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"Troisi, così era se mi pare"

Autore: Leonardo Jattarelli
Testata: Il Messaggero
Data: 22 aprile 2007

Come se Massimo fosse ancora tra noi. Riascolti il suo napoletano timido, cadenzato, pausato. Lo rivedi col suo viso malinconicamente sorridente e sono abbracci e commozione al primo apparire: «E che è stato, ne? Pare che ce simmo ’ncuntrati da Raffaella Carrà». Riassapori il gusto vitale dei suoi gesti e impari a conoscerlo come un amico caro. Con il suo libro Da domani mi alzo tardi (edizioni e/o, pagg. 213, 16 euro), Anna Pavignano compie una sorta di miracolo letterario riportando in vita l’uomo e l’artista per il quale e con il quale ha scritto i suoi film più celebri, da Ricomincio da tre a Scusate il ritardo e ancora Le vie del Signore sono finite, Pensavo fosse amore... fino a Il postino. Piemontese, sceneggiatrice di cinema e tv, autrice di testi radiofonici, Anna Pavignano confeziona così un romanzo-ricordo di Troisi, con il quale ha condiviso otto anni di amore («tra passione e conflitti»), immaginando che il grande attore non sia mai morto ma che dal ’94, anno del Postino, abbia scelto di ritirarsi in una misteriosa casa di campagna. Poi, improvviso, il ritorno a Roma e l’incontro con la sua Anna che ha il sapore di una rinascita.

«Ho sempre pensato che prima o poi avrei scritto un romanzo su Massimo - ci spiega l’autrice - perché vivere con lui è stato un viaggio importante. Ma avevo bisogno di maturare la giusta distanza dagli eventi per trattare con leggerezza anche la sua scomparsa». Entrando e uscendo da una sorta di scheletro narrativo, Troisi parla con le proprie parole e attraverso le suggestioni della scrittrice del disagio di non essere mai all’altezza, delle sue donne, della capacità di soffrire in silenzio, del suo lavoro: «Era un grande creativo delle piccole cose quotidiane, ne coglieva il gesto genuino, la verità - sottolinea la Pavignano - e non era mai ordinario, neanche nelle banalità».

Parlando della comicità, nel libro Massimo sostiene che «deve parlare con dolcezza, senza provocare dolore»: «Proprio perché lui amava alleviare le sofferenze altrui con il sorriso. Aveva un grande senso della dignità, temeva che esplicitare la sofferenza fosse una debolezza. Preferiva manifestare stati d’animo più miti - continua la scrittrice -. Le sue donne? Era uno che piaceva ma non un vanesio e aveva il gusto della conquista».

Appartato, un po’ burbero («Me l’hanno detto tante volte che mi inaridisco perché sto chiuso dentro casa, perché non esco mai per strada: allora i vigili urbani dovrebbero essere tutti artisti!»), oggi la Pavignano scrive che si sente un uomo triste: «I miei ricordi sono risate che non ci sono più», fa dire a Massimo nel libro. Perché questo pensiero? «Ho immaginato che forse per lui, come per chiunque - sostiene l’autrice -, il ritorno sarebbe stato vissuto con difficoltà. Magari anche la sua capacità di far ridere la rivivrebbe oggi con nostalgia».

L’ha sentito vicino durante la scrittura del suo libro? «Ad un certo punto è diventato vivo come un personaggio e dunque, pirandellianamente, esisteva con me. Alcune volte mi sono emozionata, come se mi stesse osservando ma non ho mai vissuto queste sensazioni in modo triste». Che uomo sarebbe oggi Massimo? «Credo molto critico sui grandi temi che ci attanagliano. Che avrebbe ruggito contro le morti bianche sul lavoro, che non avrebbe sopportato di vedere la sua Napoli sempre più camorrizzata». Il ricordo più bello di lui? «In una vecchia intervista, Benigni una volta mi disse “Massimo è un vento che sistema le cose”».