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Parole passepartout

Autore: Iaia Caputo
Testata: Flair
Data: 1 giugno 2007

In due cose crede Laila Wadia, indiana di Bombay, arrivata in Italia vent’anni fa con una borsa di studio, lettrice di Letteratura inglese all’Università di Trieste dove vive con il marito fotografo: la diversità è una risorsa, e la lingua del paese dove vivi è l’unica vera chiave d’accesso all’integrazione. E ora firma un romanzo scritto in italiano, rappresentante di quella prima generazione di scrittori “meticci” del nostro paese, figli di una doppia appartenenza culturale. Ed ecco Laila Wadia.

Diceva James Joyce che imparare una lingua vuol dire in qualche modo rinascere…
Sì, ma vuol dire anche integrarsi, e le donne del mio romanzo, un condominio multietnico, lo hanno capito e fanno enormi sacrifici per imparare la lingua. Perché quel che fa veramente male, più dell’insulto razzista, è la mancanza di parole.

Che significa essere scrittori della migrazione?
Un’esperienza unica al mondo di letteratura globale: l’Italia non ha una tradizione coloniale come la Francia o l’Inghilterra, così chi scrive in italiano scrive in una lingua che non è stata imposta da nessuno, una lingua scelta, contaminata e nuovissima.