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Elena Ferrante: "Rimango nell'ombra perché contano i libri e mai i loro autori".

Autore: Paolo Mauri
Testata: La Repubblica
Data: 21 settembre 2012

"Storia del nuovo cognome" (in uscita in questi giorni per efo) seconda parte dell"'Amica geniale", non deluderà chi ha seguito con passione le vicende delle due bambine Lila e Lenù , la figlia dello scarparo
e la figlia dell'usciere comunale, che via via aprono gli occhi sulla realtà del rione in cui è toccato loro di nascere. Miseria, violenza, ignoranza sono il dato comune della gente del rione, dove i maschi
picchiano le mogli per un nonnulla e le mogli , tra fatica e troppe gravidanze, presto si sposano e prestissimo invecchiano. Lila e Lenù , che stringono un patto d'amicizia fortissimo fin da bambine, cercano come possono di uscire da quel mondo senza domani . Lo fanno studiando e leggendo per quel che possono, grazie ad una maestra che le aiuta e ne apprezza le qualità. Quando inizia il secondo volume della trilogia Lila, sedicenne, si è sposata con Stefano, il salumiere. Stefano è figlio dell'usuraio del quartiere, Achille, che le bambine da piccole consideravano un orco e che è stato ammazzato. Ma Stefano, proprio nel giorno delle nozze, commette un errore grave: ha regalato a Marcello Salara , un tracotante boss della zona che gestisce una pasticceria, ma anche traffica in modo losco, le scarpe che la stessa Lila aveva disegnato e fatto realizzare dal padre "scarparo". La produzione di scarpe avrà una parte non piccola nella storia , che qui non possiamo riassumere per non guastare le sorprese della lettura . Possiamo solo aggiungere che è una lettura coinvolgente, spesso persino dolorosa. Abbiamo rivolto all'autrice, che come si sa vive al riparo dai riflettori, alcune domande via internet.

Signora Ferrante, ancora una volta , come negli altri suoi romanzi, il suo interesse si rivolge soprattutto alle figure femminili e al tema dell'amore. La voce narrante è quella di Lenù, la vicenda di Lenù si intreccia con quella di Lila. Ambedue hanno letto "Piccole donne" e sembra che questo romanzo antico abbia lasciato qualche traccia , tant'è che ricompare tra le mani di Lenù sul finire del libro e Lenù,
Elena Greco, si metterà a scrivere come Jo.  Lila e Lenù sono in qualche modo "piccole donne"?

In realtà ho usato 'Piccole donne' perché volevo che con i soldi ricevuti dall'Orco delle favole le due bambine acquistassero un libro che indicasse loro una via di fuga. Non so dirle invece quanto abbia influito il libro in sé, nella costruzione dei due personaggi femminili.  Raccontare le donne significa, di questi tempi, dipanare una matassa ingarbugliatissima che ha a che fare con tutte le violente trasformazioni in atto nel mondo. E' un'operazione complessa, a rischio permanente di fallimento, che perciò ha bisogno di pescare di continuo nell'intero strumentario elaborato dalla letteratura nel tempo, quindi, perché no, anche nelle 'Piccole donne' di Alcott, tra l'altro scrittrice con una storia editoriale modernissima.

Il suo romanzo è ricco di colpi di scena, di autentiche sorprese per il lettore. Lei sembra proprio privilegiare il romanzo nella sua veste più tradizionale , dove la narrazione è tutto e alla fine anche strumento di conoscenza , di penetrazione della condizione umana e di quella femminile, lo abbiamo già detto, in particolare. Nel libro ci sono anche allusioni a Joyce e alla letteratura d'avanguardia, ma si tratta solo di accenni. Cosa ne pensa in realtà?

'Tradizionale' ha assunto un significato fuorviante e richiama aggettivi altrettanto fuorvianti come 'vecchio' e 'nuovo'. Preferisco parlare di tradizione. La tradizione del.romanzo è un grande deposito dove c'è di tutto. Chi scrive va lì e prende ciò che gli occorre. Della tradizione fa parte, e non va dimenticato, Cervantes come Joyce o Beckett, Fielding come Virginia Woolf. Quando scrivo vado a ciò che mi serve, prendo da Invernizio e da Lispector, senza stare a chiedermi: sono per la rappresentazione o per l'invenzione, sono per la realtà o per la menzogna, sono per la trama o per le psicologie, sto raccontando una nuova era con nuove mai viste azioni e reazioni o racconto in un modo che oggi è decisamente fuori stagione? Il libro forse più innovativo della seconda metà del Novecento è 'Rayuela' di Cortazar. E' un testo che amo moltissimo da sempre perché va per strade sorprendenti, frulla insieme tre secoli di romanzo e se necessario sa sprigionare una tensione narrativa magistrale, come per esempio nelle pagine straordinarie della morte del piccolo Rocamadour. Viviamo in tempi di transizione, non c'è nulla che non sia in fase di crudelissima destrutturazione. Se il romanzo vuole avere ancora funzione e storia deve fare appello a tutte le sue risorse formali, piuttosto che impantanarsi in manifesti e appelli di stravecchia novità .  Tendo a scrivere, insomma, con ciò che mi pare necessario al racconto, ai personaggi, a me. Alla fine il libro è lì e solo quello conta.

La gente del rione , siamo ai tempi di Achille Lauro e arriviamo fino agli anni Sessanta, vive abbastanza bestialmente , faticando e arrangiandosi. I ragazzi si lasciano facilmente attrarre dai neofascisti che li ingaggiano come picchiatori. La ricchezza si ottiene anche rubando sul peso. Nessuno paga le tasse, nessuno legge i giornali. I poveri non sono buoni e la propaganda dei pochi comunisti sembra non attecchire. Per la società non c'è un lieto fine?

'L'amica geniale' è una storia che muove dalla fine degli anni '40 e giunge a compimento nel 2010. Sono oltre sessant'anni, durissimi, e i personaggi che li attraversano ne portano i segni. A volte qualcuno di loro, immerso nel peggio del presente, nobiliterà il peggio del passato.   Ma alla fine i più lucidi sapranno bene che mentre il peggio è un flusso continuo di straordinaria potenza, il meglio è un'insorgenza felice ma di scarsa forza e durata. Insomma credo poco al lieto fine. Nelle storie individuali è solo un vecchio trucco, consiste nell'interrompere la vicenda nel momento in cui le cose vanno bene. Quanto alla società, viviamo in tempi in cui mi pare che nemmeno i trucchi più collaudati della finzione romanzesca o televisiva possano fare granché. La pagine finali dei miei libri tendono a conclusioni che, dall'interno delle stesse parole che acquietano,  lanciano segnali di inquietudine.

Lei ricorre solo occasionalmente al dialetto, ma i suoi personaggi lo parlano sempre  e quando usano l'italiano lo dicono, perché è un cambio di registro notevole. Qual è il suo rapporto con il dialetto? Solo culturale, o anche personale e di vita vissuta?

Non ho un buon rapporto col napoletano. Quando è bonario e affettuoso, mi sembra sdolcinato o ipocrita, come se nascondesse la sua faccia vera. E quando dà forma con le sue svariate tonalità alla crudeltà e alla violenza, mi spaventa. Poiché però ho una grandissìma ammirazione per la sua tradizione letteraria, ho provato spesso a usarlo. Ma alla fine ho rinunciato, mi è sembrato che avevo il dovere di raccontare il mio fastidio. Così la didascalia ('disse in dialetto', 'disse in italiano') mi è sembrata quasi sempre più efficace della mimesi del patetismo o della brutalità dialettale.

L'amore, per tornare al tema principale dei suoi libri, è spesso "molesto", traumatico e alla fine ricco di delusioni. Sembra proprio un sentimento da cui siamo governati, ma che poco riusciamo a governare ...

Sì,  credo di sì. Direi a questo modo: una storia d'amore è sempre la storia di uno squilibrio. In genere noi pensiamo che lo squilibrio intervenga quando l'amore finisce. In realtà sia le gioie, sia le pene dell'amore (intendo qualsiasi tipo d'amore, da quello materno a quello per il genere umano o per un dio) muovono da uno stato d'eccezione in cui l'essere umano dà il meglio e il peggio di sé proprio perché la norma è sospesa, il punto d'equilibrio è rotto. Lei ha ragione quando accenna alla scarsa governabilità di Eros. Un secolo di psicoanalisi ci ha mostrato che la gran parte degli istituti umani fondamentali (dalla famiglia alla religione, non esclusa tra l'altro l'.arte del racconto) sono tentativi di mettere Eros al lavoro dentro una normativa, di ridurre il suo squilibrio a un equilibrio. Ma sono tentativi costituzionalmente destinati al fallimento. Nei libri che ho scritto, e anche in questo secondo volume dell' "Amica geniale" l'amore o è molesto o non è.

Lei ama l'incognito. Le capita mai di andare in libreria quando esce un suo libro, per vedere di nascosto l'effetto che fa?

No, quando un mio libro è sui banchi dei librai, mi tengo alla larga. La trasformazione del lavoro di scrittura  in un oggetto definitivo, con la sua veste editoriale, le parole con cui l'editore lo offre al pubblico, il prezzo, le migliaia di copie esposte qua e là, mi emoziona piacevolmente e insieme mi dà angoscia. Quando ricevo le prime copie, per qualche ora sono molto contenta ma presto mi tiro indietro, non provo nemmeno a leggere qualche rigo qua e là. So che se lo facessi mi verrebbe voglia di mettermi a riscrivere e l'impossibilità di farlo mi renderebbe la vita difficile. Perciò presto considero il libro un oggetto estraneo e rimando a un tempo indeterminato - la vecchiaia, il tempo in cui non scriverò più, - il momento in cui proverò a riappropriarmene. Da questo punto di vista il libro elettronico rischia, almeno per me, di diventare una trappola. La sua immaterialità non incoraggia la separazione.