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Bugie, amori e disamori in Lia Levi: «Mi indigno ora per i crimini di allora».

Autore: Paolo Di Stefano.
Testata: La Lettura / Corriere della Sera
Data: 9 settembre 2012

È un romanzo che mette in gioco valori e principi su cui non si finirebbe di interrogarsi: la memoria, la verità, il perdono, la fedeltà, il tradimento, il dolore, la colpa, la vergogna. La notte dell'oblio, il nuovo libro di Lia Levi, non ha paura di affrontare i grandi temi e lo fa con la forza della letteratura, cioè chiamando in scena personaggi credibili che agiscono nel fuoco della storia più incandescente. Siamo nella Roma occupata dai nazisti. Elsa e Giacomo sono costretti a fuggire e a rifugiarsi, con le figlie Milena e Dora, in una canonica di campagna, dove vengono protetti da un sacerdote amico, don Gioacchino. Il paese è piccolo e la famiglia in fuga deve assicurarsi nuovi passaporti e frequentare la messa per non destare sospetti. Giacomo non può abbandonare del tutto il suo negozio di tessuti, temporaneamente affidato a un commesso, facendo la spola quasi quotidianamente, in corriera, con la capitale. Una sera non torna. Elsa rimane sola con le figlie e dopo la Liberazione è costretta a gestirne la crescita, non solo sul piano pratico ma anche sul piano morale. Intanto ha saputo che Giacomo è morto in una camera a gas di Auschwitz. Gli interrogativi si affollano: chi è stato a tradire suo marito? Come è avvenuto l'arresto? Viene a sapere la verità, ma non vuole andare a fondo, finge di ignorarla, o meglio se la tiene per sé a beneficio (così ritiene) delle ragazze, di quel che rimane della loro serenità e del loro futuro. Trattiene in sé tutto il dolore e ricomincia una vita di fatica per assicurare un benessere sufficiente a Milena e a Dora: come sarta, aiutata da sua madre e da suo padre, avrà una discreta fortuna. Dovrà combattere non solo contro le proprie inquietudini, ma anche contro le certezze del fratello, Leone, e di un nipote, che invece premono perché la verità venga a galla temendo che la tragedia e la persecuzione possano ripetersi in un paese, l'Italia, che non ha elaborato per nulla le proprie colpe. Ma Elsa non cede e urla la propria ostinazione: «Se cominciamo a cercare i colpevoli si discuterà soltanto di morte, lo capisci? ». L'obiettivo è di andare avanti provando a tirar su le figlie in una apparente normalità. Sembra farcela, nonostante tutto, finché un incontro d'amore di Dora porterà drammaticamente al pettine tutti i nodi, mostrando come la Storia finisca per chiedere comunque conto anche alle vite private. Il confronto con il «folle mortorio» del passato che non può (non deve) passare è inevitabile. Lia Levi è nata a Pisa nel 1931, da famiglia piemontese di origine ebraica. Ha diretto per trent'anni il mensile «Shalom», nel 1994 ha scritto un romanzo di successo, Una bambina e basta, dove racconta la sua storia di ragazzina ebrea costretta ad affrontare questioni gigantesche, spesso complicate dalla poca sensibilità, dai timori o dall'incomprensione degli adulti. Seguono tanti altri libri, anche per l'infanzia. Ne La notte dell'oblio si rivela al meglio la sua narrazione pacata e tesa, in cui la storia penetra nel tessuto della quotidianità e dei rapporti familiari, con personaggi che svettano con forza: non solo mamma Elsa, ma le due figlie così diverse, la bellissima Milena, con il suo innamoramento folgorante e il suo lento disamore; la timida Dora, più cauta e meno superficiale; il marito della prima, strafottente e pressoché imprendibile; Leone, impetuoso e contraddittorio; nonna Hélène che da Ginevra, dove risiede, sembra prevedere tutto; il sacerdote con la sua lucidità provvidenziale. Infine il vecchio commesso, un po' cialtrone un po' inconsapevole come molti italiani. «Ho lavorato sullo spunto di una vicenda che mi è stata raccontata: l'episodio di una madre il cui marito è stato deportato a causa di una spiata e che non ha mai voluto svelare la verità alle figlie. Leggendo un saggio molto interessante, di Amedeo Osti Guerrazzi, Caino a Roma, sui tanti complici italiani della Shoah, mi sono resa conto che sono tantissimi i casi di cittadini comuni che hanno portato alla cattura di ebrei. Delatori, spie, spioni, spioncelli che non sempre lo erano per antisemitismo,ma a volte per motivi di lucro o per altri opportunismi privati. Una casistica enorme. Di fronte a ciò, credo che sia ancora necessario indignarsi. Ho cercato di tradurre questi argomenti in narrazione ». A volte sembra che sia stato raccontato tutto della Shoah, delle persecuzioni, delle deportazioni, invece resta ancora moltissimo da dire. Soprattutto alle giovani generazioni. «Resta ancora tutto da raccontare. I primi libri per l'infanzia sulla Shoah sono usciti negli anni 90. Per lungo tempo la società italiana non era disponibile ad accogliere questi temi: certo, bisogna sapere come raccontare, devi conoscere il tuo interlocutore perché si stabilisca un'empatia». Paradossalmente, l'invenzione può aiutare la verità: «Esiste la buona letteratura ed esiste la cattiva letteratura», è la risposta di Lia Levi. «Qualcuno sostiene che la Shoah è diventata un tema di moda, ma io dico che anche la vita continua a essere raccontata in tutti i modi, nei suoi archetipi, la morte, il dolore, l'amore eccetera». Lia Levi ha vissuto, nel suo mondo, il silenzio e la vergogna che racconta nel libro? «Ho l'età di Dora, avevo una ventina d'anni nel dopoguerra: mi sono identificata in lei, le ho prestato i miei vestiti e anche certi miei comportamenti. Allora il silenzio non mi indignava, facevo parte di quel mondo, tenevo lontane le angosce, perché ero troppo desiderosa di vita per accorgermene. È adesso che mi indigno per quel che ho vissuto. Elsa Morante dice che di ritorno dai lager nessuno aveva voglia di raccontare, perché si trattava di narrare non le avventure di Ulisse, ma storie terribili di persecuzione. Spesso gli ebrei avevano vergogna a ricordare quel che avevano subìto. E dice anche che nessuno aveva voglia di ascoltare i racconti dei "giudii", "figure spettrali come i numeri negativi". Primo Levi parla del "trauma dello straniamento": non erano valori capovolti, ma fatti indescrivibili. Io capisco anche il silenzio della mia protagonista, mamma Elsa: voleva che il padre delle sue figlie fosse ricordato come persona e non come vittima. Il compito di uno scrittore non è tranciare giudizi, ma identificarsi nei suoi personaggi». Il nome della madre è un omaggio alla Morante? «Sì, e Dora e Milena sono un omaggio a Kafka». Dal libro viene fuori un Paese che non ha mai preso coscienza della sua storia e delle sue responsabilità. «La Germania ha tentato una riparazione già dal '52. Molti tedeschi scrivevano a Primo Levi per farsi consolare dei misfatti dei padri... In Italia non è successo niente di tutto questo. Con l'amnistia voluta da Togliatti per i reati commessi dopo l'8 settembre si è rinunciato a fare giustizia: nessuno è stato rimosso o epurato. I poliziotti sono rimasti poliziotti e i giudici giudici. Il crimine nazista è stato talmente enorme che tutto è andato a carico della Germania. La Resistenza mi fa battere il cuore: ma bisogna riconoscere che nei vent'anni precedenti la gran parte degli italiani era una folla festante che nelle piazze inneggiava al fascismo».