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Lo sguardo vivo di Lilo

Autore: Reinhard Dinkelmeyer
Testata: Left
Data: 12 novembre 2012

Chi sceglie, per il protagonista di una storia, il nome assai demodé di August scatena inevitabilmente una serie di associazioni nel lettore. Dall'imperatore Augustus ad Augusto il Forte di Sassonia, fino al figlio sfortunato di Goethe e al Dummer August (August lo Stupidotto) come i tedeschi chiamano i pagliacci del circo, per non parlare del mese assolato che corona l'estate. Strano a dirsi, ma apparentemente nulla di ciò riguarda l'August dell'ultimo, postumo, racconto di Christa Wolf. La scrittrice lavorò al testo nel20 11, sei mesi prima di morire, e lo regalò con dedica autografa al marito Gerhard Wolf per il loro sessantesimo anniversario di matrimonio: «Alcuni fogli scritti nei quali è confluita molta memoria del tempo in cui ancora non ci conoscevamo» . «Tra noi-continua
-i parolorù non sono una cosa usuale». Poi termina con parole che con la sensibilità ritrosa che la caratterizzava, vanno lette come una dichiarazione d'amore: «Ich habe Gliick gehabt» , sono stata fortunata. Qui sorge subito la prima domanda: questo testo era destinato alla pubblicazione o Christa Wolf l'ha scritto pensando solo al suo uomo? E poi, al fondo, chi è questo August? Entra in scena come ragazzino di otto anni che ha appena perso la madre, dopo il bombardamento del treno pieno di fuggiaschi della Prussia orientale che nei primi mesi del 1945 scappavano dall'Armata rossa vittoriosa verso l'Ovest. Nel centro di raccolta gli appendono al collo un pezzo di cartone con la scritta «Orfano» e lo ricoverano in un sanatorio per malati di tubercolosi che i degenti stessi, memori dei bacilli che stanno distruggendo i loro polmoni, con feroce ironia hanno soprannominato «la Rocca dei tarli» . August vi rimane un anno, fino alla guarigione. La sua vita successiva, l'esistenza di un uomo che si accontenta di poco, viene raccontata con brevi scene intrecciate alla storia dell'infanzia: lavorerà come autista di pullman e farà un matrimonio sereno e senza colpi di testa con T'rude. Ormai vicino alla pensione, alla fine del racconto torna nel suo palazzone di edilizia popolare della DDR, nell'anonimo quartiere di Berlino Est dove ormai, dopo la morte della moglie, abita da solo.

Mentre il ragazzino August ha solo vaghi ricordi del paesino nativo e del padre disperso al fronte, il soggiorno nel castello in Meclemburgo usato come sanatorio gli è rimasto nitidamente impresso. Ancora molti anni dopo, l'ormai anziano August è colpito dalla possibilità di sfogliare quelle vecchie storie come un album di foto, niente è dimenticato, nessuna immagine sbiadisce» . n tema dell'infanzia e quello degli anni formativi della gioventù hanno interessato la scrittrice durante tutta la sua vita. A 4 7 anni Wolf pubblicò il libro Trama d'infanzia C1976) con cui intendeva esporsi in modo diretto «alle domande scomode relative all'essere esseri umani» . Era un tentativo di liberarsi da pattern apparentemente ineludibili, dalle trame di fondo delle ideologie totalitarie che avevano condizionato a lungo la sua esistenza. Ancora nel gennaio 1993, in un articolo sulla Berliner Zeitung, sostiene però: «Nessuno sfugge completamente ai condizionamenti che dall'infanzia e dalla gioventù s'estendono al resto della vita» . Nel libro del1976 scrive della sua gioventù, contrassegnata da entusiasmo totale, indottrinamento totale e controllo totale. Per inciso.

Questa esperienza di un mondo che può crollare catastroficamente per risorgere in un modo apparentemente antitetico ma altrettanto sorvegliato e controllato, aiuta a spiegare la cautela della Wolf nell'uso delle parole. Non scrive una parola che non abbia soppesato. Termini come la burocratica espressione Vergangenheitsbewdltigung (elaborazione del passato) non le passerebbero mai per la penna, la sua critica del passato e del presente è ben più sottile. I lettori devono essere sensibili nel coglierla quanto l'autrice è stata attenta nel darle forma. Era anche una forma di comunicazione tra chi la pensava allo stesso modo nella DDR che per fortuna non sempre fu colta dalla censura di allora (e che purtroppo non è stato neppure vista dagli accusatori della Wolf nella Germania riunificata). A 82 anni, Wolf scrive nuovamente un testo che racconta l'infanzia in quella drammatica fase di transizione del '45. Non c'è un Io che guidi il racconto ma un'istanza narrativa distaccata che decide ciò che val la pena di dire e che, senza pathos, elabora i fili narrativi che s'alternano magistralmente tra infanzia e vita adulta Senza rabbie né autoaccuse. Le cose vengono raccontate con una sincerità quasi oggettivante. Vanno che il ragazzino August passa nel sanatorio è un momento di sospensione, di bonaccia in un tragitto tumultuoso. Tutti nella «Rocca dei tarli» sono segnati, nel fisico e nella mente, dalla fine della guerra e dal crollo appena avvenuto. La tubercolosi di cui sono affetti potrebbe essere letta anche come metafora di un altro contagio mortale avvenuto: con l'ideologia nazista Alcuni ne muoiono, altri guariscono, qualcuno riesce a recuperare una propria semplice umanità. n ragazzo di 8 anni che ha perso i genitori e l'infanzia, osserva attentamente l'universo ristretto e "riparato" in cui si trova Impara tutto ciò che, sugli esseri umani, che servirà in futuro. Da una certa distanza, annota tutto: gli orrori degli ultimi giorni di guerra, la fame, le cure mediche sempre più ridotte, l'innamoramento per una ragazza, la morte di molti malati. Non conosce altro mondo e accetta quello esistente senza porsi domande. Nonostante ciò, August non è un testo spigoloso. Anzi, ha una certa mitezza. È stato concepito per un coetaneo, Gerhard, che conosce quella realtà passata quanto la scrittrice. Perciò la Wolf non si deve giustificare né trovare in sé sdegno e rabbia, non deve spiegare le immagini. Queste cose, lui le conosce. La Wolf non deve più combattere. Al confronto, il romanzo uscito un anno prima, La città degli angeli (20 l O) appare come una lacerante ed esasperata fatica della memoria In quel libro, la Wolf tentava di spiegare il suo percorso di vita ai più giovani. Una vita che ha visto due svolte estreme, la disfatta del nazismo prima e la fine del sogno socialista poi. V autrice vuole difendere la sua reputazione di scrittrice dalle accuse di collaborazionismo con il regime della DDR ma vuole anche rispondere a esigenze morali verso se stessa. I.:ultima grande opera letteraria della Wolf è perciò un atto di sopravvivenza nel senso letterale del termine. I.:intento di essere sincera con se stessa, insieme allo sforzo di rendersi comprensibile l'avevano portata sull'orlo della disperazione. Solo un angelo protettore, racconta il libro, avrebbe potuto fermarla. Tuttavia, anche quando quest'ultimo appare, sotto forma della donna delle pulizie Angelina, è un angelo sconsolato e smarrito di fronte al futuro. Quest'ultimo racconto (che ora esce in Italia per le edizioni E/O ndr), di 50 pagine appena, racconta invece in modo lucido ma calmo della vita di una persona che è sopravvissuta a tutto ciò. Da adulto, il protagonista August è un uomo che «Continua a non saper formulare a parole ciò che prova. Prova una specie di gratitudine perché nella sua vita c'è stato qualcosa che, se riuscisse a esprimerlo, chiamerebbe felicità». Ma anche lui ha avuto il suo angelo protettore. Nel suo caso si chiama Lilo ed è una ragazza di 17 anni, ricoverata anch'essa nella Rocca dei tarli. Bella, renitente agli ordini e vivace, Lilo si cura con spontaneità degli altri malati ma sa anche raccontare le favole e recita a memoria le poesie. La Wolf traccia qui un'immagine di ragazza sorprendentemente vitale che il giovane August coglie avidamente. E che forse non perderà del tutto quando Lilo, guarita, lascia il sanatorio e lui vede «il suo braccio che salutava dal finestrino sventolando la sciarpa azzurra che teneva sempre intorno al collo. E August pensò che nella sua vita non ci sarebbe mai più stata gioia».