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SENZA SANGUE – PILL N.6

Autore: Elisa Da Rin Puppel
Testata: Bello2Buono
Data: 2 gennaio 2013

Sangue:

è la parola d’ordine dei movimenti sovversivi, come quello al quale appartiene Angelo Basile, sesto componente della Banda dei Nove nel romanzo Sinistri, nato il 7 luglio 1960.

Lascio a voi lettori scoprire cosa accadde quel giorno, partecipando al gioco di Sinistri, e ingoiando la pillola n.6, che arriva con un suggerimento musicale offerto dagli Offlaga Disco Pax.

Senza Sangue:

Con questa pillola vogliamo annientare le associazioni oscene, omicide, e violente legate alla parola sangue. Inneggiando ad un Senza Sangue, come ci suggerisce bene Baricco. Cito direttamente dal libro:

C’erano un sacco di cose che dovevamo distruggere per poter costruire quello che volevamo, non c’era altro modo, dovevamo essere capaci di soffrire e impartire sofferenza, chi avrebbe tollerato più dolore avrebbe vinto, non si può sognare un mondo migliore e pensare che te lo consegneranno solo perché lo chiedi, quelli non avrebbero mai ceduto, bisognava combattere.

Ebbene, con questa pill n. 6 invitiamo tutti a combattere, senza sangue, ma in modo puro per i propri sogni ed ideali.


“Il
disertore si emancipa perché sfugge alla violenza o perché combatte
l’oppressione?”
Per maggiori info su tema e spiegazione della foto, leggere commento sotto del fotografo Enrico Zbogar.
 

Caro Tersite, tu cosa ne pensi?

C’è una frase che ci stringe con un legame di sangue all’idealità rivoluzionaria e che, non a caso, nasce nel nostro primo romanzo e spunta pure nel secondo: il futuro è dei puri di cuore con le mani sporche di terra. Non esiste lotta che non sia commistione di purezza e di terra. La purezza di chi non si muove per calcolo e tornaconto di bottega, ma per umanità. Perché l’essere umano quando si specchia può ignorare lo sguardo che lo fissa e immaginare di essere altro, di essere dis-umano, ma per farlo deve rinnegare se stesso. Quando, invece, ha il coraggio di fissare quelle pupille, tutte le sovrastrutture crollano ed esce qualcosa dal profondo che lo accompagna verso l’azione. Un’azione “umanitaria” che non si trastulla nei sistemi chiusi redatti ad uso e consumo degli ignavi, ma si dirige verso il mondo e ci si tuffa, mescolandosi alla terra.

È proprio in nome di questa obbedienza laica alla purezza e alla terra che la lotta degli antieroi non può passare per il sangue. Sia chiaro, ogni forma di ingiustizia stimola in noi il naturale desiderio alla reazione, in modo proporzionale alla violenza del sopruso. Ma è a questo punto che emerge la differenza tra un approccio “eroico” ed uno “antieroico”: l’eroe in un mondo violento vuole vincere, vuole, cioè, scatenare una forza uguale e contraria tale da soverchiare quella del nemico; l’antieroe, invece, sa che vincere in un sistema violento significa soltanto aver portato più in alto l’asticella della violenza e quindi aver fatto il gioco del sistema che si vuole combattere. Insomma, l’antieroe sa che se ci si trova in un gioco perverso per vincere bisogna essere ancora più perversi. Per questo lui viene sconfitto ed è consapevole della inevitabilità della sua sconfitta. La vittoria antieroica non consiste nella distruzione del nemico, ma nel ribaltamento delle regole del gioco.

L’idea della purezza sporca di terra, l’idea dell’uomo che osa guardarsi negli occhi, l’idea della libertà oltre la “libertà strappata con la forza” è la più grande rivoluzione che l’uomo possa compiere e che diventa, nel suo farsi, ragion stessa del suo esistere. Perché, come scriveva Fichte:

“Essere libero è niente, divenirlo è cosa divina”.

Lo sforzo di chi vive il coraggio della propria umanità ogni giorno è rivoluzionario. La politica di chi considera l’uomo come un fine e non come un mezzo (come invece fanno i cosiddetti “tecnici”) è rivoluzionaria. L’esistenza che coniuga in sé l’uno e il molteplice, l’individuo e la collettività, fino a dare senso all’uno nell’altro senza contrapposizioni, è rivoluzionaria.

Cos’è divenire liberi se non dare un senso, un centimetro alla volta, alla propria esistenza di essere umani in mezzo ad altri esseri umani?