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"L'unico scrittore buono è quello morto, ma io sto bene", parola di Marco Rossari

Autore: Stefano Calafiore
Testata: Bergamo News
Data: 2 ottobre 2012

Un autore e un libraio. Un incontro che è la sintesi dell'amore per i libri. Stefano Calafiore, già titolare della libreria "Fabula" e oggi in Feltrinelli, intervista per Bergamonews lo scrittore Marco Rossari che giovedì 4 ottobre aprirà la rassegna "Libri, vini e spiriti" a Bergamo.

Marco Rossari: talentuoso scrittore e traduttore di autori americani per alcune tra le case editrici più importanti. Il tuo libro, uscito qualche mese fa per e/o, fa ancora parlare di sé e bene; sia dal punto di vista stilistico che per originalità nella sua forma. E' da sempre, da quando scrivi, il tuo "vero" stile o hai raggiunto questa tipo di espressività letteraria con "L'unico scrittore buono è quello morto"?

Diciamo che un certo tipo di racconto, abbastanza comico e abbastanza letterario, è nato qualche anno fa e poi s'è tirato dietro tutti gli altri. Però nel frattempo ho scritto racconti non confluiti qui che hanno un registro completamente diverso. L'officina di uno scrittore è molto più varia di ciò che emerge. È fatta di libri inediti, appunti, tentativi, velleità e tanto altro. Leggere, vivere e perfino scrivere cambia il tuo modo di leggere, vivere e perfino scrivere.

La rassegna che ti vedrà come ospite giovedì 4 ottobre avrà luogo in un'enoteca: è un luogo che ti ispira?

Sì, le enoteche milanesi mi ispirano, soprattutto quando mi chiedono 6 euro per un bicchiere (anzi un "calice"). Diciamo che in quel caso non mi ispirano parole carine.

Osservando da vicino lo stato della letteratura italiana negli ultimi dieci anni, da vero addetto ai lavori, che sensazioni hai? Troppe pubblicazioni senza la giusta attenzione alla qualità?

No, vedo un mucchio di bellissimi libri in giro. A volte la quantità delle uscite rischia di nasconderne qualcuno, ma l'ampiezza della scelta mi sembra straordinaria. Se qualcuno cerca libri di qualità, li può trovare eccome.

Il tuo rapporto con Bergamo. Hai già "presentato" in passato nella nostra città?

Sì, come ben sai sono venuto tante volte nella storica libreria Fabula, un posto dove mi sono sempre trovato molto bene. A volte sono stato invitato anche se non avevo nemmeno un libro da presentare e leggere lì è sempre stato un piacere.

Sei stato citato di recente con il tuo ultimo libro dal "Domenicale", l'inserto culturale de Il Sole24ore all'interno di un interessante articolo sui "nuovi" narratori italiani degli ultimi anni; testimonia quante buone critiche stia ricevendo anche con un testo, come dire, atipico. Che effetto ti fa?

In fondo non è poi tanto atipico, se pensi a certe cose di Michele Mari o di Valerio Magrelli o andando più indietro a Ennio Flaiano (non intendo paragonarmi a loro sul piano qualitativo). Ad ogni modo l'effetto che ti fa una bella recensione è innegabilmente piacevole, poi torni il pallone gonfiato di sempre.

Torniamo a "L'unico scrittore buono è quello morto": non è un romanzo, non è solo una raccolta di racconti. In alcune sue parti il tuo libro sembra guardare alla narrativa in modo sarcastico e distanziato, ma con profonda conoscenza. Ci racconti cosa davvero è e come è nato?

È nato per caso. C'era un racconto di partenza, che amavo molto ("La chiamata"), e che parlava in modo strambo di scrittura. Nei ritagli di tempo ho cominciato a ragionare in modo narrativo sulla narrativa e appunto sulla scrittura, e da lì è emerso un mosaico di aforismi, racconti, apologhi che però ha una forte identità. Credo che alla fine sia un libro coeso come un romanzo, solo che è esploso. Quanto al sarcasmo, sì: un po' ce n'è, ma spero che ci senta anche quanto amore c'è verso la letteratura.

Belle recensioni, ottime critiche. Ti bastano?

E mi avanzano. In realtà vorrei tanto scrivere qualcosa di nuovo. Il resto non conta.

Sei uno tra quelli che quando entra in libreria, controlla tra uno scaffale e l'altro se c'è il proprio libro?

A volte capita, se il libro è uscito da poco. Cerchi di vedere com'è sistemato, più per capire se ha funzionato la comunicazione con i librai che per narcisismo. Dopo qualche mese te ne dimentichi.

Marco, e se un giorno il tuo libro entrasse a far parte di queste fantomatiche ma tanto sperate classifiche?

Solo Bruno Vespa scrive per non essere letto. E infatti vende molto.

Leggendo il libro, alcuni brevi racconti sembrano degli sketch. Divertenti, istantanei, irriverenti. E mi è sembrato di rivedere qualcosa di Woody Allen. Il cinema che ti piace? E ti influenza?

Sì, anche dei libri di Allen. Saperla lunga, Citarsi addosso. Ora è bollito, ma gli ho voluto molto bene. Poi ho una passione per il cinema ancora più demenziale. Se devo trovare un corrispettivo cinefilo di questo libro potrei citare Il mistero del cadavere scomparso, un vecchio film con Steve Martin fatto di vecchi spezzoni cuciti insieme a formare una nuova trama, in omaggio al noir. L'idea in fondo non è così lontana.

Molte persone scrivono, desiderose anzi vogliose di pubblicarsi, di farsi leggere dagli amici o parenti. E' sempre stato così secondo te? Sì, fin dai tempi degli aedi. Stai leggendo qualcosa in questo momento?

Sto leggendo un po' di libri insieme. Un saggio di Sergio Givone sulla peste, un libro di Vladimir Pozner, Il barone sanguinario, pubblicato da Adelphi. E ho appena finito il primo romanzo di Paolo Cognetti, Sofia si veste sempre di nero, uscito per minimum fax. Molto bello.

Sei per i grandi classici quando leggi o esplori più la narrativa contemporanea?

Leggo qualsiasi cosa. Tendo a leggere classici durante le vacanze, quando c'è più continuità.

In questo momento stai scrivendo il tuo prossimo libro o stai dedicando il tuo tempo alla traduzione?

Entrambe le cose. E poi ancora altre. Ma vorrei portare avanti un romanzo, soprattutto.