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"Parliamo del futuro partendo dal passato" (Macondo intervista i Tersite Rossi)

Testata: Stato Quotidiano
Data: 6 ottobre 2012

Tersite Rossi. Due corpi, una sola mente. Quattro mani ma una sola penna. Due nomi, ma un solo autore. Ci si racconti la Genesi e il verbo dei Tersite.
Correva l’anno 2007. Estate, per la precisione. In Trentino. Lago, montagna. Bastava scegliere. Ma Tersite Rossi – ancora prima di nascere – era già antieroe, e anziché prendere il sole, se ne stava seduto a una scrivania, a meditare su una vecchia idea: quella di scrivere un romanzo, tirando fuori un vecchio soggetto che da tempo s’impolverava dentro un cassetto della mente. Fu Mattia – recitano i biografi – a proporlo a Marco. I due già si conoscevano da poco più di un anno. Marco aveva scritto un saggio di critica del giornalismo (“Verità e informazione”, Dedalo 2005), che non aveva letto quasi nessuno. Tra i pochi coraggiosi vi era stato Mattia, che, in seguito, volendo organizzare un corso di giornalismo per giovani, aveva deciso di chiedere proprio a Marco di fare da docente. Era l’estate 2006. La proposta di scrivere un romanzo in due arrivò l’anno dopo. Marco inizialmente ritenne folle l’idea, e l’ignorò. Ma Mattia seppe insistere, e così alla fine il sodalizio letterario ebbe inizio. Una delle prime questioni fu appunto quella del nome. Marco Niro e Mattia Maistri, oltre ad avere il difetto di appartenere a due illustri sconosciuti, sono nomi che contengono troppe consonanti nasali, troppe “emme” ed “enne” per risultare digeribili da un ipotetico pubblico. Così, optammo per uno pseudonimo. Tersite è un personaggio dell’Iliade di Omero, un guerriero brutto, zoppo e gobbo, che a un certo punto, durante la guerra di Troia, invita gli altri guerrieri a disertare, opponendosi a un conflitto il cui bottino sarebbe stato spartito da altri; un antieroe che, col suo atteggiamento di scherno e irriverenza, è emblema di chi non si limita ad andare controcorrente, ma perde e finisce per questo dimenticato. Rossi, invece, è il cognome più diffuso in Italia, da noi scelto per compensare la vetustà di Tersite ed anche per mettere in rilievo quella vena popolare che, nonostante tutto, ci contraddistingue.

Anno 2023. L’Italia è pacificata. Il Paese è l’antitesi dell’umanesimo, ridotto ad una Repubblica dittatoriale del consumo. Si governa la politica come si dirige una grande azienda capitalistica, vige il regime unico di pensiero. Quel che conta è l’euro. “Sinistri” racconta la caduta dell’Italia, un tempo culla di civiltà, oggi talamo di spine, domani bara sepolta. Non un libro di fantapolitica, a questo punto, ma di pura e semplice politica…
Possiamo dire che è un libro che parla del futuro partendo dal passato e riflettendo sul nostro presente. All’interno vi si trovano dieci racconti che sono ambientati nel passato, ma che se letti uno dopo l’altro conducono direttamente nel futuro, in quel 2023 in cui si svolge l’azione dei protagonisti. Senza dubbio si parla di politica, perché tutti i personaggi che il lettore incontra – dagli operai piemontesi del 1904 agli antieroi sovversivi del 2023 – hanno a che vedere con la politica: chi la usa per i suoi fini personali, chi la considera la stella polare della libertà, chi la cosparge di vuota ideologia e chi la trasforma in culto dell’immagine ed esaltazione dell’apparenza. Una politica vissuta a 360 gradi, ma percorsa da una parola-chiave indispensabile per comprendere non solo il romanzo, ma la storia del nostro Paese: tradimento. Tutti vengono traditi e tutti tradiscono, quasi che l’Italia posso essere pacificata solo a partire da un grande tradimento a discapito dei suoi cittadini.

Siamo nell’anno 2012 e non è che siamo così tanto lontani dalla vostra visione pessimistica dell’Italia. Si fanno leggi per salvare le banche che fungono da veri e propri clisteri per i cittadini. Intanto, gli stessi cittadini hanno perso il diritto alla cittadinanza e guadagnato quello alle file per accaparrarsi l’ultimo modello di telefono cellulare. Il declino è inarrestabile?
Probabilmente sì. E lo è perché prima di tutto è un declino culturale. Prima di essere economico, prima di essere politico, e anche prima di essere sociale. Per arrestare il declino, non basterebbe che l’economia tornasse a girare, non basterebbe spazzare via la Casta, forse non basterebbe nemmeno resuscitare quella cosa ormai putrefatta che andava sotto il nome di Stato sociale. Il declino che viviamo, veloce e devastante, è dovuto soprattutto a una questione di immaginario. Non si riuscirà a invertire la rotta finché la stragrande maggioranza dei cittadini continueranno a percepirsi come consumatori e a cercare il senso dell’esistenza nell’attività di consumare sempre di più, finché non si percepirà l’assurdità di un modello di vita basato sulla crescita illimitata del PIL, finché non si tornerà a prendere confidenza con concetti quali “limite” e “umano”. Ecco perché abbiamo scritto “Sinistri”: quando il declino procede inarrestabile, bisogna batterlo sul tempo. Cosa accadrebbe all’autista di un mezzo prossimo allo schianto se avesse la possibilità di vedere l’immagine della sua auto accartocciata contro il guard rail?

In “Sinistri” tutto ebbe inizio con la morte di Silvio Berlusconi. La dipartita del Cavaliere innesca la scalata del Partito della Felicità, quello del “va tutto bene”, la nemesi del marxismo, la negazione della storia quale risultato del conflitto. Il libro l’avete concluso alla fine del 2011. Allora, il Cav. era ancora al governo e sul serio si stava cercando di convincere gli Italiani che andasse tutto per il meglio. Poi è arrivato Monti, l’austerità tecnicista scontata dai soliti tanti, l’Europa che detta i programmi. Trovate che, finito adesso, “Sinistri” avrebbe avuto un altro indirizzo oppure no?
Se l’avessimo finito oggi “Sinistri” apparirebbe come un instant-book, perché gran parte delle vicende che nella nostra immaginazione traghettano l’Italia dal 2015 al 2023, sembrano cominciare a verificarsi proprio in questi mesi. Insomma, la cronaca politica non ha svuotato l’attualità del libro, anzi, ne ha potenziato il messaggio. Nel romanzo c’è un’antieroina, Anna, che si oppone al regime del Partito della Felicità e che in un serrato dialogo con il fratello ribadisce la rabbia di essere stata ingannata dal mantra, amplificato dai mass media, che tutto in Italia fosse andato a rotoli a causa di Berlusconi e della crisi. Secondo lei, invece, quello che è venuto dopo la melma berlusconiana non ha migliorato la situazione, bensì ha accentuato i caratteri violenti e mistificatori del regime. Chi ha il coraggio di dirlo, ora che il governo dei tecnici è la principale minaccia al futuro “umano” del Paese? Altro che mignottocrazia…

Il vostro romanzo è dissacrante. Smonta la realtà, reinterpreta la storia, s’insinua come una biscia sotto la pelle della verità imposta e la strappa come carta velina. Nei dieci racconti che lo compongono, che poi sono 10 manoscritti che celano messaggi e che sintetizzano, a grosse linee, la storia d’Italia, vien fuori una visione cupa e quasi senza speranza. Il futuro che ripropone gli stessi errori del passato: gli stessi che rappresentano il tradimento dei baluardi valoriali su cui si era scelto di fondarle, questa Repubblica. Suffragata dal fatto che chi si attende l’happy ending da “Sinistri” resta fortemente deluso…
I nostri romanzi iniziano sempre da due elementi: il titolo e il finale. E quest’ultimo – per nostro statuto – non è mai felice. Che senso avrebbe? Noi, prima di narrare, guardiamo alla realtà che ci sta attorno, e la realtà è problematica e si ripresenta sempre come tale: è “l’eterno ritorno” che dà il titolo al decimo, decisivo, racconto contenuto in “Sinistri” (nonché a uno spettacolo musicale ispirato al romanzo). D’altra parte, mica siamo il “Mulino Bianco”! Siamo antieroi. E gli antieroi pèrdono, vengono bastonati e derisi, insomma hanno poco da ridere. Semmai, hanno tanto da irridere. Irriverenza, sarcasmo, paradosso, provocazione e blasfemia sono gli ingredienti dei quali in “Sinistri” ci serviamo per mitigare il senso di sconfitta che pervade la narrazione. E in tanti ci hanno detto che, leggendo il romanzo, hanno trovato anche il modo di divertirsi…

Dalla letteratura alla realtà. Chi è il papabile Mannoni?
Un politico che unisca la vanità di Renzi, la perfidia tattica di D’Alema, la retorica di Vendola, la spietatezza di Monti e l’elitismo di un qualsiasi destrorso.

Matteo Strukul, Carlo Mazza, Piergiorgio Pulixi e, ora, voi. “Sinistri” è il volume quarto della collana SabotAge di E/O. Forse il prodotto più interessante apparso sulla scena italiana degli ultimi 20 anni. Com’è avvenuto l’incontro con Colomba Rossi e Massimo Carlotto, che della collana sono direttrice e curatore?
Massimo Carlotto lo abbiamo conosciuto tramite un amico comune. La cosa straordinaria è che, quando quell’amico comune gli sottopose nel 2009 il nostro primo romanzo quando era ancora un manoscritto, lui – scrittore affermato e impegnato su più fronti – trovò il modo di leggerlo e di farci sapere che lo aveva apprezzato. Quella fu un’iniezione di fiducia essenziale per due sconosciuti che tentavano un difficile esordio letterario. Da allora siamo rimasti in contatto, fino a che lui e sua moglie Colomba Rossi non hanno, nel 2011, dato vita a un’operazione che ormai quasi più nessun editore osa fare: progettare una collana di romanzi legati da uno spirito e da obiettivi comuni, nella fattispecie quelli di critica e sabotaggio sociale: svelare la menzogna che sorregge il potere, raccontando storie che nessuno più, oggi, ha il coraggio, o la voglia, di raccontare. Voler entrare da quella porta alla fine ci è parso naturale.

Leggere “Sinistri” a suon di musica. Tre canzoni come colonna sonora.
Nel 2023 omologato e anestetizzato che narriamo in “Sinistri”, non c’è alcuna presenza musicale, e non è un caso. Tanti riferimenti musicali, invece, aprono i 10 racconti del romanzo ambientati nel nostro passato. Tra questi, De Andrè, Guccini, Vasco, Pacifico. Ma la colonna sonora ideale di “Sinistri” è rappresentata, soprattutto, dai brani dell’album “È finita” dei Rein.