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Lia Levi, una storia minima per parlare di memoria

Autore: Titti Marrone
Testata: Il Mattino
Data: 19 settembre 2012

L a maggior parte degli italiani complici dei nazifascisti lo sono stati per omissione o conformismo, in una molteplicità di situazioni quotidiane difficile anche solo da tratteggiare. Ma è certo tutta da scrivere la storia di quanti - informatori e spioni, o confidenti e delatori- hanno contribuito alla macchina dello sterminio ebraico facendo nomi, suggerendo circostanze, indirizzi, collaborando alla cattura degli ebrei italiani deportati nei lager tedeschi. A una di queste piccole storie mai raccontate, restate nascoste per decenni nelle pieghe della memoria, s'ispira ora Lia Levi nel suo ultimo romanzoLa notte dell'oblio (ed. e/o, pagg. 193, euro 17). Il delatore ha qui le sembianze del commesso di una sartoria a Roma che non esita a tradire Giacomo, il titolare ebreo, consegnandolo ai nazifascisti con una telefonata, subentrandogli nella gestione del negozio e dopo molti anni ammettendo con tranquillità la sua responsabilità in un impressionante colloquio con la figlia dell'uomo: lo farà quasi rivendicando una «normalità», una sorta di liceità dell'atto compiuto, avallata dall'oblio. «C'è stata l' amnistia e, del resto, anche se ci fosse un reato, a quest'ora sarebbe prescritto», bofonchia l'uomo, e l'allusione a una delle conseguenze dell'amnistia avallata da Togliatti ministro In «La notte dell'oblio» l'autrice narra il silenzio dei parenti sui morti nei lager della Giustizia è una delle crude realtà di un romanzo dilacerante forza, che trasforma il tema della memoria in incisivo dato letterario e insieme lo esplora da angolazioni insolite. Al centro del romanzo c'è la famiglia di Giacomo, costretta dalla persecuzione antiebraica a riparare fuori Roma, ospite di un sacerdote cattolico grande amico del padre dell'uomo, con cui era solito ingaggiare appassionate dispute teologiche. In seguito alla spiata del commesso,l'uomo sparisce nelle nebbie di un altrove dopo molto tempo identificato con il lager. Ma la vita continua, per sua moglie Elsa e le figlie: Milena di abbagliante bellezza, Dora dall'aspetto più dimesso ma dotata di una cara tura interiore destinata ad emergere con gradualità. Perno dell'intero romanzo, che trasforma in narrazione avvincente il tema della memoria, è il silenzio di Elsa sulla sorte di Giacomo. La moglie dell'uomo si rifiuta di guardare indietro, di appurare come mai una maledetta sera Giacomo non tornò da Roma, chi fu a sbarrargli la strada e a mandarlo di fatto allo sterminio. Nonostante la pressione subìta da quanti, tra i parenti, le suggeriscono di ricostruire la verità, anche per rivendicare quel che era suo e delle sue figlie, preferisce non rivangare il passato. Non vuole sapere. «Se cominciamo a cercare i colpevoli, si parlerà solo di morte», è J17 Strutture a piramide ma di epoca etrusca sono state rinvenute a Orvieto da archeologi italo-americnni la sua risposta. La sua scelta sarà guardare avanti, a tutela delle figlie. E proprio da una di esse, Dora, un giorno il passato tornerà a bussare come in un gioco di casualità grottesco, scoperto nel bel mezzo di una relazione amorosa, fino alla scoperta di un'impossibilità di perdono. Nelle pagine finali, è Dora ad afferrare saldamente il tema del silenzio ancora da un'altra prospettiva che fa riferimento ai suoi cugini, i figli dei sopravvissuti che hanno fatto la scelta dell'Aliah: «Zio, di mio padre e degli altri bruciati nei forni, nel tuo Israele non se ne vuole parlare( ... )Laggiù provano vergogna per quegli ebrei che si sono fatti uccidere senza reagire». Un altro motivo di silenzio, un'altra rimozione dolorosa. Un altro modo non banale per parlare eli memoria, mostrando come possa essere vissuta come sofferenza, fardello difficile da gestire.