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Il Pollo al curry e quello alla crema

Autore: Cinzia Poli
Testata: Stilos
Data: 26 giugno 2007

Nathacha Appanah è una scrittrice di origine indiana, nata nell’isola Mauritius. Da molti anni ormai vive in Francia dove rappresenta una voce tra le più interessanti della letteratura francofona. In Italia ha già pubblicato tre romanzi, che mostrano la capacità e la necessità artistica dell’autrice di affrontare temi e ambientazioni molto diversi. Se il primo, Le rocce di Poudre d’Or, narra le vicende degli indiani immigrati all’isola Mauritius alla fine dell’Ottocento ed è ambientato tra l’India e l’isola dell’Oceano Indiano, e il secondo, Blue Bay Palace, è la storia, molto mauriziana, di un “amour fou”, il terzo, Le nozze di Anna, tratta di una vicenda compiutamente francese. L’autrice, con sobria levità e molta ironia, mette in scena un conflitto tra due generazioni e due personalità molto diverse: una madre, Sonia, e sua figlia, Anna. Sonia è una scrittrice, immigrata giovanissima in Francia dall’isola Mauritius, ha cresciuto sua figlia da sola ed è una donna molto libera, mentre Anna pare il suo opposto, non ama la letteratura, aspira a una vita borghese ed è molto più conformista della madre. La Appanah sceglie di mettere in scena questi conflitti in un’unica giornata, quella del matrimonio di Anna, che, votata al più rigido formalismo, tra discorsi di maniera e sorrisi di circostanza, porterà a una tanto inattesa quanto profonda riconciliazione tra le due donne. Le riflessioni sul senso della maternità si intrecciano con quelle sull’identità, giacché Sonia mantiene un legame molto ambivalente e tormentato con la sua terra di origine, mentre Anna, nata in Francia, ha completamente sposato il punto di vista europeo. Stilos l’ha intervistata.

Lei affronta nel suo romanzo il delicato rapporto di una madre con sua figlia in maniera molto discreta e misurata, tinteggiando la narrazione con sprazzi di ironia e di umorismo. La conflittualità madre-figlia non è certo un motivo nuovo nella narrativa; in lei da dove è nata l’urgenza di trattare questo tema?

Comincerei col fare una precisazione: io non ho ancora figli, non sono ancora madre, ma sono sempre stata molto interessata da come le persone parlano dei propri figli, quasi fossero qualcosa che appartiene a loro e che sarà per sempre loro. Io, forse a causa del rapporto che ho avuto con mia madre, un rapporto molto distante e per cui a volte ho anche sofferto, ho da sempre avuto voglia di raccontare una storia di madri e figlie dove l’incompresa fosse la madre. Di solito si dice che i giovani sono incompresi, io invece volevo raccontare dal punto di vista della madre. Vedo nelle persone che mi circondano la difficoltà di essere genitori e lo sforzo di fare tutto il possibile nel modo migliore, allora mi dico che il ruolo della madre è uno dei più difficili e al contempo dei più incompresi. Credo che quando siamo giovani, giudichiamo molto in fretta, mentre adesso che ho qualche anno in più mi rendo conto che a proposito di mia madre ho cambiato molte opinioni e anzi, ora la capisco. Prima questa comprensione sarebbe stata impensabile. È proprio questo aspetto che volevo esplorare: quando la madre è sufficientemente adulta e navigata da sapere certe cose, che però non può trasmettere perché ci sono cose che non si possono trasmettere e che bisogna vivere in prima persona; per esempio non si può dire a qualcuno che il matrimonio non è tutto nella vita, che non si capiscono i riti del matrimonio o il matrimonio in sé. Sta a ciascuno decidere. Per questo ho pensato che il giorno del matrimonio potesse rappresentare una sorta di cristallizzazione di queste tensioni e allo stesso tempo dell’amore incommensurabile che può esistere tra madre e figlia, che non sono amiche, compagne o sorelle…

Nel romanzo ci sono pagine in cui si affronta più duramente il tema della maternità, dei sentimenti contrastanti che molte donne provano dopo il parto, toccando anche il baby blues, la depressione post partum. Un tema importante e su cui in Italia si è cominciato a parlare seriamente soltanto negli ultimi anni. Mi chiedo se al contrario in Francia è un argomento su cui si dibatte molto.

Nemmeno in Francia se ne parla molto. Sono rimasta molto sorpresa nel rendermi conto che, in fondo, la Francia è un paese piuttosto tradizionalista dove si spingono le donne ad avere figli; esiste persino un premio per chi ha cinque figli, che viene eletta madre di Francia, o qualcosa del genere. Io stessa dal medico mi sono sentita ricordare che pur avendo già più di trent’anni non ho figli. Si avverte una sottile pressione sociale ad avere figli e questo mi ha molto colpito perché vengo da un paese quasi in via di sviluppo, quindi tradizionalista, dove questo tipo di pressioni le viviamo fin da quando abbiamo quindici anni. In Francia pensavo di essere in un paese libero, dove le donne avevano la libertà di disporre del proprio corpo, ma non è esattamente così. Ritengo che il baby blues non sia ancora trattato con la giusta importanza. La donna incinta in Francia, come credo anche in Italia, è considerata il sommo della maternità mentre, dopo, molte donne sono lasciate sole. In questo c’è anche la durezza della nostra società. E anche nelle Nozze di Anna, Anna si aspetta che sua madre sia perfetta, sia come lei la vuole, ed ecco la difficoltà del ruolo.

Lei affronta molte questioni difficili dei rapporti di coppia e generazionali, eppure c’è un finale sereno, la storia non lascia un sentimento di angoscia: tutto si risolve quando le due donne riconoscono l’una all’altra il diritto di essere sé stesse.

Mi fa piacere sentir dire “senza angoscia” perché per me era importante chiudere il libro come se fosse una rappresentazione della vita in cui si hanno porte che sia aprono e porte che si chiudono, alcune scelte che si fanno serenamente e altre no, nella vita non si sa mai cosa succederà domani. Volevo scrivere un finale così: la conclusione di una giornata, del giorno di un matrimonio, un finale normale. Nel corso del libro Sonia, la madre, cresce e alla fine accetta di non essere angosciata, domani sarà un altro giorno e non è importante, aspetterà il domani, senza avere paura di sua figlia, aspetterà serenamente. Ecco perchè Sonia dice «le nozze di Anna sono il più bel giorno della mia vita», perché anche lei cresce, prende consapevolezza delle cose e quindi lascia partire sua figlia, lascia che sua figlia saltelli verso il suo futuro. Un’immagine molto leggera.

Questo romanzo è una storia molto francese, anche per lo stile e l’andamento, eppure lei non risparmia critiche e ironie verso certe manie, fissazioni della borghesia francese (penso soprattutto alle pagine, tra l’altro molto divertenti, dell’organizzazione kitsch del matrimonio, a una certa ipocrisia dei modi). Crede che il fatto di non essere nata in Francia ma di viverci le permetta di avere un punto di vista distanziato, di adesione e al contempo di presa di distanza?

Sì, molto probabilmente è così. In questo c’è molto del mio percorso personale. Quando sono partita dall’isola Mauritius e sono arrivata in Francia frequentavo amici della buona borghesia e facevo sforzi enormi per somigliare a loro, nel modo di vestire – per esempio, indossavo tailleur, mettevo solo colori tenui – nel taglio dei capelli, nella cucina addirittura. Non indossavo più i colori che da noi sono normali, come ad esempio il rosso. Facevo molti sforzi per non essere troppo diversa, pensavo che altrimenti sarei stata giudicata male, non cucinavo più i piatti del mio paese, ma solo piatti francesi, pollo alla crema, crème caramel, île flottante. E poi all’improvviso, avevo voglia di preparare un pollo al curry. Mi sono chiesta perché mi comportassi così: in fondo non mi accettavo, mentivo a me stessa, non mi accettavo per quello che ero. E ritengo che Sonia, nella giornata che racconto, sia arrivata a un punto della sua vita per cui ha vissuto abbastanza per guardare tutto ciò con humour, guarda sua figlia che vuole essere la sposa ideale, con l’abito bianco e la cerimonia perfetta. Sonia quindi accetta, accetta per sua figlia, ma sa che in definitiva non è questo l’importante, bensì sapere quello che siamo, anche se è difficile, soprattutto se si è un’immigrata, arrivare ad ammettere che si ha qualcosa del luogo dove si è nati, da dove si viene, della propria famiglia, ma anche qualcosa del proprio presente. È molto difficile arrivare a un equilibrio in cui si possa dire di sentirsi bene, all’equilibrio tra il pollo al curry e il pollo alla crema!

Potrebbe dire, quindi, di sentirsi più Sonia che Anna.

Sì, oggi sono più vicina a Sonia, perché ritengo di essere arrivata a un punto in cui sono più serena in relazione a questi problemi. Ma non è certo facile. Ecco un esempio: poco fa sono venuta in taxi con uno scrittore cileno e lui mi ha chiesto se tornavo spesso all’isola Mauritius, nella mia isola natale, e gli ho detto di no, non molto, al che mi ha risposto “allora lei è molto francese”, e io pensavo sì e allo stesso tempo no, e cercavo di spiegargli che sebbene io non torni molto spesso, ciò che ho nel cuore, nel mio modo di essere e anche nei miei libri è molto mauriziano, forse anche un po’ indiano. Per farvi capire, a Capodanno mi sono sempre messa abiti nuovi dalla testa ai piedi e questa è una tradizione mauriziana. So bene che è un dettaglio insignificante, ma è un modo mio, del mio modo di essere, di avvicinarmi a quello che sono stata.

E a proposito dell’isola Mauritius, Sonia non ci è mai voluta tornare, e ne parla in modo ambivalente: usa parole molto suggestive quando si tratta di evocare la natura e il paesaggio, ma non risparmia considerazioni molto dure su «quel paese soleggiato e gretto, quel paese magnifico e razzista, quel paese dove il lavoro è una virtù e la menzogna un’arte di vivere». Questo è il punto di vista del personaggio?

Direi che è soprattutto il punto di vista di Sonia, forgiato forse sull’esperienza di molti mauriziani che mi è capitato di incontrare. Quando si è da molto all’estero non si sa più bene chi siamo e ci sono molti mauriziani che vivono con dolore il loro rapporto con la terra di origine. Sonia è partita con un po’ di rancore e arrabbiata con i suoi genitori. Quando si vive su un’isola, ci si conosce tutti e basta che qualcuno viva un piccolo dramma che tutti lo sanno. E’ impossibile, poi, tornare là senza che nessuno lo sappia, e infatti un tempo il mio sogno era di rientrare a Mauritius senza essere riconosciuta da nessuno, libera di passeggiare come più mi piace. Molti mauriziani, credo, non sono più tornati per questi motivi. Ho conosciuto persone che per vivere liberamente la loro storia d’amore se ne sono dovuti andare da Mauritius, magari si sono ricostruiti una vita, hanno avuto dei figli, ma non sono riusciti a tornare perché continuano ad avere il ricordo di come sono stati trattati dalla gente, della disapprovazione sociale vissuta per la loro storia d’amore e questo è il punto di vista di Sonia. Ho conosciuto soprattutto una persona che vive in Europa da quarant’anni e non è mai rientrata e mi dice che conosce troppe persone a Mauritius. Eppure quando è partita aveva vent’anni, molte persone saranno già morte, ma ormai il rapporto con l’isola è segnato. È una donna forte, ma quando si parla di Mauritius torna una bambina debole, ingenua, e questo lo trovo molto triste.

Sonia, che non è mai stata molto severa con sua figlia, tuttavia non tollera che usi la parola “esotico”. Dice: «La parola “esotico” non è la parola giusta, è un’approssimazione dovuta a ignoranza e paternalismo.

Questo è il mio punto di vista. Tutti noi abbiamo degli stereotipi, io mi rendevo conto che ogni volta che affermavo di venire dall’isola Mauritius, molti mi dicevano “Ah, una ragazza di un’isola”, non volevano essere scortesi, ma dietro avvertivo comunque un’approssimazione, un giudizio aprioristico. Dire “ragazza di un’isola” è gentile ma un po’ sciocco, superficiale. Spesso mi sono sentita chiedere se a Mauritius lavoravo, ed è ovvio che lavoravo (ma no, davvero?); siccome sono giornalista, molti mi chiedevano se avevo imparato a fare la giornalista in Francia, ma io era già giornalista a Mauritius. Alcuni si stupivano addirittura che a Mauritius ci fossero i giornali. Diversa sarebbe la prospettiva se fossi africana, allora in quel caso sarei “etnica”, che è sinonimo di povero, triste, afflitto da un caldo terrificante, ci si immagina il deserto. E’ chiaramente la forza delle immagini. “Esotico” sono piuttosto i fiori, i frutti, il mare. Quando ho pubblicato il primo romanzo, molti mi hanno chiesto se si trattava di un libro di turismo e si stupivano invece quando dicevo che non si trattava affatto di turismo. L’idea che una donna di Mauritius potesse scrivere un libro serio, non tutti la capivano immediatamente. Ritengo quindi che nelle parole “esotico”, “etnico” ci sia molta discriminazione.

A proposito delle parole, Sonia afferma: «Passo la vita a cercare le parole giuste, parole che non vogliano dire qualcos’altro, che non possano essere sostituite con un sinonimo perché altrimenti finirebbero tutte per dire la stessa cosa». È una dichiarazione di poetica?

Scrivendo al computer ho riflettuto su quella funzione che ti permette di sinonimizzare una parola usata in precedenza. È un fatto automatico. Allora mi sono detta che se il computer può scegliere le mie parole, tutte le parole finiranno per significare la stessa cosa. Oggi credo che la lingua francese abbia perso molto della sua fragranza, del suo mordente; ci sono parole che vogliono dire tutto e niente allo stesso tempo, da qui la mia necessità di scegliere una parola ed essere sicura che voglia dire ciò che intendo e non qualcos’altro.