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Walter Augusto Veltroni

Testata: Il Foglio
Data: 31 maggio 2006

Il novello Imperatore di Roma ha il suo Virgilio, politicamente corretto e buonista come lui

Quel che è giusto è giusto: l’unico politico in grado di raccogliere e affratellare sotto le proprie insegne candidati che vanno da Nunzio D’Erme a Olimpia Tarzia, fino ad Alberto Michelini, non può essere chiamato “sindaco” come una Iervolino qualsiasi. Al divo Veltroni va riconosciuto il rango di Imperatore e intorno a lui, Augusto del Terzo Millennio, non fanno certo difetto gli aspiranti al ruolo di Virgilio. Cineasti impegnati, attempati giovani scrittori nazionali ed esteri, rockstar e cantautori, Jovanotti e Mannoie. Per tutti, da tempo, Walter ha una parola buona e un incoraggiamento, sotto forma di presentazioni, vernissage, proiezioni, concerti et circenses.

Noi, però, siamo riusciti a individuare, nella pletora dei possibili candidati, il perfetto Virgilio per il nuovo Imperatore, l’adeguato cantore di quel buonismo elevato a teorema politico e chiave interpretativa del mondo, di cui Walter detiene il copyright. E’ un outsider, il che non guasta, e si chiama Amara Lakhous: trentaseienne algerino arrivato in Italia nel 1995, ex mediatore culturale, oggi in forza all’agenzia AdnKronos, e autore di “Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio” (Edizioni e/o, 189 pagine, 12 euro). Aiutato non poco dall’ammiccante titolo simil-gaddiano, salutato come rivelazione da illustri recensori e fresco vincitore del Premio Flaiano dopo qualche settimana di stazionamento in classifica, il romanzo di Lakhous racconta la vita quotidiana di un gruppo di condomini nel romano quartiere Esquilino, tra beghe multicult tinte di noir per via di un misterioso delitto.

Qualcuno ha ammazzato nell’ascensore Lorenzo Manfredini, detto il Gladiatore, e attorno all’omicidio, lugubre cartina di tornasole, si materializzano tutti i fraintendimenti, le idiosincrasie e i pregiudizi immaginabili tra persone di origine sociale, nazionale, religiosa, anche soltanto regionale, differente. Con alterni risultati di credibilità, Lakhous fa parlare ogni personaggio in prima persona, dalla portiera napoletana all’immigrato persiano che odia la pizza. E odia pure la portiera, perché per lei tutti gli immigrati sono albanesi, se maschi, e filippine, se donne.

Multicult da caseggiato
Ci sarà un sospettato dell’omicidio, naturalmente un immigrato dal passato doloroso, ci sarà un commissario bravo cristo che fa l’occhiolino a Montalbano, ci sarà pure un regista olandese (Johan van Marten, non Theo van Gogh) che ama il neorealismo e vuole girare un film sull’assassinio nell’ascensore. E ci saranno alcuni colpi di scena che non sarebbe carino anticipare, visto che comunque si tratta di un giallo.

Il succo veltroniano è tuttavia ben distillato e riconoscibile: se non ci tolleriamo e non ci vogliamo bene (anzi, se ci stiamo cordialmente sugli zebedei) è solo perché non facciamo uno sforzo per capire l’altro (la portiera napoletana e pure berlusconiana non ci arriverà mai, è chiaro). Sopraffatti dall’ovvietà, vorremmo rispondere con l’ovvio: le semplici antipatie di caseggiato, non necessariamente sfocianti nell’omicidio (non quanto si vorrebbe, almeno) sono diffuse anche in situazioni etnicamente monolitiche. Ma poi ci viene in mente che grazie a Veltroni è stata istituita, anche a Roma, la Festa dei vicini di casa. E allora tutto quadra (l’omicidio, soprattutto).