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Il nido del serpente

Autore: Maurizio Stefanini
Testata: Il Foglio
Data: 7 aprile 2007

Cuba, 1966-1971. Dai 16 ai 21 anni della vita di Pedro Juan: dalla prima scoperta del sesso non solitario con una vecchia prostituta assatanata fino all’aborto dell’ultima ragazza che ha conosciuto verso la fine dei cinque anni di servizio militare, e alla loro separazione.

In mezzo, una sfilza di donne da catalogo del Don Giovanni di Mozart: la campagnola di origine haitiana il cui padre si risveglia dopo morto in un grottesco rito vudu, e la professoressa lesbica; la verginella minorenne e falsamente pudica, e la vergine zitellona che tiene nascosta in armadio una divisa da ufficiale e che per vendetta gli fa arrivare la cartolina precetto in anticipo; la ex-compagna di classe che si eccita brandendo una pistola, e la donna delle pulizie con cui organizza show per un vecchio guardone imprevedibilmente pieno di soldi; la canoista bisessuale, e l’infermiera romantica. “Belle e brutte, tettone e piatte, culone e senza chiappe, bianche e negre con tutte le tonalità intermedie, alte e basse, romantiche e dolci o volgari e acide. Ammogliate o perverse”.

C’è anche una quantità di libri, ma sul loro contenuto Pedro Juan si sofferma molto di meno che non sulle sue imprese da stallone, e anche sulla ridda di risse, sbronze e vagabondaggi con cui riempie i tempi morti che i suoi hobby gli lasciano. Per lo meno, fin quando l’esercito non lo manda a tagliare canna da zucchero, imparare l’uso degli esplosivi e studiare da capomastro. In compenso, deve venire però da quelle frequentazioni intellettuali lo spirito acre dei folgoranti aforismi con cui commenta “quella doppia vita fra la strada e la biblioteca”. Col tempo si condensano in haiku e racconti, e già verso la fine del libro sappiamo che Pedro Juan se n’è visto pubblicare uno. Certo, dopo aver volutamente cambiato il suo stile abituale con una storia da realismo socialista.

Degli sviluppi sapremo nella Trilogia Sporca dell’Avana, rispetto a cui questo Nido del serpente è il prequel. Sono i tre libri che a partire dal 1998 hanno portato a Pedro Juan Gutiérrez una fama mondiale e il nomignolo di “Bukovsky cubano” (nel senso dello scrittore americano, non del dissidente russo). Ma gli hanno fruttato anche il licenziamento dopo vent’anni dalla rivista Bohemia, il che peraltro non ha impedito a una scrittrice dell’esilio come Zoe Valdés di considerarlo “organico al regime” per il fatto che se ne resta nell’isola, pur senza esservi quasi pubblicato. Né era mancata in tempi recenti qualche sua pagina che poteva essere letta se non proprio come un riavvicinamento al regime, certo come un segnale di maggior prudenza.

Se così era, con questo libro sembra averci ripensato. “Vi furono casi di professori e alunni espulsi da una scuola soltanto perché praticavano lo yoga e la meditazione”, è una testimonianza buttata lì quasi per caso. “Non capisco perché quei contadini non ci ammazzarono”, è il suo commento sugli esperimenti di agronomia per cui il regime fa distruggere con l’esplosivo alberi da frutta secolari per piantare banani che gli aerei russi potranno così disinfestare a volo radente. E sulle condizioni di lavoro nelle piantagioni di canna dimostra in modo impeccabile che gli schiavi dell’800 erano trattati meglio.