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Sul metro incerto delle parole: "Storia del nuovo cognome" di Elena Ferrante

Autore: Laura Ingallinella
Testata: Critica Letteraria
Data: 30 ottobre 2012

Avevamo lasciato Lila e Lenù, le due protagoniste del romanzo L'amica geniale (E/O, 2011), non più bambine ma giovani donne. Storia del nuovo cognome, secondo volume della splendida trilogia napoletana firmata da Elena Ferrante - un nom de plume che è anch'esso un gioco sottile, perché c'intriga di eco morantiane - riprende proprio dove ci eravamo fermati. Difficile non recensire questo romanzo e, in genere, l'intera trilogia in fieri con toni entusiastici. Laddove L'amica geniale riusciva a catturare il lettore, Storia del nuovo cognome conquista e irretisce anche i palati più esigenti: si tratta forse di una delle poche prove letterarie della narrativa contemporanea in cui una storia di 'lunga durata' - che copre un'intero arco biografico senza notevoli prolessi o salti cronologici - non perde, nella sua estensione, un grammo della propria nervosa agilità, in questa scrittura che sorprende proprio perché, nella propria esibita medietà, vuole fagocitare ed esprimere un mondo.
I personaggi li abbiamo conosciuti nel primo romanzo: le famiglie Greco, Cerullo, Solara, Carracci, scorse anche qui, come in L'amica geniale, in un rapido riepilogo introduttivo; le due grandi amiche e nemiche, Lila e Lenù/Elena, la voce autobiografica che ripercorre la propria storia. La Storia del nuovo cognome è quella di Lila, non più Cerullo ma signora Carracci: entro il nuovo cognome della moglie-ragazzina, appena sedicenne, si scaverà l'abisso della differenza con Elena. Le vite delle due ragazze del rione si rincorrono con la perfetta, e così aderente alla vita, discontinuità dei percorsi che s'intrecciano, si annodano per allontanarsi, perdersi e ritrovarsi in una stretta più drammatica.
Sarebbe facile dire che la forza di questa trilogia sta nella galleria dei personaggi, un'impeccabile coreografia di volti, interessi economici, voglie represse, à la Balzac e con la selvaggia, corposa naturalezza che soltanto a Napoli può realizzarsi. Perché in fondo, diciamocelo, hanno sognato il crudo simbolismo americano Pavese, Vittorini e quanti altri, ma soprattutto a Napoli si cela il nerbo della realtà italiana, come, per l'America, gli stati del Sud: penso al Malaparte della Pelle, ma sopratutto alla Morante di Menzogna e sortilegio (la tentazione è troppo forte per essere casuale) e, un po', a L'isola di Arturo. E quanto, di 'arturiano' al rovescio, tutto al femminile, c'è in questa storia di donne che interpretano, ciascuna a suo modo, un mortale duello tra terrore e desiderio. Fobia e voglia di una stessa, identica cosa: trascendere i propri limiti.
Che le persone ancor più delle cose, perdessero i loro margini e dilagassero senza forma è ciò che ha spaventato di più Lila nel corso della sua vita. L’aveva atterrita lo smarginarsi del fratello, che amava più di ogni altro suo familiare, e l’aveva terrorizzata il disfarsi di Stefano nel passaggio da fidanzato a marito. Ho saputo solo dai suoi quaderni quanto l’avesse segnata la sua prima notte di nozze e come temesse il possibile stravolgersi del corpo del marito, il suo deformarsi per le spinte interne delle voglie e delle rabbie o, al contrario, dei disegni subdoli, della viltà. Specialmente di notte temeva di svegliarsi e di trovarlo sformato nel letto, ridotto a escrescenze che scoppiavano per troppo umore, la carne che colava disciolta, e con essa ogni cosa intorno, i mobili, l’intero appartamento e lei stessa, sua moglie, spaccata, risucchiata in quel flusso sporco di materia viva.
Un'idea che, lo si è detto, evocano con terrore e desiderio, ma con risultati diversi che rivelano il perché della loro distanza. L'amica geniale, e soprattutto Storia del nuovo cognome, è il trionfo della complementarietà delle intelligenze: Lila rivela la propria forza oscura, quasi stregonesca, nel realizzare il sentimento incontrollato; è una potenza dell'emozione, della genialità istintiva ed estetica. Elena, invece, è un'intelligenza sulimante; là dove Lila grida, esprime, conquista, lei tace, controlla, sfoga la propria ansia di ricerca in un'esplorazione tra il voyeuristico e il masochistico. M'intimorisce scomodare la distinzione nietzscheana tra apollineo e dionisiaco, ma in fondo è proprio così: Lila è un'energia che dall'ordine apparente esplode nel caos, Elena è colei che comprime il caos dilagante entro una forma limitata, coerente. Per entrambe, il prezzo di tutto questo è un dolore che si dirime soltanto attraverso la parola scritta.
Tutto questo, dicevo, in una scrittura che abbraccia una consapevole, esibita medietà: un dettato elegante, controllatissimo che concede pochi squarci di espressionismo dialettale, meno che nel primo volume della trilogia. Napoli e il rione sono sempre più realtà-ricordo che realtà-prigione: i confini di Elena si allargano a dismisura, con un salto traumatico dalla dimensione rionale a quella nazionale (Pisa, Milano…), ed è ovvio che il filtro linguistico sia sempre più attivo, che il controllo si faccia più stringente e accurato. Che il dialetto, insomma, sia una componente del sistema memoriale, come un odore o un sapore perduto. È un dato omogeneo con la scelta narrativa della trilogia, che si affida alle memorie autodiegetiche di Lenù, la studiosa Lenù che in anni di diligente impegno ha cercato di cancellare le tracce delle proprie origini rionali. Attribuire a quest’io narrante uno sforzo mimetico sarebbe stato una vistosa smentita delle sue scelte di vita, tale da incidere pesantemente sulla valutazione dell’intero impianto della trilogia. La sapienza linguistica con cui l’intero ciclo dell’Amica geniale è stato costruito, anzi, mi fa quasi ipotizzare che si tratti di un'esplicita scelta espressiva.
La riuscita perfetta di questa trilogia è nella simmetria potente, geometrica di temi e rispondenze simboliche. Il risultato della ricerca narrativa dell'Amica geniale potrebbe riassumersi in un'esplorazione del concetto di complementarietà, del sottile rapporto tra simile e opposto, del contrapporsi di forze nei rapporti umani. Credo sia per questo che è una lettura tanto trascinante, che induce il lettore a porsi domande a cui non avrebbe mai pensato. A Elena Ferrante riconosco un merito che, nella mia storia di lettrice, ho concesso soltanto ai grandi: leggerla mi fa scoprire di più su me stessa e sulle mie debolezze.
Sì, è Lila a rendere faticosa la scrittura. La mia vita mi spinge a immaginarmi come sarebbe stata la sua se le fosse toccato ciò che è toccato a me, che uso avrebbe fatto della mia fortuna. E la sua vita si affaccia di continuo nella mia, nelle parole che ho pronunciato, dentro le quali c’è spesso un’eco delle sue, in quel gesto determinato che è un riadattamento di un suo gesto, in quel mio di meno che è tale per un suo di più, in quel mio di più che è la forzatura di un suo di meno. Senza contare ciò che non ha mai detto ma mi ha lasciato intuire, ciò che non sapevo e che poi ho letto nei suoi quaderni. Così il racconto dei fatti deve fare i conti con filtri, rimandi, verità parziali, mezze bugie: ne viene una estenuante misurazione del tempo passato, tutta fondata sul metro incerto delle parole.