziotti tutti assieme facenti parte della stessa Sezione. Tra loro si era creata una dinamica da "famiglia mafiosa". La cosa mi ha affascinato. Ho deciso di usare quello stratagemma narra-tivo, questo della famiglia, del branco, per parlare di corruzione all'interno delle forze di polizia.
6) Com'è stato scrivere questo romanzo? Una figata. Qualsiasi altra parola sarebbe riduttiva.
7) Quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato? E quali sono le cose che ti hanno divertito maggiormente? Sin dall'inizio volevo scrivere un noir atipico, epico, che avesse il peso del thriller, ma l'epica dei grandi classici, da Omero ai maestri russi; un'epopea criminale alla Il Padrino, una saga criminale alla Ellroy. Per fare questo il romanzo doveva essere necessariamente corale con tanti personaggi, ognuno ben tratteggiato con un suo passato e delle motivazioni forti. Ecco, gestire così tanti personaggi non è stato facile. Mi hanno divertito maggiormente i momenti di rilassatezza che vivevano i personaggi di tanto in tanto. So che può sembrare strano e a tratti folle, ma alla fine entri così in simbiosi con loro che anche tu diventi parte della loro squadra, e ti diverti con loro dentro le pagine.
8) Il personaggio a cui ti senti più legato? E quello che hai odiato? Forse mi attirerò le antipatie dei lettori, ma Biagio è indissolubilmente una parte di me, nel senso che ci ho convissuto per così tanto tempo che mi è difficile giudicarlo per le sue azioni e le sue scelte. Biagio è Biagio, il boss, il ragazzo cattivo che però tutti vorremmo avere come amico, perché ti risolve i problemi, non ti abbandona mai... Ma anche Sergej, Varga, Donna, Sonja, sono tutti personaggi che ho amato tanto. Vitalij è quello che invece ho odiato da subito. Lui rappresenta il villain per antonomasia, quello che agisce solo per interesse personale.
9) Nel tuo romanzo ho colto diverse citazioni, più o meno palesi, di film e serie tv come I Soprano e Scarface. Confermi? Cosa hai imparato e fatto tuo dei film di cui sopra? Hai colto bene. Da quei film ho imparato il rapporto stretto tra scelte, libertà e responsabilità. Credo che noi tutti siamo liberi di scegliere ma non siamo liberi dalle conseguenze delle nostre scelte. Nel mio romanzo è questo il motore della narrazione: i danni collaterali.
10) Come ti sei documentato? In particolare per quanto riguarda le procedure poliziesche e la mafia cecena. Ho avuto delle fonti interne molto coraggiose e precise. Ho studiato atti processuali e inchieste giornalistiche, soprattutto quelle di una grande cronista come Federica Angeli di Repubblica che si è occupata del caso dei NOCS: un'inchiesta che le ha fatto vincere un premio prestigioso. Sulla mafia cecena è stato più complicato perché nessuno ne sa niente e nessuno ne vuole parlare. Però se chiedi a qualche poliziotto che si occupa di Narcotici o guerra alla droga a un certo livello e gli chiedi dei ceceni, ti basta la sua espressione per capire tutto.
11) Il tuo romanzo preferito? E il film preferito? Dirne uno è impossibile. L'oscura immensità della morte di Massimo Carlotto e Shella: il buio nel cuore di Andrew Vachss. Il Padrino e Il Lungo Addio di Altman i film.
12) Cosa ne pensi del momento che sta vivendo attualmente il noir in Italia? Penso che stia vivendo un momento di forte crisi, soprattutto identitaria. Ma sono convinto che questo sarà positivo perché porterà a una rivoluzione e una palingenesi del genere, che lo rinnoverà.
13) Le tue esperienze letterarie precedenti: Perdas de Fogu e Un amore sporco. Cosa ci dici al riguardo? Sono state fondamentali per tracciare le direttrici dei miei lavori successivi da "Una brutta storia" in poi. Lavorare insieme a una casa editrice come E/O, poi, devo dire che è un'esperienza formativa pazzesca. Ogni libro con loro – e quindi ogni editing con un editor prestigioso come Claudio Cecciarelli – rappresentano per me una sorta di master universitario in scrittura creativa.
14) Secondo te il noir mediterraneo - o comunque il romanzo d'inchiesta, di denuncia sociale - può "solo" raccontare i problemi reali o può in qualche modo contribuire a combatterli, incrementando la consapevolezza della gente rispetto a tematiche non sempre chiare? Non ho mai creduto nel potere salvifico della letteratura. I libri, gli oggetti libro intendo, purtroppo non hanno un potere taumaturgico come in qualche racconto fantasy. Io credo nel ruolo sociale e politico del noir come atto di ribellione alla macchina della menzogna mediatica: i suoi contenuti sono sovversivi di per sé. In questo credo. Come credo nella condivisione delle esperienze e del sapere. Per il resto voglio solo raccontare storie avvincenti con personaggi ben costruiti e al contempo togliermi qualche sassolino dalle scarpe, se possibile.
15) Progetti per il futuro? Sto lavorando al seguito di "Una brutta storia", che spero uscirà l'anno prossimo. Il progetto narrativo è ambizioso perché composto da parecchi libri nei quali viene approfondito ognuno dei poliziotti della squadra di Mazzeo e al contempo raccontare la caduta agli inferi della loro città. In questo la serialità televisiva è un punto di riferimento imprescindibile. Ti ringrazio. In bocca al lupo! Ciao! Grazie mille a voi.