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Storia del nuovo cognome di Elena Ferrante

Autore: Margherita Fratantonio
Testata: Fuorilemura
Data: 19 novembre 2012

Ogni volta che esce un libro nuovo di Elena Ferrante, riappaiono le ipotesi sulla sua identità. Non siamo abituati a chi rifugge per tanto tempo dai riflettori; ma cosa cambierebbe se la Ferrante fosse davvero un personaggio noto (uomo per di più), che si cela dietro ad un altro nome, femminile? D’altra parte, lei (o lui) ha detto di sé: “Non apparire non serve a procurarmi lettori, ma a scrivere in libertà”.

Forse è solo dall’ombra che Elena Ferrante riesce a scrivere di ombre con facilità, o con sofferenza, tanto le sue pagine sono dense e intense, dolenti, profonde anche nei rari momenti di leggerezza. La storia del nuovo cognome riprende la vita delle due protagoniste, Lenù e Lila, là dove sono state interrotte nel primo romanzo della trilogia, o quadrilogia, L’amica geniale. Siamo già arrivati a 870 pagine, seguendo la vita di due bambine nella Napoli degli anni 50, la loro adolescenza, ed ora, nei Sessanta, la prima giovinezza. Lenù (Elena) è la voce narrante: studiosa, seria, timida, introversa, fin troppo riflessiva, e rinunciataria. Lila invece è passionale, eccessiva, persino cattiva nelle manifestazioni arrabbiate e rabbiose di un carattere assurdo, ma altrettanto affascinante. Da piccola, la vediamo minuta, bruttina, con un ruolo subalterno nella sua poverissima famiglia. Di motivi per essere furiosa col mondo ne ha più di uno. Adolescente, con la sorpresa di tutti, si fa incredibilmente bella. Lila non può studiare e viene meno al contratto stipulato da bambina con l’amica: diventare scrittrici famose. Alla fine del secondo romanzo, sarà Lenù l’autrice di un libro di successo, con un debito impagabile nei confronti dell’amica “geniale”.

Ma l’incipit della prima storia si riferisce ai loro sessantasei anni. Ne avrà ancora da raccontare Elena Ferrante! Probabilmente un altro romanzo, il terzo, non le basterà se vuole mantenere la ricchezza emozionante dei primi venticinque anni di Lila e Lenù. Relazioni famigliari amare, e dure, amicizie totalizzanti, amori sconvolgenti e amorucoli di passaggio, vita scomoda del rione, desideri di riscatto e scalate sociali (il matrimonio di Lila a soli diciassette anni è la sua maniera di uscire dal bisogno), tradimenti, gelosie, invidie, rispecchiamenti nell’altra, e soprattutto una ricerca identitaria che inizia confusamente da piccole e diventa via via più urgente durante la crescita. E poi, quando tutto sembra appiattirsi, il colpo di scena: l’amato scomparso che ritorna, gli affari che migliorano o precipitano, consapevolezze improvvise in personaggi che sembravano destinati a rimanere immutabili. L’autrice ha la capacità di ribaltare le situazioni un attimo prima della noia, di prolungarle fino al punto estremo, in modo che il cambiamento giunge inaspettato e lo si gusta di più.

Mancano, ne La storia del nuovo cognome, quei momenti mitici del primo romanzo, quelli che i ricordi infantili hanno saputo trasfigurare. La scena, per esempio, delle due bimbe che, mano nella mano, sfidano i confini del loro rione per inoltrarsi nel mondo di fuori, e tornano sconfitte dalla pioggia e dal limite che non sono riuscite a raggiungere; o quella iniziale in cui scendono nella cantina a recuperare le bambole gettate per dispetto, per poi salire le scale e sfidare il camorrista, don Achille, l’orco per i piccoli e lo sfruttatore impunito degli adulti. Qui però l’amicizia tra Lenù e Lila è raccontata in tutte le sfumature (nei suoi allontanamenti e nei suoi inevitabili ritorni) che ora la consapevolezza giovanile è capace di cogliere: “Ma Lila sapeva bene come tirarmi dentro alle sue cose. E io non ero capace di resistere: da un lato dicevo basta, dall’altro mi deprimevo all’idea di non essere parte della sua vita, del suo modo d’inventarsela. Cos’era quell’inganno se non un’altra delle sue mosse fantasiose, sempre piene di rischi? Noi due insieme, a spalleggiarci, in lotta contro tutti”.

Coscienza di un affetto ineluttabile, seppure con parti che rimarranno per sempre oscure; coscienza delle diversità, ma anche di sé, proprio grazie al modo di vivere il legame e rivisitarlo nella memoria: “ Ho capito solo in seguito che so essere quietamente infelice solo perché sono incapace di reazioni violente, le temo, preferisco restare immobile coltivando il rancore. Lila no”.

Ci lascia, il secondo romanzo, nel momento in cui Lila e Lenù sono diventate donne, l’una traendo energia dall’altra, in una sorta di faticosissima danza per cui occupano la scena a turno. Illuminate alternativamente, sempre più di rado racchiuse nello stesso fascio di luce. Il successo di una rende opaca l’altra, perché non si può più, come da bambine, progettare e fantasticare insieme. Eppure, l’amicizia durerà tutta la vita, da quando la figura dell’amica è diventata interiore, suggestione perenne, l’ombra scomoda, appunto, di cui la Ferrante sembra essere profonda conoscitrice. “L’amore o è molesto o non è”, dice in un’intervista rilasciata a Paolo Mauri, per Repubblica. Anche l’impegno che Lenù e Lila hanno preso in quei lontani anni ha qualcosa di fastidioso, nella sua fatalità, e appagante nella simbiosi.

Separate per individuarsi, ma insieme per oltrepassare i limiti di una periferia livida e violenta. Le sortite in centro delle due ragazzine ricordano il bellissimo racconto di Anna Maria Ortese Un paio di occhiali, tratto da Il mare non bagna Napoli. Siamo sempre negli anni del dopoguerra ed Eugenia, una bimba dei bassifondi, esce momentaneamente dalla nebbia della sua miopia provando gli occhiali in un negozio di via Roma. Glieli regala una zia anaffettiva, rinfacciandoglieli in continuazione. Quando invece gli stessi occhiali le vengono consegnati nel vicolo in cui vive, viene presa dallo smarrimento, nel vedere nitide tutte le miserie che fino ad allora le apparivano offuscate.

Alla stessa maniera, L’amica geniale e Storia del nuovo cognome raccontano il tentativo di uno sguardo nuovo nei confronti di una realtà altamente scomoda. Ed Elena Ferrante scende negli aspetti più inospitali dei personaggi e delle storie, confermando il coraggio della sua scrittura.