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Ferrante atto secondo

Autore: Mirella Armiero
Testata: Corriere del Mezzogiorno
Data: 28 settembre 2012

La notizia è di quelle attese con ansia dalla comunità di lettori. È in libreria Storia del nuovo cognome (edizioni e/o), seconda parte — dopo L'amica geniale — di una trilogia firmata dalla misteriosa scrittrice napoletana che è riuscita a mantenere segreta, negli anni, la sua identità. Dopo il successo, nel '95, de L'amore molesto — da cui il fortunato film di Mario Martone — le leggende e i presunti scoop sulla Ferrante si sono moltiplicati, senza scalfire peraltro la barriera di discrezione dietro la quale si cela la scrittrice. Ma al di là del giallo biografico, resta la forza di un'autrice che anche in questa nuova prova riesce a trascinare il lettore con furia nel proprio universo narrativo; universo peraltro declinato prevalentemente al femminile. La voce narrante è quella di Lenù, ovvero Elena come l'autrice, e la storia racconta di uno straordinario legame tra due ragazze, la stessa Lenù e l'indomabile Lila, alter ego l'una dell'altra, impegnate entrambe, in modi diversi, in un'avvincente e ardua avventura di riscatto sociale. Il bildungsroman delle due amiche napoletane è un continuo tentativo di fuga dal rione che le imprigiona in un panorama di miseria anche morale in cui sono costrette a crescere. Eppure la storia di Lenù, e soprattutto di Lila, ha talvolta i contorni fantastici di una fiaba, la Ferrante ci restituisce l'energia di questa enigmatica ragazza e del suo mondo interiore attraverso la densità di una scrittura profonda e affilata, precisa al millimetro nello scandaglio psicologico dei caratteri e dei personaggi senza mai però diventare pedante, ma piuttosto lavorando per dettagli, cenni, sfumature, angolazioni. Ne viene fuori così un appassionante itinerario personale, in cui è centrale la figura femminile, depositaria di tradizioni arcaichema anche portatrice di una forza d'innovazione che i maschi spesso non sanno cogliere. Eppure la donna fortissima e coraggiosa della Ferrante all'improvviso si scopre fragile, teme di «perdere i margini e dilagare senza forma». È questa la paura più grande di Lila, appartenere a uno «spazio molle» senza una struttura «capace di contenerla». Cercare questa «struttura » è in effetti il senso della sua vita e del racconto dell'autrice. Ma al di là di questa indagine tutta interiore, non manca nel romanzo l'affresco di un'epoca, dal dopoguerra ai tardi anni Sessanta, in cui Napoli si confrontava con il boom economico e le piccole avventure imprenditoriali, talvolta legate a piccoli grandi imbrogli. E a qualcuno del rione poteva perfino riuscire l'impresa di aprire un negozio a piazza dei Martiri, nel cuore «bene» della città. E in effetti non ci sono due Napoli nel lavoro della Ferrante. Quartieri alti e bassi si intrecciano, patiscono —in modo diverso, naturalmente—le difficoltà di una città violenta, malata, organismo patologicamente ostile ai cambiamenti, così come gli abitanti del rione di Lenù e Lila. Alla fine del romanzo, Lena si avventura in cerca dell'amica a San Giovanni a Teduccio, dopo aver vissuto a Pisa. In autobus la molestano. E dopo anni di italiano, ricorre «al dialetto più violento». «Napoli mi era servita a Pisa», deve constatare, «ma Pisa non serviva a Napoli, era un intralcio». Un intralcio da cui nonostante tutti i tentativi, nessuno può mai liberarsi definitivamente. Napoli riaffiora sempre, nel bene e nel male, e la Ferrante lo dimostra con arte.