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Dacci oggi il nostro mostro quotidiano

Autore: Fabrizio Brancoli
Testata: Il Tirreno
Data: 8 agosto 2012

Finisci di leggere "La notte alle mie spalle" alle cinque e dieci, disteso sul divano di casa. C'è un ventilatore sul tavolino bianco Lack dell'Ikea, costo cinque euro: soffia, ruota. E forse ti asciuga qualche lacrima. Si può piangere per un libro? Quella notte, anzi, quel mattino precoce, se tu uscissi di casa e incontrassi Giampaolo Simi lo prenderesti a pugni: se li meriterebbe, ti ha fatto soffrire per ore e ore.
E' una storia devastante, eppure, mentre si scende nel suo ventre nero, trasmette un senso di speranza. E' un impulso distante, come un oscuro movimento sul fondo dell'oceano, registrato da qualche sonda; lo si avverte mentre galleggiamo sulla superficie marina, non sappiamo definirlo.
Nel romanzo di Simi la speranza si chiama Caterina. Una bambina che passa dal cartoon dei Cavalieri dello Zodiaco ai demoni spietati della vita vera.
Un po' principessa delle favole, un po' artista maledetta, sempre vittima. Degli altri, stavolta, più che di se stessa. Di chi ha vicino e di chi sente maledettamente lontano. Si chiama Caterina, come la Catherine di Cime tempestose, come Kate Bush che canta Wuthering Heights, appunto, e con un verso di quella canzone precede l'inizio del libro, a sipario ancora chiuso.
* * *
In giro c'è un verbo nuovo, divertente o forse orribile, di quelli che spuntano ogni tanto, passando dalle infiltrazioni dell'inglese parlato dagli italiani: splittare.
Significa (forse) dividere e operare. Per esempio dividere due temi e condurli entrambi su piani diversi ma senza abbandonarne uno. Ecco, a un certo punto (Devoto, Oli e Zingarelli, perdonateci) questo romanzo splitta; in realtà lo fa sin dall'inizio ma tu, che leggi il libro, non lo sai.
Ti rendi conto - diciamo così - solo verso le due di una notte passata sul divano di casa, che tra quelle pagine c'è un protagonista ma attraversa epoche diverse.
Simi a questo protagonista ha dato un nome e un cognome che fanno pensare istintivamente ai conflitti: Furio Guerri. Chi è? E' un mostro: nel dirlo non sveliamo niente perché questa cosa è scritta subito, nella prima riga della storia, raccontata da Furio stesso in prima persona.
Ma un mostro perché? Che cosa ha fatto, o che cosa sta facendo? Te lo chiedi, invano, per pagine e pagine, mentre oscilli attorno alla tesi della pedofilia.
Questo Furio è lì, su una panchina, a spiare le ragazzine di sedici anni che escono da una scuola superiore. E ce n'è una in particolare, che lui ha puntato e messo nel mirino, al punto da circuire la sua insegnante, al punto di incrociare quella adolescente su una chat, camuffato dietro un nome finto, intercettandola su un sito di webcam erotiche dove lei si spoglia o "fa cose" in cambio di denaro, anzi, di ricariche telefoniche.
Ma un colpo di scena rovescerà quelli che al lettore apparivano come dei presìdi di certezza.
Proprio come tutti i personaggi di questa storia, dai protagonisti ai comprimari, Furio appare in rotta di collisione con se stesso. Anche nella realtà - e non solo nelle chat - indossa maschere e veste altre apparenze.
E' l'impiegato-venditore modello di una media impresa di provincia, anzi, della nostra provincia toscana. E' l'amico falso di colleghi ai quali succhiare l'anima e le esperienze. E' lo studente pronto a tutto pur di sposare la più bella della classe e costruire con lei una vita di plastica e di convenzioni, fatta non di ciò che si sente, ma di quello che gli altri devono vedere. Un mostro, perché finge dal mattino alla notte; un mostro perché mostruosamente egoista, capace solo di pensare a sé e al suo presunto bene. Usa gli altri, compresa la bellissima moglie. Fino a trovarsi in un tunnel di solitudine e di cinismo, dal quale non riesce a emergere se non in modo distruttivo.
Le donne di Furio. C'è la moglie da sogno, poi la piccola figlia Caterina. E una stagista con cui fare sesso improvvisato. E quella ragazzina della chat. E una cognata malvagia. E l'insegnante profonda e usata, che vive a Livorno senza tv, guardando il mare e il porto dalla finestra.
"La notte alle mie spalle" fa soffrire perché, con una sensibilità rarissima e un'impressionante attitudine alla descrizione delle sfumature, percorre una tragedia familiare, una di quelle che noi giornalisti talvolta raccontiamo restando fuori dalle porte e dalle finestre. Complice la cosiddetta letteratura da fiction, Giampaolo Simi ci porta dentro le mura e dentro le menti, tra le miserie e le ipocrisie, in mezzo alle durezze e ai sentimenti. Fa male, eppure volti le pagine. Il senso di ineluttabilità non ti spinge tanto a chiederti "che cosa" accadrà, quanto a voler sapere "come" accadrà e "perché". E la speranza è tra le pieghe della vita, capace di sopravvivere alle amarezze e alle sconfitte. E' in un viaggio in Inghilterra, da fare o da sognare senza esito. E' in un quadro che scandalizza gli altri ma riscatta il talento di chi l'ha dipinto, perché vale come un urlo, una minaccia o una disperata, atroce richiesta di aiuto.
Le cinque e dieci. Alla fine spegni il ventilatore e resti lì. Tenti di dormire. Invano.