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L'obbligo tragico di passare per il sangue

Testata: Tersite Rossi
Data: 23 novembre 2012

Passare per il sangue, ovvero avere figli. E, in senso lato, rispettare il ruolo assegnato dalla morale comune. “E’ difficile non passare per il sangue”, dice alla giovane Agar l’amica Mirtò, a Creta, durante la seconda guerra mondiale. “Vuol dire che, se è necessario passarci, una donna senza figli è inutile?”, chiede ad Agar, sessant’anni dopo, l’ufficiale dell’esercito Luca Solpietro. “Anche un uomo”, gli risponde severa la vecchia Agar.

Agar e Luca sono i protagonisti del romanzo di Eduardo Savarese, “Non passare per il sangue” (edizioni e/o 2012). Agar per il sangue ci è passata con fatica, contro una malattia che ancora giovanissima le aveva portato via un polmone e un destino che sembrava aver già deciso la sua impossibilità di avere figli. Oltre mezzo secolo dopo, il nipote Marcello, frutto indiretto del passaggio di Agar per il sangue, si innamora di Luca, dopo averlo conosciuto nell’esercito, durante gli addestramenti dei reparti speciali in partenza per l’Afghanistan. Un amore omosessuale, il loro, che per il sangue non potrà passare mai.

Un amore che nel sangue termina per sempre, il sangue di Marcello, che un brutto giorno, in terra afghana, esce in missione per non tornare mai più indietro.

Indietro torna invece Luca. Via dall’Afghanistan. Di nuovo in Italia, in congedo. A cercare quella vecchia nonna greca di cui Marcello gli aveva tanto parlato, per consegnarle una valigia dentro la quale si trovano alcuni oggetti appartenuti al nipote defunto, ma soprattutto tanti nodi irrisolti, seppelliti sotto montagne di non-detti, segreti, menzogne. Nodi che stringono, stritolano la coscienza di Luca e quella della stessa Agar.

“Marcello capiva di dover essere uomo, come io capivo che dovevo essere donna, anche se forse non era così che dovevamo nascere”, dice Agar a Luca dopo che la loro complicata conoscenza, maturata prima all’ombra del Vesuvio e poi tra gli ulivi cretesi, ha contribuito a sciogliere finalmente quei nodi.

Agar aveva capito di dover essere donna quando, per affogare il sogno giovanile di diventare medico (ruolo irrimediabilmente inadatto ad una donna), un medico se lo era sposato, votandosi ad una vita di moglie e madre che alla lunga le ha lasciato dentro solo odio e frustrazioni. Marcello aveva capito invece di dover essere uomo quando, per “consumare la carne” e affogare la sua omosessualità, si era arruolato nell’esercito, scegliendo un percorso così lontano da sé che sarà proprio questa distanza incolmabile ad essergli fatale.

Avevano capito male, Agar e Marcello. E hanno pagato a caro prezzo. “Non era così che dovevamo nascere”, ammette infine Agar con uno sforzo che le mozza il residuo fiato che le resta in corpo. No, non è così che devo vivere, sembra precisare Luca, che fa in tempo a riconoscere l’errore di Agar e di Marcello (che fino a quel momento è stato anche il suo) e a salvarsi da una non-vita in maschera, falsa, bugiarda, frustrante.

Scritto con una prosa spesso lirica, sostenuta dall’uso di un tempo presente che dilata la narrazione e le conferisce un senso di indefinitezza, e con un ritmo lento ma avvolgente che crea un’atmosfera al tempo stesso rarefatta e densa, “Non passare per il sangue” di Eduardo Savarese trova legittima collocazione nella “Collezione SabotAge” diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto, il cui motto è “svelare attraverso la narrativa la menzogna che ci opprime”.

Il romanzo di Savarese ne svela due.

Ad un primo livello, e quasi en passant, svela la menzogna insita dietro la “missione di pace” in Afghanistan, e dietro la guerra in generale. E lo fa in un modo molto originale, quasi senza descrivere scene di guerra, che infatti entrano in modo diretto dentro il romanzo per la prima volta solo dopo le prime cento pagine, per uscirne di nuovo rapidamente. La guerra, nel romanzo di Savarese, è semplicemente evocata come la falce che ha reciso l’amore tra Marcello e Luca e l’oppio che li ha illusi di poter dimenticare la propria identità, la propria autenticità. E tanto basta per indurre il lettore a ripudiarla.

Ad un secondo livello, e stavolta dedicandovi l’intera narrazione, “Non passare per il sangue” denuncia soprattutto la menzogna e l’ipocrisia di una morale comune benpensante e incapace di accettare il diverso, che impone ad Agar, a Marcello e a Luca di “passare per il sangue”, ovvero di accettare ruoli sbagliati, soffocanti, tragici. Nella Creta negli anni Quaranta come nell’Italia negli anni Duemila. “Non passare per il sangue”, nel romanzo di Savarese, è all’inizio una condizione, quella che i suoi protagonisti non riescono ad accettare, e alla fine un invito, rivolto al lettore. Di rimanere autentico. E quindi libero.